Giovanni Ardizzone
Giovanni Ardizzone

Da Torino a Milano. Milano è sede del Nuovo Canzoniere Italiano, il principale bacino di raccolta delle novità introdotte da Cantacronache: l’uso della canzone come vessillo politico (tra i primi a riproporre il tema resistenziale), come luogo di aggregazione, oltre che strumento per fotografare la realtà. Qui, dopo lo scioglimento del gruppo torinese, confluiscono Fausto Amodei, Michele Straniero e Sergio Liberovici, interessati a continuare gli studi già avviati sulla canzone popolare e politica. Qui anche Giovanna Marini si sta perfezionando nella ricerca etnomusicologica e in quel contesto li incontrerà. “Noi abbiamo l’eredità di Cantacronache”, dice, infatti. “Fu un’emozione continua per me conoscerli. Io ero già radicata a Milano con Ivan della Mea, Sandra Mantovani, negli anni della nascita del Nuovo Canzoniere Italiano”.

discoA partire dal 1962 questo movimento culturale dà vita a una rivista omonima, spettacoli, pubblicazioni discografiche, con l’obiettivo di riscoprire e riproporre la tradizione del canto sociale italiano, della protesta, del lavoro, della Resistenza, e con l’idea di ricostruire e narrare, attraverso quei canti, le vicende politiche e sociali del Paese, cercando di trarne una lettura differente e trasversale rispetto a quella ufficiale. L’intenzione è di “risvegliare a livello territoriale lo spirito di classe”, dirà Cesare Bermani.

Giovanna Marini
Giovanna Marini

E così, come racconta Giovanna Marini, vengono alla luce “canti degli anarchici, canti di lavoro, di osteria, di carcere, di donne, le ninne nanne, storie epiche antiche e moderne, tutto entrava in un mondo di cultura orale che rappresentava un nucleo fondamentale per gli studiosi e per chiunque avesse a cuore di mantenere il ricordo della storia passata come cosa viva, veramente vissuta, e non solo come costruzione letteraria. A organizzare questo lavoro fu un gruppetto di intellettuali riunito sotto l’etichetta della casa editrice Edizioni Avanti!, che pubblicò dischi, libri, e accanto alla quale nacquero il Nuovo Canzoniere Italiano e l’Istituto Ernesto De Martino”.

Vent’anni circa di lavoro (il 1980 viene considerato come il momento della fine dell’esperienza del gruppo), la cui discografia è raccolta da I Dischi del Sole, emanazione fonografica delle Edizioni Avanti! dedicata in gran parte alle documentazioni dirette, con registrazioni effettuate sul campo, in continuità con il lavoro precedentemente svolto da Gianni Bosio e da Ernesto de Martino.

Figure di riferimento sono, insieme a Roberto Leydi e Sandra Mantovani, l’«intellettuale rovesciato» Gianni Bosio. Con loro il Nuovo Canzoniere si fa centro di aggregazione di musicisti, cantanti, intellettuali che daranno il via a un processo di innovazione della canzone d’autore e soprattutto della canzone politica, ridando voce e significato al patrimonio culturale delle classi subalterne. La riproposizione fedele dei canti popolari, infatti, diventerà un vero e proprio strumento di intervento sociale.

Gianni Bosio
Gianni Bosio

“L’ipotesi di Gianni Bosio era questa”, scrive Giovanna Marini: “il popolo deve diventare cosciente della propria cultura. Le canzoni sono veicoli di cultura, comunque siano, qualsiasi provenienza abbiano. Se noi cerchiamo e troviamo queste canzoni e le riproponiamo alla gente, questa le riconoscerà, se ne re-impossesserà, perché scoprirà che le sono utili, esattamente come sono utili a noi, e prenderà via via sempre più coscienza del proprio potere. Allora cercherà di intervenire sulle scelte del potere politico, cercherà di guidare l’opinione pubblica”.

La cultura poteva anche venire dal basso, non solo dalle classi sociali colte e borghesi, e dunque anche il popolo, forte di questa consapevolezza, doveva agire e intervenire sulla vita politica del Paese.

“La cultura” diceva Palmiro Togliatti in quegli anni, “è una vastissima arena dove si combattono lotte accanite, tra chi vuole andare avanti e chi cerca di impedirlo, tra il nuovo e il vecchio, tra ciò che sgorga dall’animo popolare e ciò che tende a comprimere questo animo e impedire la liberazione continua di esso dalle vecchie oppressioni, superstizioni, paure”. La storia, la cultura come antidoto alle prevaricazioni sociali e politiche. La cultura come espressione di libertà.

Militano nel gruppo personaggi di spicco come Ivan Della Mea, Giovanna Marini, Giovanna Daffini, Alessandro Portelli, Cesare Bermani, Caterina Bueno e molti altri. Poco dopo sarebbero nate altre realtà musicali con simile impostazione: il Nuovo Canzoniere Veneto di Gualtiero Bertelli, il Nuovo Canzoniere Pisano, quello del Lazio, il Canzoniere delle Lame di Bologna, a Milano il Canzoniere Internazionale di Moni Ovadia e a Roma il gruppo dell’Armadio e il Canzoniere di Leoncarlo Settimelli.

Ivan della Mea
Ivan della Mea

Una delle voci più vive che emergono dall’alveo del Nuovo Canzoniere Italiano è certamente quella di Ivan Della Mea, personaggio singolare che nutre i testi delle sue canzoni delle molteplici esperienze come operaio in una fabbrica elettromeccanica, come fattorino, barista e poi redattore del giornale Stasera, e dello sguardo sulla precaria condizione dei lavoratori e delle persone comuni. Iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1956 non smise mai di intervenire criticamente sulle scelte del partito e sulle vicissitudini della politica italiana. L’album «Canti e inni socialisti», uscito nel 1962 in occasione del settantesimo anniversario della nascita del Partito Socialista Italiano, inaugura la collaborazione con il Nuovo Canzoniere e con i Dischi del Sole.

Sua è La ballata per l’Ardizzone (https://www.youtube.com/watch?v=fbx48_BMcNE) che racconta dell’uccisione, nel 1962, di uno studente comunista per conto della polizia. È una tra le tante che riannoda un filo. Una canzone che prosegue e rinnova la tradizione dei canti resistenziali, scritti in memoria dei caduti in battaglia, perché Giovanni Ardizzone è di nuovo un giovane partigiano, vittima del fascismo:

M’hanno detto che oggi la polizia

ha ammazzato un giovane per la via;

sarà stato, m’han detto, verso le sette,

a un comizio di lavoratori.

 Giovanni Ardizzone, era il suo nome,

di mestiere studente universitario,

comunista, amico dei proletari,

L’hanno ammazzato vicino al nostro Duomo.

 

Ed ecco il testo originale della canzone:

M’han dit che incö la pulisia

a l’ha cupà un giuvin ne la via;

sarà stà, m’han dit, vers i sett ur

a un cumisi dei lauradur.

Giovanni Ardizzone l’era el so nom,

 de mesté stüdent üniversitari,

 comunista, amis dei proletari:

 a l’han cupà visin al noster Domm.

La scrive in dialetto milanese perché quella è la lingua del popolo, ed è così, con parole semplici e accompagnate da una musica da ballata che si celebra la morte di un giovane. Un altro, di cui ripetere e ricordare nome e cognome. Come Per i morti di Reggio Emilia, il richiamo all’identità delle vittime è una lapide affissa a un muro ideale a ricordo dei morti di una guerra mai conclusa.

Quando viene ucciso, Giovanni Ardizzone è uno studente universitario di 21 anni, militante comunista, iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano.

Viene ucciso sabato 27 ottobre 1962, a seguito di una manifestazione pacifista indetta dalla CGIL di Milano contro l’aggressione degli Stati Uniti a Cuba.

E i giornali di tutta la terra dicevano:

Castro, Kennedy e Kruscev;

e lui gridava: Sì alla pace e no alla guerra;

e con la pace in bocca è morto.

In via Grossi i poliziotti coi manganelli,

venuti da Padova specializzati in dimostrazioni,

hanno attaccato, con le jeep, un carosello

e con le ruote han schiacciato l’Ardizzone.

 

Ancora il testo originale della canzone:

E i giurnai de tüta la téra

diseven: Castro, Kennedy e Krusciòv;

a lü ‘l vusava: “Si alla pace e no alla guerra!”

e cun la pace in buca a l’è mort.

In via Grossi i pulé cui manganell,

vegnü da Padova, specialisà in dimustrasiun,

han tacà cunt i gipp un carusel

e cunt i röd han schiscià l’Ardissun.

Un testimone, come riportano Nanni Balestrini e Primo Moroni, così descrive i fatti:

“La sensazione che lo scontro con la polizia ci sarebbe stato era ormai diffusa convinzione e quando l’abbiamo vista schierata c’è stato un leggero sbandamento, ma poi al momento della carica si sono formati tanti gruppi compatti sotto i portici di via Mengoni e in via Mercato […]. Il giorno di Ardizzone la polizia l’abbiamo respinta per tre-quattro ore. Giovanni Ardizzone è stato ucciso proprio da una di queste camionette che facevano i ‘caroselli’ rasentando i marciapiedi pieni di gente. [I poliziotti] stavano sulle jeep lanciate a tutta velocità, alcuni di loro tenevano un altro per la vita mentre si sporgeva fuori dalla jeep facendo ruotare il manganello, così quelli che beccava gli spaccava i denti e la testa”.

Un copione ormai noto: all’ordine di disperdere i manifestanti, le camionette dei poliziotti si gettano contro il corteo e un giovane viene investito. Giovanni Ardizzone muore poco dopo in ospedale. Fatale incidente, si dirà. Non era il primo, non sarà l’ultimo.

Il suo ritratto, con alcune corone floreali, quella notte verrà collocato nel Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza.

Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli