Viktor Orbán con Matteo Salvini durante il recente incontro di Milano (da https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_agosto_29/matteo-ha-difeso-europa-alleanza-orban-salvini-vertice-incontro-9c48c7a8-ab4c-11e8-9764-e6a99f8035d4.shtml)

La notizia è il voto del parlamento europeo contro il leader ungherese Viktor Orbán. Questo voto si è svolto in base all’articolo 7 del Trattato sull’Ue, che prevede sanzioni ove si verifichi “l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2”. Cosa c’è scritto nell’articolo 2? “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Sotto accusa sono in particolare le violazioni dello Stato di diritto. La vicenda ha un forte valore politico, seppure l’obbligato passo successivo sarà il voto degli Stati dell’Unione che dovrà essere all’unanimità. Tale unanimità non ci sarà, non foss’altro perché è in corso un’analoga procedura versus la Polonia, il cui governo ovviamente si schiererà con Orbán.

Perché il parlamento europeo, dopo anni di letargia dell’intera Ue, ha scelto – finalmente! – la linea del contrasto alle violazioni di alcuni dei suoi valori fondativi? Sicuramente perché i segnali che giungono dai singoli Paesi sono sconfortanti. Basti pensare al recentissimo voto in Svezia, al comportamento, su alcuni temi, del governo italiano (è dei giorni scorsi a Milano l’abbraccio fra Salvini e Orbán), alla situazione polacca, alle politiche dei Paesi del Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia), alle posizioni simili dell’attuale governo austriaco. In breve: il parlamento europeo ha preso atto che l’onda nera è in crescita e che le politiche di Trump (ma anche di Putin) tendono, esplicitamente o implicitamente, a disarticolare l’Europa; e così ha deciso di assumere l’iniziativa.

La vignetta è tratta dal magazine “il Caffè e l’Opinione” (da http://caffeopinione.com/orban-ungheria-populista-europa/)

Sul piano internazionale si è creata una contraddizione pesante all’interno della “famiglia” del Partito Popolare Europeo. Di essa, che ha votato a favore delle sanzioni, fa parte anche Fidesz, il partito di Viktor Orbán.

Sul piano nazionale la vicenda ha determinato un’altra novità: i parlamentari del partito di maggioranza al governo (5 stelle) hanno votato per le sanzioni, mentre quelli della Lega hanno votato contro. Non solo: Salvini ha subito dichiarato che il governo italiano si opporrà alle sanzioni, determinando ovviamente sconcerto e malumore nella composita area pentastellata. Con quale legittimità Salvini ha parlato a nome di un governo, la cui maggioranza ha votato all’opposto rispetto al voto leghista? Varie – e pesantissime – contraddizioni stanno progressivamente sommandosi mettendo forse a rischio la tenuta del governo.

In questo quadro si colloca l’ondata di aggressioni a sfondo xenofobo e razzista nel nostro Paese, la crescente risposta di un movimento popolare sempre più unitario, da Catania a Milano, il fitto calendario di iniziative, a cominciare dalla marcia Perugia-Assisi, che si svolgerà il 7 ottobre, vedrà una grande partecipazione delle organizzazioni territoriali dell’Anpi e dei suoi gruppi dirigenti dietro lo striscione del Comitato Nazionale, sarà caratterizzata dalla lotta per la pace e dal contrasto ad ogni razzismo.

Da https://cz.boell.org/cs/current-populism-europe-culture-history-identity

Da tempo, insomma, la partita di nazionalismi, xenofobie, razzismi, neofascismi è europea, il che è certificato della decisione del Parlamento Ue. Sta alle forze democratiche di ogni Paese costruire, nelle forme e nei modi possibili, una risposta coordinata ed efficace alla ininterrotta ascesa della marea nera. Si tratta, a ben vedere, di una novità assoluta, perché allo stato delle cose tale movimento europeo antifascista, in grado di contrastare attivamente xenofobie e razzismi montanti, esiste, ma in forme parcellizzate e non coordinate. Anche questa per l’Anpi è una sfida. Ma una sfida accettata: si svolgerà a metà dicembre a Roma un incontro europeo di forze sociali e organizzazioni antifasciste promosso a questo fine proprio dall’Anpi nazionale.

Rimane la questione di fondo, e cioè delle ragioni che hanno causato l’impetuoso ritorno di nazionalismi gretti e xenofobi. Non ci vuole un genio a capire che le politiche economiche dell’Ue decise nel corso del tempo a seguito della grande crisi mondiale (si ricorderà la famosa vicenda dei mutui sub-prime nel 2007) hanno determinato per l’Ue un decennio di austerità. Tutto ciò, legato al crollo della domanda interna e della produzione industriale, ha contribuito alla rapida caduta delle condizioni di vita di milioni e milioni di persone di ceto medio e popolare, non ha rilanciato in modo significativo il treno dell’economia e della produzione industriale, ha seminato ovunque disoccupazione, ha aumentato in modo esponenziale le diseguaglianze sociali, ha creato un crescente risentimento ed una progressiva sfiducia dei popoli nei confronti dell’Ue. E uno dei Paesi che più ha pagato e sta pagando il prezzo di queste politiche è proprio l’Italia. Da ciò il proliferare dei cosiddetti populismi, la crescita dell’antipolitica, il rancore verso gruppi dirigenti e istituzioni, il risentimento verso l’Ue e persino il tema che oggi domina in Europa: l’odio verso i migranti, abilmente manovrato da forze “sovraniste”, che sono riuscite così a mettere i nuovi poveri contro i più poveri, come se nella chiusura ai migranti stia la soluzione del dramma sociale italiano.

Da ciò l’urgenza che l’Unione Europea, se davvero vuole vincere la sfida dei nazionalismi e i rischi di involuzioni antidemocratiche, deve cambiare marcia, cominciando ad essere coerente con se stessa e con l’articolo del suo Trattato in base a cui si è giustamente messo sotto processo l’Ungheria di Orbán. Perché in quell’articolo si afferma che fra i valori su cui essa si fonda ce n’è uno che da troppi anni è clamorosamente disatteso: l’eguaglianza.