Si canta la canzone partigiana sotto le finestre del vicesindaco (da https://video.lanuovaferrara.gelocal.it/locale/ferrara-bella-ciao-cantata-sotto-le-finestre-del-vicesindaco/116899/117409)

Ferrara. «I bambini lasciateli fuori dalle vostre ideologie politiche, dalle vostre turbe mentali! A Estate Bambini l’associazione Carpemira ha radunato bimbi al proprio stand ed ha intonato assieme ai bimbi Bella ciao» tuona sulla sua pagina social il vicesindaco di Ferrara Nicola Lodi del partito della Lega, definendo il fatto «una vergognosa iniziativa canora». E promette di portare la vicenda in Consiglio comunale. Lo scrive proprio l’8 settembre, data in cui si ricorda la divulgazione dell’armistizio fra Italia e Alleati stipulato il 3 settembre 1943. La guerra non era finita. L’Italia, di fatto, era occupata dai tedeschi.

In risposta a queste gravi affermazioni, due giorni dopo, circa duecento persone – alcune con i loro bambini – si sono incontrate in piazza Savonarola per intonare il canto sotto accusa sotto le finestre del municipio, amministrato dal 26 maggio scorso dal sindaco Alan Fabbri. Anche molti passanti si sono uniti al coro. A invitare i cittadini presenti ci ha pensato il GAD Ferrara (gruppo anti discriminazioni), che nel suo comunicato scrive: «Il vicesindaco espone privati cittadini o rappresentanti politici delle forze di opposizione alla berlina dei suoi fedeli. Non passa giorno in cui non utilizzi i suoi canali social per alimentare odio verso chi è diverso da lui per qualche ragione. Solo i fascisti hanno paura di Bella ciao».

Eppure appena qualche giorno prima, il nuovo governo nazionale aveva dato un messaggio importante attraverso la visita, a Roma, al Museo della Liberazione di via Tasso, del neoministro della Cultura, Dario Franceschini: «Basta odio, basta trasformare la paura in odio come è stato fatto nel periodo in cui Salvini è stato ministro dell’Interno. Questo governo parte da qui» aveva affermato.

Una significativa istantanea di Nicola Lodi, leghista e vicesindaco di Ferrara (da https://www.estense.com/?p=777326)

Eppure il vicesindaco Lodi ha giurato sulla Costituzione che, tra i tanti valori, ha l’antifascismo. L’articolo 1 sancisce che la nostra è una Repubblica democratica. Dunque governata da molti e non da pochi, con la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. E già questo basterebbe per dire che la Costituzione è il netto contrario di ogni forma di autoritarismo. Bella ciao rappresenta proprio questo: il movimento della Resistenza di uomini e donne che imbracciarono le armi e perso la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo.

È un canto popolare intonato a ogni latitudine e tradotto in 45 lingue. Di recente, è stato reinterpretato anche da Tom Waits e Steve Aoki, artisti di fama mondiale. Ma la sua nascita è un gomitolo di intrecci difficile da dipanare. Secondo lo storico Carlo Pestelli, già nel 1944 ci furono le prime versioni nel modenese, nelle carceri di Torino dove venivano rinchiusi gli antifascisti ed era cantata anche dai partigiani abruzzesi nella Brigata Maiella che risalivano il Paese con l’esercito alleato. «Ho sempre pensato che la capacità di un canto di suscitare adesione, emozione e coinvolgimento sia la prova provata dell’universalità della condizione umana al di là di confini, nazioni, sistemi di governo e persino delle differenze culturali e delle lingue che pure rappresentano l’espressione della bellezza e del genio molteplice di una comune appartenenza antropologica e di un solo destino: il destino condiviso della passione per il valore della libertà», scrive il musicista e scrittore Moni Ovadia nella prefazione di Bella ciao. La canzone della libertà di Pestelli (ADD Editore, 2016).

Dopo aver cantato Bella ciao in piazza Savonarola, i partecipanti hanno posto un fiore dinanzi le mura del Castello Estense, a poche decine di metri dalla piazza, dove una targa ricorda la fucilazione del 15 novembre 1943 di 11 oppositori al regime, come rappresaglia per l’uccisione, due giorni prima, a colpi di pistola, del federale Igino Ghisellini. Non si sciolsero mai i dubbi rispetto al motivo di quella morte: troppi erano i nemici. Il fatto che l’assassinio fosse avvenuto nell’auto del federale, e che quindi la vittima dovesse conoscere il suo carnefice, non bastò ad approfondire le indagini. Pubblicamente però, da parte dei repubblichini di Salò vi fu subito l’attribuzione del fatto “ai ribelli antifascisti” e la ritorsione.

Lapide in memoria di alcuni degli 11 Martiri di Ferrara

«Erano undici: riversi, in tre mucchi lungo la spalletta della Fossa del Castello, lungo il tratto di marciapiede esattamente opposto al caffè della Borsa e alla farmacia Barilari: e per contarli e identificarli, da parte dei primi che avevano osato accostarsi (di lontano, non parevano nemmeno corpi umani: stracci, bensì, poveri stracci o fagotti, buttati là, al sole, nella neve fradicia), era stato necessario rivoltare sulla schiena coloro che giacevano bocconi, nonché separare l’uno dall’altro quelli che, caduti abbracciandosi, facevano tuttora uno stretto viluppo di membra irrigidite». Così lo scrittore Giorgio Bassani ricorda il tragico avvenimento in Una notte del ‘43. Bassani fu oppositore al regime insieme agli intellettuali Ugo La Malfa, Cesare Gnudi e Giuseppe Dessì, tanto che nel 1943 fu arrestato dalla polizia politica segreta fascista, l’OVRA, e recluso nel carcere di Ferrara.

«Il primo eccidio di guerra civile in Italia», è scritto su un grande pannello nella sala espositiva del Museo del Risorgimento e della Resistenza della città, in riferimento ai fatti del 15 novembre 1943. Divise, bracciali tricolori appartenuti ai partigiani della 35ª Brigata d’assalto – organizzata dal partigiano Bruno Rizzieri, Medaglia d’Oro VM alla memoria, che dopo la sua morte, prese il suo nome – tessere di partito e bandiere del Comitato di Liberazione Nazionale. Un manifesto ingiallito dal tempo riporta un avviso redatto dalle autorità occupanti, italiane e tedesche, affisso in città dopo alcune esplosioni notturne a seguito delle quali, «si sono limitate ad inviare nei campi di concentramento un gruppo di elementi sovversivi».

Un altro grande pannello riporta la testimonianza di Matilde Bassani Finzi, cresciuta in una famiglia ferrarese di ebrei antifascisti. A grandi lettere rosse spicca la sua affermazione più celebre: «Ho succhiato latte e antifascismo». Anche Bassani Finzi venne arrestata nel ’43 a seguito dell’affissione in città di manifesti in ricordo del deputato socialista Giacomo Matteotti, nell’anniversario della sua uccisione.

Ferrara, Museo cittadino del Risorgimento e della Resistenza, la statua Fucilato

Una bambina osserva minuziosamente le teche con alcuni cimeli. Ha vivaci occhi castani e un ciuffo ribelle su un lato della fronte, fuori dalla coda che raccoglie i capelli. Non avrà più di dieci anni. Qualche passo e si ferma di colpo davanti alla scultura Fucilato, realizzata nel 1976 dall’artista Umberto Arvieri: un uomo in ginocchio, il capo penzoloni, le mani legate dietro la schiena. L’altezza del supporto su cui è posta la statua fa sì che la bambina si trovi faccia a faccia con l’opera. Segue qualche attimo di esplorazione dei dettagli. Poi si gira verso la mamma e il papà e chiede: «È un partigiano?» I genitori annuiscono. Mentre si dirigono tutti e tre verso l’uscita, la bambina, trotterellando, intona: «O partigiano portami via…».

Mariangela Di Marco, insegnante