Nel prezioso libro “LA MIA RESISTENZA – Memorie di una giovinezza”, edito da Donzelli nel 2015, Claudio Pavone ci rende partecipi dei suoi ricordi, delle sue riflessioni. Nelle memorie del periodo 25 luglio 1943-25 aprile 1945 di giovane militante antifascista e partigiano, emergono indimenticabili personaggi che con lui hanno condiviso scelte, dubbi, paura, carcere. Alcuni sono stati per lui guida, maestro.

Giuseppe Lopresti, militare sottotenente Campagna delle Alpi - giugno 1940
Giuseppe Lopresti, militare sottotenente Campagna delle Alpi – giugno 1940

Più volte ricorre nel libro il nome, il ricordo di Giuseppe Lopresti: un suo caro amico, compagno fraterno di studi e di banco, già dalle prime classi del ginnasio Tasso di Roma ed ancora allo stesso liceo. Poi, all’Università di Roma alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lui condivise momenti e difficili scelte nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quindi l’adesione alla militanza clandestina romana. Claudio Pavone definisce Giuseppe Lopresti “un giovane di straordinaria nobiltà e di finezza d’animo”. A venticinque anni fu ucciso alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 vittime della ferocia nazista. È stato insignito della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Era consapevole Giuseppe Lopresti di ciò che irrimediabilmente gli sarebbe accaduto. Ce lo rivela in poche righe, su un foglietto scritto a matita, senza data, ritrovato tra le sue carte: “Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo e a sedermici davanti: il gatto, svegliato dai miei movimenti, ha stirato svogliatamente le zampe anteriori, incominciando a fare le fusa; …forse continuerà anche dopo. Prima di arrivare alla poltrona ho battuto contro lo spigolo del tavolo, ma non ho avvertito alcun dolore. Sono certo che non durerà molto, per questo ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere per non dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere. Ma questa mia speranza non sarà soltanto follia?”. La redazione (tra i suoi componenti Claudio Pavone) del periodico Incontri, mensile politico culturale, volle pubblicare nell’ottobre 1954 quelle poche righe; nel leggerle, i tanti redattori avevano riscontrato che “il senso umano che le pervade e lo stato d’animo da cui appaiono ispirate le mettono vicino alle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.

Giuseppe Lopresti era un giovane romano di origini calabresi (il padre Antonio, colonnello medico del Regio Esercito, era nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria). L’8 settembre 1943, senza esitazione alcuna, fu tra i primi ad intraprendere la lotta per la liberazione di Roma. Operò nell’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, tra le “Brigate Matteotti”, al comando di Giuliano Vassalli, Giuseppe Gracceva. Nonostante la sua giovane età gli venne affidata ben presto la responsabilità di comando della 6ª zona di Roma che comprendeva i quartieri Appio, Esquilino e Celio. Aveva dimostrato da subito una maturità che sorprese dirigenti e capi militari del Partito Socialista cui aveva aderito. La sua zona fu una delle più organizzate ed efficienti e tutte le azioni che vi si svolsero videro Lopresti affrontare la propria parte di rischio. Lo storico Peter Tompkins ricorda Giuseppe Lopresti eroico capo zona, insieme ad altri 21 partigiani, quasi tutti romani e morti alle Fosse Ardeatine e alla Storta, che diedero con le loro azioni di informatori un considerevole contributo alle forze alleate anglo-americane nel gennaio 1944. Il 13 marzo 1944 Giuseppe Lopresti fu arrestato dalle SS tedesche a piazza Indipendenza. Era sfuggito altre volte alla cattura, anche quando aveva compiuto azioni rischiose. Rimase vittima di un falso appuntamento al quale non aveva voluto sottrarsi. Portato a via Tasso insieme al suo compagno Paolo Possamai, fu torturato e con il suo atteggiamento e silenzio riuscì a salvare la vita a questi. Il partigiano Possamai in un articolo pubblicato sull’Avanti! giovedì 24 aprile 1947, il giorno dopo la concessione a Lopresti della medaglia d’oro, così ricordò la sua salvezza ed il martirio del giovane eroe: “Entrati a via Tasso, fu torturato in una maniera bestiale. Dopo aver rivendicato a sé tutte le responsabilità cercando di scagionare gli altri, non una parola, non un lamento uscì dalle sue labbra. Si ridestò dal suo mutismo quando gli chiesero chi ero. Giurò che non c’entravo affatto con la lotta clandestina. Ero un suo compagno di Università incontrato casualmente dopo tanto tempo. E solo quando si accorse che l’avevano creduto, solo quando fu sicuro di avermi salvato la vita, rientrò nel suo silenzio”.

Il carcere di Regina Coeli visto dal Gianicolo
Il carcere di Regina Coeli visto dal Gianicolo

Da via Tasso Lopresti, sfigurato, “irriconoscibile in quell’ammasso di carne il bel viso ispirato”, fu tradotto al carcere di Regina Coeli. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, fu portato alle cave Ardeatine, luogo del martirio di 335 vittime, uccise per rappresaglia dalle belve naziste. Si concludeva così il suo lungo cammino: la lotta clandestina, la tortura di via Tasso, il terzo braccio di Regina Coeli e quindi le Fosse Ardeatine.

Eugenio Colorni – figura eccelsa di partigiano ebreo, medaglia d’oro della Resistenza, morto il 30 maggio a Roma a seguito di un agguato fascista – gli dedicò un necrologio apparso postumo il 19 agosto 1944 sull’Avanti! (Colorni ed i compagni di redazione decisero di rinviare la stampa del ricordo del partigiano Lopresti per non far apprendere ai familiari, preoccupati ed in apprensione per le sorti del congiunto, dal giornale clandestino che leggevano che Giuseppe era tra le 335 vittime dell’eccidio delle Ardeatine) iniziava con queste parole: “Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni”. Il martirio, l’eroismo, l’ardore giovanile gli valsero la medaglia d’oro che fu consegnata alla madre il 25 aprile1947, secondo anniversario della Liberazione, dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

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Motivazione della medaglia d’oro al valore militare alla memoria (Museo storico di Via Tasso – Roma)

Quel giorno un altro compagno della lotta clandestina, anche lui compagno di studi al Liceo Tasso, lo storico Ruggero Zangrandi, volle ricordare il suo amico Beppe con il seguente scritto, apparso sul giornale La Repubblica d’Italia il giorno dopo: “Quando domandai cosa era successo dei compagni, non riuscii a sapere di tutti. Di Lopresti seppi solo dopo alcuni mesi che era morto alle Ardeatine. Poi seppi il perché. Non dico che mi sorprese, perché la sorpresa non è più dei nostri anni. Mi colpì, tuttavia, la strada che aveva fatto. Lo avevo visto l’ultima volta, nella primavera del 1942, all’Università, sottotenentino in licenza esami. Parlammo un poco di politica, e capii che aveva capito da un pezzo, anche se parlava poco. Parlava sempre poco, per natura. Lo lasciai bruno, smilzo, alto ma quasi disarmato, pur nella bella divisa da ufficiale. Pensai che avrebbe camminato molto, ma che doveva armarsi. Ora mi sono detto quanto ha camminato, da quella mattina di primavera, per una strada che io avevo cominciato solo a percorrere: cospirazione, lotta clandestina, GAP. È saputo andare fino in fondo: via Tasso, la tortura, le Ardeatine. Restando sempre, io credo, oltre che taciturno, disarmato. Anche oggi, che gli danno la medaglia d’oro, Lopresti se ne sta nella povera bara, laggiù alle Fosse, scarno, disarmato – se fosse per lui – taciturno. Non è colpa sua se lo sentiamo parlare di più, dentro di noi, da due anni”.

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Giuseppe con la fidanzata Graziella

Claudio Pavone aveva detto dell’amico Giuseppe che aveva lasciato di sé una testimonianza non affidata a scritti, ma solo allo svolgimento esemplare della sua breve esistenza. In essa è anche compresa una delicata storia d’amore con Graziella Ferrero. La signora Graziella ha oggi 93 anni. Vive a Roma nel quartiere Testaccio. Vedova, è madre di due figli e nonna di tre nipoti. Custodisce caramente i ricordi della loro gioventù tragicamente stroncata. Oggi, si fa ancora accompagnare alle Fosse Ardeatine dalla nipote di Giuseppe Lopresti, signora Stefania, e lascia ogni volta sul sarcofago numero quattro un fiore.

La storia del nostro partigiano dimora certo nei ricordi di chi lo conobbe, ma essa, così densa di eventi e di sentimenti, come le storie di tanti altri partigiani, poco conosciute, quasi anonime, ha bisogno di essere memoria e diventare patrimonio delle nuove generazioni di partigiani, consapevoli del debito di riconoscenza verso chi ha sacrificato la propria vita, con l’impegno quotidiano di rigenerarla costantemente.

Carmine Nastri, dell’ANPI di Reggio Calabria