Era Piero Gobetti a definire il fascismo l’autobiografia della nazione, avversando l’idea che quella dittatura fosse una pura e semplice parentesi, come invece pretendeva la scuola liberale dei Bonomi e dei Croce. Un’autobiografia che rivelava i vizi profondi della nazione, nell’irrisolto confronto tra le opportunità della crescita e della liberazione (civile, politica, sociale) e i rischi permanenti di derive autoritarie, già emerse alla luce del sole nel corso della crisi italiana di fine Ottocento. Mussolini, insomma, disvelava il volto peggiore di un Paese ancora alla ricerca di un proprio destino e di una propria stabilità democratiche; un’interpretazione ereditata dalla cultura liberalsocialista dei Rosselli e dei Lussu, incarnata poi dall’esperienza partigiana dell’azionismo che, conseguentemente, leggeva la Resistenza come vera e propria resa dei conti con l’altro italiano in camicia nera, una guerra civile prim’ancora che una lotta di classe o di liberazione dallo straniero tedesco.

Cuore partigiano di Vincenzo Calò (I perché di una scelta ancora attuale, 4 punte, Roma, 2026) ha molto a che fare con questo approccio interpretativo. In apparenza è il racconto di un frammento esistenziale, per quanto importante e per quanto ispirato all’emblematica vicenda umana di Ferdinando De Leoni (romano, poco più che diciottenne alla proclamazione dell’armistizio, partigiano lungo la linea Gotica fino al dicembre 1944, poi importante dirigente dell’ANPI nel dopoguerra). In realtà, l’autore usa il parziale per approfondire l’universale, trasformando il racconto biografico in una metafora, drammatica e irrisolta, della guerra civile italiana ed europea. Il suo tratteggio narrativo, infatti, è accompagnato da una costante riflessione sul contesto più generale di un conflitto mondiale che mostrava un volto assai diverso del tradizionale confronto tra Stati sovrani, imponendosi invece come una sorta di resa dei conti continentale che trascinava, sovrastava e metteva in discussione le vecchie appartenenze nazionali, alimentando in ogni dove collaborazionismi o rivolte partigiane.

Ferdinando De Leoni, al centro in piedi (ANPI Roma)

Era il carattere di una guerra civile europea destinata a marcare la coscienza di ogni singolo individuo e a indicare, in maniera decisiva, le differenze e il senso di marcia del nostro avvenire individuale e collettivo. In questo senso, per De Leoni «la vittoria più grande» non poteva che essere che il «mostrare di non essere come loro, di essere diversi» (p. 189). In altri termini, costretti a combattere e a uccidere, i resistenti rivendicavano, però, di non essere diventati degli assassini come i brigatisti neri o le SS di Walter Reder; restavano esseri umani, anche se costretti a compiere scelte dolorose e senza darla mai per «vinta a chi voleva strappargli l’anima dal petto» (246)».

Da memo.anpi.it (foto Giovanni Baldini, 2024)

Sembra di sentir risuonare le parole che Hemingway in Per chi suona la campana? quando invitava alla chiarezza delle intenzioni, perché altrimenti non si aveva il diritto d’imbracciare un fucile e di usarlo contro un proprio simile: «poiché sono tutti delitti e nessun uomo ha il diritto di togliere la vita ad un altro a meno che non sia per impedire che qualcosa di peggio accada ad altri uomini».

Il numero dell’8 agosto 1938 della rivista “La difesa della razza”

Era uno spartiacque ben chiaro nella lotta partigiana, il frutto conseguente delle ragioni che avevano spinto una generazione a prender parte, a partire dal rifiuto delle leggi razziali, con tutto il loro portato di odio, militarismo e intolleranza nazionalista. Le stesse le leggi e lo stesso portato che avevano espulso una compagna di scuola ebrea dall’orizzonte quotidiano di Ferdinando, un amore immaturo e mai esplicitamente confessato, ma decisivo nella maturazione della sua personalità.

Ferdinando De Leoni (foto ANPI Roma)

Difatti, era questa Lei, probabilmente scomparsa nel vortice assassino della deportazione e dei campi di sterminio, ad assumere la forma simbolica di una scelta di vita, fino a diventare un «angelo custode» (210), una presenza costante nel percorso partigiano di Ferdinando, la testimone di una civiltà negata e calpestata che, però, lo salvava ogni giorno, ribadendo la posta in gioco della guerra. Un ulteriore merito del libro di Calò è quello di raccontarci con estremo rigore, in linea con le acquisizioni della più recente e solida ricerca storica, il carattere di una lotta partigiana talvolta contraddittoria, ma sempre ricca di spunti, plurale, irriducibile a uno schema interpretativo milanocentrico (per citare Enzo Forcella): Resistenze che dovevano fare i conti con una molteplicità di apporti politici e ideali non riconducibili a una sola matrice, tanto da coinvolgere ispirazioni ideali tutt’altro che omogenee e facendo giustizia di una lunga e sbagliata serie di rimozioni.

Processi alla Resistenza, il dirigente comunista e partigiano Luigi Longo visita i partigiani incarcerati (archivio fotografico ANPI nazionale)

È così che lungo il percorso partigiano di De Leoni – poco più di un anno sulla carta, un’intera vita nell’esperienza concreta della guerra – incontriamo uomini e donne, settentrionali e meridionali, laici e religiosi, repubblicani e fervidi monarchici, spesso legati alla corona e alla bandiera da un saldo giuramento di fedeltà (come i «sei carabinieri, comandati da un brigadiere che prenderà il nome di battaglia di “Loreto” […] soldati eccezionali», p. 121). Tutti temi e protagonisti a lungo sottovalutati, o addirittura dimenticati nel racconto tradizionale del 1943-1945; anche – per dirla con Giorgio Rochat – in ragione di una sorta di comprensibile riflesso difensivo degli ex partigiani, messi sotto assedio negli anni più difficili della Guerra Fredda, quando la Costituzione era messa nel congelatore e perfino il 25 Aprile era consumato nel disinteresse delle istituzioni, vagheggiando la messa fuori legge delle forze politiche che avevano dato il maggior contributo nell’organizzazione delle bande della Resistenza.

Insomma, Cuore partigiano è per davvero «la storia di tanti» (12), di tutti quelli, in armi o senza le armi, che il destino ha posto di fronte alla necessità di una scelta dirimente, costringendoli a fare e i conti con rotture e drammi, a prendere parte per difendere la dignità umana, sapendo di doverne pagare tutte le conseguenze. È anche la storia di una generazione delusa dagli esiti della guerra civile che non epurava il fascismo, ma che, anzi, lo deresponsabilizzava e riassorbiva nei ranghi del potere e delle professioni con fin troppa indulgenza.

L’assemblea nazionale dei giovani dirigenti ANPI. In prima fila (il secondo da destra) Vincenzo Calò

La stessa generazione, tuttavia, alla quale dobbiamo la Costituzione della Repubblica, conquistata combattendo a viso aperto, ma che nel farlo «ha preferito la battaglia delle idee […] ha scelto lo strumento della lealtà. Ha colpito duro, ma non ha più odiato. Ha vinto, ma non ha umiliato […] ma non ha imposto a nessun altro essere umano la sua legge. Ha gridato forte il suo dolore, ma non ha reso schiavi i suoi carnefici» (p. 246). A quelle successive tocca il compito di ricordare ciò che è stato, rimarca Calò, per difenderne le conquiste e, in fin dei conti, provare a essere degni di quel retaggio, quando la campana è suonata e fu necessario rispondere al suo appello.

Gianni Cerchia, professore ordinario di Storia contemporanea – Università degli Studi del Molise

 


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