Nostra patria è il mondo intero,
nostra legge è libertà
Pietro Gori
“Canti anarchici. La canzone anarchica in Italia tra storia sociale e impegno politico” è il titolo della giornata di studi, a cura di Enrico Acciai, Gemma Bigi, Mariamargherita Scotti, Claudio Silingardi, tenutasi a Reggio Emilia sabato 29 novembre, che ha visto la partecipazione di numerosi studiosi e divulgatori. Tra gli approfondimenti quello, a cura di chi scrive, sul recupero del canto anarchico tra Cantacronache e Nuovo canzoniere italiano. Attraverso la produzione discografica di queste due esperienze musicali e culturali, nel periodo tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta si può cogliere, infatti, un incessante lavoro che ha visto diverse figure di studiosi e ricercatori setacciare le aree in cui la dottrina anarchica ha lasciato più tracce (Toscana, Marche) ma anche territori meno circoscritti, al fine di testimoniare la persistenza nella memoria e nel ricordo di un repertorio della protesta suggestivo e ricco di spunti.
La ricerca rivela inoltre quanto quell’interesse non fosse solo documentario ma anche volto a riconoscere la validità di certe istanze ritenute anche allora assolutamente attuali e valide. Le molteplici incisioni fanno emergere un vasto e prezioso canzoniere restituito dalle voci più significative del folk revival, tra informatori e autentici portatori di cultura popolare, ma anche interpreti più colti mossi dal proposito di divulgare tale patrimonio. Proprio negli anni a partire dal tentativo tambroniano di imporre politiche reazionarie di deriva fascista, fino alle rivolte di piazza che hanno visto frange di popolazione impegnate nelle lotte per i diritti civili, questo repertorio si è fatto da reperto inciso su nastro a inno collettivo, protesta cantata a ogni latitudine, nei contesti in cui è stato necessario affermare un principio, un’aspirazione collettiva, un diritto. La voce delle donne, in particolare, ha scosso fortemente gli animi, alla testa di un ideale corteo, diretto verso riscatto ed emancipazione. Sono state in prima fila non solo come interpreti ma anche come studiose, esploratrici, ricercatrici sul campo e divulgatrici sensazionali. Guide per niente incerte.
Si ripercorre dunque, soprattutto attraverso gli ascolti, un repertorio a tutt’oggi suggestivo, capace di emozionare per il raffinato stile letterario di numerosi testi e per l’utilizzo di melodie popolari di forte presa. Cantacronache è il punto di partenza di questo viaggio, il collettivo torinese che si distinse sul finire degli anni Cinquanta per aver generato una canzone nuova, originale, ispirata ai fatti di cronaca e al risveglio dei valori resistenziali, ma anche per essere stato tra i primi a dedicarsi al recupero di canti popolari, reperti di cultura orale di natura politico-sociale.

È una forma di baratto la scintilla che dà l’avvio all’attività di ricerca, ne parlava Fausto Amodei in un’intervista raccolta a Reggio Emilia il 7 luglio 2010: “C’è stata una specie di baratto tra noi Cantacronache e il pubblico anziano delle Case del popolo, delle Cooperative, delle Società di mutuo soccorso dove andavamo a cantare le nostre canzoni, che erano canzoni di cronaca, di storia e di situazioni concrete. Questi anziani già lo facevano diverso tempo prima: noi cantavamo la morte di Matteotti – ci dissero – il crack delle banche di Roma del 1897, l’uccisione di Sante Caserio, lo sciopero di Parma. Per cui a un certo punto, grazie a loro, abbiamo riscoperto tutto il repertorio del canto sociale italiano, attorno a cui poi si è avviata una nuova ricerca sul campo”.
Aggiungeva Emilio Jona, intervistato a Torino il 21 ottobre 2010: “Abbiamo cominciato a raccogliere canti popolari come i canti contro la guerra del 15-18, canti di lavoro, di lotta, canti repubblicani, socialisti, comunisti, anarchici. Abbiamo cominciato a portare fuori dal dimenticatoio questo materiale molto interessante da studiare soprattutto per il linguaggio” (Chiara Ferrari, Politica e protesta in musica, p.91). L’interesse specifico di Jona, con Sergio Liberovici li portò a concepire, per Italia Canta, una collana discografica, Canti di protesta del popolo italiano, con il progetto di riscoprire un repertorio che definivano della protesta e che in particolare riguardava canzoni di ispirazione anarchica e socialista.
In totale uscirono tre dischi, i primi due nel 1960, l’ultimo più avanti, nel 1965, l’esperienza Cantacronache si era conclusa, ma non la collaborazione tra Jona e Liberovici che continueranno in coppia o individualmente a interessarsi di ricerca sul campo e di cultura popolare. Tutti i membri del collettivo furono coinvolti: come interpreti, come arrangiatori, come trascrittori di musiche o di testi, come accompagnatori musicali, come ricercatori sul campo.
Osservandoli oggi, il primo disco si presenta con la copertina di Lucio Cabutti (artista e grafico torinese, che curerà tutta la serie) composta di immagini tratte da l’Avanti! del 14 aprile 1920 insieme a un disegno di Giuseppe Scalarini. Questi (Mantova, 29 gennaio 1873 – Milano, 30 dicembre 1948) sarebbe diventato tra i maggiori caricaturisti e disegnatori satirici italiani, tra i primi creatori della vignetta satirica politica. È interessante far notare come anche in questo progetto si esplicita una delle prerogative di Cantacronache, quella di essere stato centro gravitazionali di artisti provenienti da molteplici aree della creatività: non solo musicisti, cantanti, attori, poeti, scrittori, ma anche grafici, pittori, disegnatori. Nel retro di copertina gli autori definivano le specificità della canzone di protesta, volta a “denunciare e a cantare in modo più o meno velleitario, più o meno consapevole le ingiustizie sociali e l’esigenza di libertà (…)” mentre i curatori si ponevano l’obiettivo di “rompere l’inspiegabile silenzio su questo argomento offrendo un scelta antologica di canzoni popolari anonime o su testi d’autore (riprodotte in trascrizione di Sergio Liberovici o in registrazione originale)” attivando una ricerca condotta tenendo a mente il valore “letterario musicale ed insieme storico documentario dei testi, la loro presa, il loro interesse oggi, nonché la loro capacità di dare un’immagine, anche se parziale e particolare, del tempo in cui furono cantate”.
Una raccolta, dunque, di canzoni di ispirazione anarchica e socialista nate tra il finire dell’Ottocento e il 1924. Canzoni che evidentemente avevano ancora messaggi da lanciare nel momento in cui curatori ed editore decidevano di divulgarle.
A inaugurare la collana nell’album Canti di protesta del popolo italiano 1 è forse il canto più celebre del repertorio anarchico, ovvero Addio a Lugano: parole di Pietro Gori, presentata nella trascrizione musicale di Sergio Liberovici, interpretata da Edmonda Aldini accompagnata da Fausto Amodei. I curatori decidevano di coinvolgere una interprete di una certa caratura, cantante e attrice di raro spessore in quel momento impegnata al Piccolo Teatro di Milano con un’opera di Brecht, Schweyk nella seconda guerra mondiale, dunque perfettamente in linea con quelli che erano i riferimenti culturali del collettivo, nato su ispirazione del teatro epico brechtiano con le musiche di Kurt Weill.
Tra i titoli si possono poi ascrivere al repertorio anarchico: Crack Delle Banche (i curatori indicano anonimo, il testo ma è attribuito a Ulisse Barbieri) interpretata da Michele L. Straniero, accompagnato da Fausto Amodei, trascrizione di Sergio Liberovici. Canto entrato nel repertorio canoro dell’anarchismo, più volte pubblicato nei canzonieri libertari in Italia e in America. Delinquenza – Delinquenza (testo anonimo), interpretato da Fausto Amodei, canto ricostruito grazie alle memorie di Agostino Raimo di Canosa di Puglia, conservate presso l’Archivio della Famiglia Berneri di Reggio Emilia. Raimo, contadino, schedato dalla polizia fascista come comunista (molti anarchici venivano schedati come comunisti e socialisti) venne spedito al confino di Ventotene nel 1933, dove incontrò numerosi altri anarchici con i quali ordì una serie di scioperi.
In Canti di protesta del popolo italiano 2, gli autori chiarivano le motivazioni del piano. I canti proposti erano ritenuti utili per conoscere la recente storia del Paese dalla voce di cantori popolari; per conoscere la condizione operaia e contadina di 50-70 anni prima, le repressioni spietate, gli esili, gli scioperi, le condanne anche per semplici reati d’opinione, o il contrastato intervento italiano nella prima guerra mondiale; per ascoltare il lamento della protesta di mondine e tessitrici, il grido pacifista in piena guerra patriottica 1915-18, l’invettiva anarchica. Per conoscere dunque l’altra faccia della storia, “una storia meno ufficiale, meno idilliaca e a lieto fine di quella appresa sui banchi di scuola, ma certo più corrispondente alla complessa realtà delle lotte, delle trasformazioni economico-sociali in atto e nel formarsi dello stato italiano”.
Tra i canti più riconducibili al repertorio anarchico si trovano: il celebre Inno della rivolta composto da Luigi Molinari, avvocato e propagandista anarchico condannato a una lunga pena detentiva implicato nei moti di Carrara del 1884. Lo canta Michele Straniero da una versione raccolta dall’informatore torinese C. Sacchetti, accompagnato da Fausto Amodei, nella trascrizione musicale di Sergio Liberovici. Lo si ascolta dalla ripubblicazione, nel 1971, della casa discografica Albatros, a cura di Roberto Leydi.
E l’Inno individualista: testo e musica di anonimo, trascritto da Sergio Liberovici, raccolto a Bologna, restituito da Amodei. Inserito in diversi canzonieri anarchici, ne riporta vari richiami: a Bresci che nel 1900 compiva l’assassinio del re Umberto I per vendicare le vittime che a Milano caddero sotto il piombo dei cannoni di Bava Beccaris; a Ravachol ghigliottinato nel 1892 per atti dinamitardi, a Montjuch, prigione di Barcellona dove venne fucilato il pedagogista anarchico Francisco Ferrer, all’America dove nel 1887 vennero impiccati i martiri di Chicago, quattro sindacalisti anarchici organizzatori degli scioperi per la conquista delle otto ore di lavoro.
Il terzo disco edito nel 1965, tra le canzoni anarchiche presenta due canzoni di Pietro Gori “quasi famose – scrivono i curatori – cinquanta-sessanta anni orsono, ricche e ancor vive di romantica passione civile”. Si tratta di Amore ribelle, cantata da Fausto Amodei sulla trascrizione di Sergio Liberovici, desunta da un informatore torinese, Carlin Gagne,
e Stornelli d’esilio (scritto da Gori dopo l’espulsione dalla Svizzera a seguito dell’attentato di Caserio a Lione, sulla base musicale di una canzone toscana La figlia campagnola) interpretata da Margherita Galante Garrone (Margot) accompagnata da Fausto Amodei. Tra le figure più indecifrabili e meno etichettabili nel panorama delle interpreti di canto popolare Margot esordì con Cantacronache e ne sposò la causa, incidendo numerosi canti di protesta politica e sociale, adottando la tecnica di canto brechtiano, viaggiò nella Spagna franchista a ricercare canti della nuova Resistenza spagnola, si dedicò poi a una carriera solista come autrice, compositrice in collaborazione con Virgilio Savona e con le edizioni I Dischi dello Zodiaco, con cui nel 1977 partecipò all’album Al gran verde che il frutto matura. Canti anarchici di Pietro Gori, confermando l’adesione a questo repertorio.
Conclusa l’esperienza Cantacronache l’interesse di Emilio Jona e Sergio Liberovici per la ricerca di canti popolari proseguì in una collaborazione molto fruttuosa che terminò solo con la scomparsa di Liberovici nel 1991 e che a partire dagli anni Sessanta li condusse su una strada non ancora battuta, al di fuori delle rotte del Nuovo Canzoniere Italiano, verso la realizzazione di importanti progetti editoriali, discografici e teatrali. Tra questi È arrivato Pietro Gori anarchico pericoloso e gentile, spettacolo che tratteggiava la storia breve e avventurosa di quell’avvocato, descritto come “militante anarchico, poeta e scrittore, umanista generoso, che era stata una figura estremamente popolare nella Toscana degli anni attorno al 900”.

Lo spettacolo, testo di Emilio Jona, regia di Massimo Castri, musica di Sergio Liberovici, fu portato in scena dalla Compagnia della Loggetta nella stagione 1974-1975 al Teatro Santa Chiara di Brescia. L’iniziativa consisteva nel comporre e nel realizzare insieme un “fatto” teatrale su-attorno Pietro Gori. In linea con le forme di teatro attivo di quegli anni gli autori intendevano costruire lo spettacolo su-attorno al personaggio protagonista invitando gli autori-ricercatori e gli attori a radicare il loro lavoro nel territorio in cui lo spettacolo veniva realizzato e distribuito, attivando un particolare e del tutto inedito rapporto con le collettività locali, chiamandole a collaborare portando notizie, ricordi, canzoni, scritti, documenti, fotografie riguardanti in qualche modo Pietro Gori e la vita sociale di quegli anni (Massimo Castri, Emilio Jona, Sergio Liberovici, Introduzione alla metodologia della ricerca).
Successivamente, sul versante della produzione discografica, i due autori realizzavano Il 29 luglio del 1900 (I Dischi del sole, 1972), una ricerca a grandissimo spettro su materiali di varia tipologia, per ricostruire la storia di un regicidio, i cui protagonisti Umberto I e Gaetano Bresci erano visti con gli occhi oppositivi della borghesia e del proletariato.
Il disco nasceva da una ricerca sul campo ad ampio raggio che univa racconti sulla figura di Bresci: canti, interviste, aneddoti, documenti, testimonianze per realizzare un grande racconto collettivo composto da una molteplice varietà di voci, appartenenti a diversi strati sociali, in diverse parti d’Italia. Tra i documenti più interessanti le cartoline illustrate spedite da un militante dell’Illinois sequestrate alla questura di Torino catalogate come stampa sovversiva; il ritratto di Bresci con l’annuncio di vendita su carta di lusso in grande formato; bottoni con l’effigie dell’anarchico, testimonianze di stima e ammirazione da parte degli anarchici di New York dove Bresci aveva vissuto, venerato come un eroe che “insegnò ai codardi come si puniscono gli assassini del popolo”.

Se l’avventura politico-musicale di Cantacronache termina in un tempo molto breve (1958-1962) è stato il Nuovo Canzoniere Italiano a raccoglierne l’eredità, soprattutto nel prosieguo dell’attività di ricerca sul campo di reperti di cultura orale, ascrivibili alle varie tipologie di canto politico, sociale, del lavoro, della protesta, dell’emigrazione. Il canto anarchico continuava a suscitare ampio interesse all’interno del movimento milanese composto da interpreti e musicisti oltre che studiosi e ricercatori. Tra questi Cesare Bermani che ricordava quanto in particolare le canzoni di Gori fossero molto presenti nella memoria collettiva: “Nel 1962 – scriveva – quando il Nuovo Canzoniere Italiano aveva cominciato le proprie ricerche sui militanti di base, una delle cose che più mi colpivano era la diffusione che continuavano ad avere diverse canzoni di Gori. Fatte proprie anche dai canzonieri socialisti e comunisti precedenti l’avvento del fascismo, per lo più da cantarsi su arie di canzoni popolari, di inni, di brani operistici assai conosciuti, questi canti continuavano ad essere cantati anche da vecchi militanti del Psi e del Pci con un trasporto che rivelava spesso la loro adesione ai contenuti di testi e a determinate idee germinate sul suolo libertario, che essi non ritenevano in contraddizione con la loro milizia politica in partiti che si richiamavano al marxismo. Le canzoni di Gori erano insomma entrate stabilmente nella tradizione proletaria, e potevo ora anche spiegarmi come mai alcuni anni prima il senatore socialista Camillo Pasquali, già sindaco assai popolare di Novara, avesse voluto che ai suoi funerali, svoltisi nel marzo 1956, un coro cantasse Il primo maggio, forse dopo Addio a Lugano la canzone più diffusa di Gori” (Cesare Bermani, rivista Anarchica anno 11 nr. 89 febbraio 1981).
A partire dal 1962 I Dischi del Sole prodotti dalle edizioni Avanti! si facevano promotori di una collana a cura di Roberto Leydi, dedicata ai canti anarchici. Usciranno tre dischi per la serie “Canti politici e sociali” in continuità con la produzione precedente di Cantacronache, anche per la presenza di Fausto Amodei e di Michele Luciano Straniero. Nel primo album (Canti anarchci 1, I Dischi del Sole, 1963) Roberto Leydi si soffermava ad analizzare le ragioni della persistenza del repertorio anarchico tra i più ricchi ed emozionanti del “nostro” repertorio politico-sociale, tra i più stabili nella memoria.
Da un lato faceva notare il carattere che sempre ebbe il movimento anarchico, sostanzialmente settario, composto cioè di gruppi chiusi spesso localizzati in aree geograficamente circoscritte (Toscana, Marche) all’interno dei quali il canto rappresentava uno strumento di coesione, di memoria, di conservazione, secondo modalità tipiche delle minoranze. Metteva inoltre in evidenza il carattere quasi sempre ideologico dei canti anarchici. Mentre il canzoniere socialista era prevalentemente composto di canti d’occasione, determinati cioè da situazioni contingenti di lotta, quello anarchico offriva per lo più l’esposizione di idee e di principi senza tempo, sempre validi. Altro aspetto che Leydi metteva in luce era la migliore qualità letteraria e musicale del canzoniere anarchico, rispetto a quello socialista (il quale era specchio fedele dei più autentici sentimenti popolari, colti a livello di civiltà contadina). “Si poteva dunque riconoscere nell’espressività anarchica più l’atteggiamento artigiano che rurale e quindi una prevalenza di modi urbani e semi-colti (o addirittura colti, come nel caso delle pagine più belle di Pietro Gori) su quelli spontanei”. Non era un caso, per esempio, che il canzoniere anarchico fosse esclusivamente in lingua, mentre quello socialista composto nella forma più labile del dialetto.

Anche questa collana viene inaugurata col canto più famoso di Pietro Gori, Addio a Lugano che si racconta sia stato cantato dai tredici italiani durante l’espulsione da Lugano. Trascrizione e armonizzazione di Fausto Amodei, a interpretarlo è il gruppo del NCI, ovvero Fausto Amodei, Michele L. Straniero e Sandra Mantovani. Sandra Mantovani, definita da Giovanna Marini la “grande madre”, fu la prima a occuparsi dello studio dei repertori popolari, cercando di apprendere anche i modi del canto, studiano l’emissione, la postura dei cantori autentici nell’intenzione di restituire nel modo più filologico possibile lo stile del loro canto. È stata una ricercatrice, una studiosa, docente di etnomusicologia all’accademia Paolo Grassi, tra le voci più attive nel movimento del Nuovo Canzoniere Italiano.
L’album presenta anche due stornelli anonimi registrati da voci di informatori, militanti dell’anarchismo toscano che restituiscono il modulo classico dello stornello autenticamente popolare: Foresto Ciuti registrato nel circolo anarchico di Pisa sotto un enorme ritratto di Gori, tra gli animatori della Federazione anarchica pisana o Fap, gruppo storico dell’anarchismo pisano, e Augusta Antonelli, registrata a Livorno. Gli stornelli, registrati dal vivo, celebrano Pietro Gori ed Enrico Malatesta in modo semplice e diretto, dimostrando la popolarità di queste due figure tra gli anarchici toscani e la persistenza del loro ricordo.
La Colonia Cecilia viene presentata come documento pressoché inedito: canto di anonimo, trascrizione e armonizzazione di Fausto Amodei, sempre interpretata dal gruppo del Nci. Il canto si riferiva alla comunità utopica su basi comunistiche-anarchiche che venne fondata da Giovanni Rossi a Palmeira nello Stato di Paranà in Brasile, a seguito del grande esodo anarchico e socialista conseguente alle leggi crispine del 1894.
Infine, la singolare romanza Già allo sguardo (anonimo) cantata da Aspromonte Santucci, registrato a Carrara, era uno dei canti più amati dagli anarchici toscani poiché ricordava con tono toccante i tempi del domicilio coatto e il ritorno degli anarchici politici dalle isole dove le leggi eccezionali di Crispi li avevano relegati. Attribuita dalla voce popolare a Pietro Gori è in realtà di C. Vita (parole), U. Tutta (musica). La melodia ha i caratteri della romanza con accenti pucciniani, come anche l’esecuzione che segue modi melodrammatici, raccolta a Carrara, Pisa, Livorno, Firenze e nel Ravennate, conosciuta anche dagli anarchici milanesi.
Nel secondo disco (Canti anarchici 2, I Dischi del Sole, 1963), la scelta del curatore è stata di inserire canzoni e inni del movimento anarchico italiano presentati tramite registrazioni originali, cioè testimonianze dirette o della memoria o dell’uso popolare di quegli canti, prediligendo autenticità interpretativa rispetto alle imperfezioni. Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio (anonimo – Pietro Cini), è dunque interpretata da Giovanna Daffini, considerata autentica cantora popolare, come in effetti fu, prima di diventare una delle interpreti più significative del folk revival.
Giovanna Daffini, ex mondina, ex cantante girovaga nelle osterie, piazze e mercati prima in coppia con il padre, violinista, poi con il marito Vittorio Carpi, da Mantova alla provincia reggiana, scoperta da Leydi e Bosio ne 1962, diventerà una delle voci più rappresentative del Nuovo Canzoniere Italiano, partecipando a incisioni e numerose esibizioni, tra cui il celebre Bella ciao del teatro di Spoleto nel 1964. Certamente una delle figure più iconiche considerata per la sua voce unica un’interprete all’avanguardia, contemporanea, capace di lasciare il suo marchio su ogni canto da lei interpretato. Come nel caso del canto citato, eseguito da Daffini nello stile caratteristico dei cantastorie padani, fissandone indelebilmente il modo. Un canto con il quale l’interprete si è identificata, a partire da quell’espressione, “l’amata genitrice”, riferita alla dolente madre di Caserio, che è diventata il titolo di un album e di un libretto uscito per I Dischi del Mulo nel 1992, con incisioni di Giovanna Daffini effettuate da Roberto Leydi nel 1963-65.

I canti sulla vicenda di Sante Caserio, l’anarchico di Motta Visconti che a Lione uccise nel 1894, con una pugnalata al cuore, il Presidente della Repubblica francese Sadi Carnot, in Italia fiorirono numerosissimi. Trai più noti il Sante Caserio con il testo di Pietro Gori e quello interpretato appunto da Daffini in cui il giovane regicida veniva visto con profonda comprensione e affetto e dove la presenza della madre e il passato di miseria dell’attentatore generavano un sentimento di simpatia e comprensione verso il protagonista.
Compare in quest’album Figli dell’officina interpretato dalla banda e dal coro degli anarchici carraresi, da una registrazione del 1946, canto ideato da Giuseppe Raffaelli (uno degli organizzatori degli Arditi del Popolo di Carrara) e scritto da Giuseppe Del Freo sull’ aria di un inno militare degli artiglieri. Canto anarchico utilizzato anche da socialisti e comunisti durante la guerra partigiana.
Il terzo album (Canti anarchici 3, I Dischi del Sole, 1964) è tutto al femminile. Vi è inserito Sante Caserio, parole di Pietro Gori, musica di anonimo, interpretato da Sandra Mantovani. Raccolto da un foglio volante, una stampa fatta in America durante il fascismo a cura degli anarchici italiani, da un lato presentava il testo di Gori e la musica di A. Capponi sull’aria della canzone popolare toscana Suona la mezzanotte, autore della canzone o trascrittore dello stesso tema, non è chiaro; dall’altro il testo dell’altra canzone su Caserio, Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio, sempre con la musica.
E poi Sacco e Vanzetti, canto anonimo eseguito da Giovanna Daffini sulla melodia di Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio da una lezione raccolta da Cesare Bermani nel novarese dalla voce di Camilla Malandra che fu mondina e che ricordava di aver cantato la storia di Sacco e Vanzetti, sul lavoro, a Cameriano, negli anni fra il 1934 e il 1936. Il canto sarà successivamente inciso nell’album della Daffini Amore mio non piangere (I Dischi del Sole, 1975)
Infine, La Marsigliese del lavoro (Parole di Carlo Monticelli), presente in numerosi canzonieri sia anarchici che socialisti raccolto dalla memoria popolare dal Piemonte alla Puglia. La musica fu scritta da un maestro di Gualtieri, ma – rivelava Leydi – non esistendo traccia scritta, era allora nota tramite fonte orale, poiché le partiture esistenti erano state bruciate nel 1920 per sottarle alle perquisizioni dei fascisti.
Lo canta Fenisia Baldini, registrata a Novara nel 1964. Militante antifascista e partigiana novarese, nata a Lumellogno nel 1909, aveva partecipato alla lotta di Resistenza. Iscritta al Pci, dapprima era stata mondina poi aveva lavorato come operaia al cotonificio Wild esplicando una lunga attività sindacale come membro di commissione interna e venendo licenziata nel 1954, in seguito a uno sciopero da lei promosso e riuscito solo parzialmente. Lavorò poi come donna delle pulizie alla Federazione cooperative di Novara.
Una figura straordinaria che Bermani colloca tra le più intense interpreti femminili di canto sociale. «È la lunga abitudine a cantare durante i lavori domestici – scrive lo storico novarese – a fare in realtà di Fenisia Baldini (che canta sempre in seconda voce) forse la maggiore interprete del nostro canto sociale. Se Teresa Viarengo è stata la maggiore interprete delle nostre canzoni narrative, che cantava nei lavori di casa, Fenisia Baldini lo è stata del nostro canto sociale. Purtroppo, a differenza della Viarengo, pur venendo utilizzata all’interno dei Dischi del Sole, non è stata tuttavia valorizzata per quello che era». Nel doppio cd la Baldini in effetti intona numerosi canti del repertorio anarchico con intonatissima voce. (Cesare Bermani, Vieni o maggio». Canto sociale, racconti di magia e ricordi di lotta della prima metà del XX secolo nella bassa novarese. Con CD Audio, Interlinea edizioni, p.8).
Proseguendo nella produzione discografica connessa all’attività del Nuovo Canzoniere Italiano si trova Addio Lugano bella (antologia della canzone anarchica in Italia) edita da I Dischi del Sole nel 1968, album collettivo in cui le registrazioni non indicate come originali vennero effettuate in studio a Milano in epoche diverse, con un montaggio a cura di Michele Straniero.
Nella presentazione, Pier Carlo Masini, politico, giornalista e storico italiano, antifascista, proponeva una serie di riflessioni utili a comprendere l’autenticità storica e umana della protesta anarchica collocandola nell’ambiente sociale da cui essa uscì: “l’Italia regia e borghese che toccò il suo apogeo con il regno di Umberto I, finito, col secolo, sotto i colpi di Gaetano Bresci (dopo, nel Novecento, imperialismo aitando, altre tensioni, altre proteste)” e riportando i temi più affrontati dal repertorio: i processi contro i malfattori, il domicilio coatto, gli esili, ma anche questione sociale, Internazionale, rivoluzione, libero pensiero, libero amore. Gli anarchici, inoltre, con le loro contraddizioni: “pessimismo della denuncia e ottimismo della profezia, rabbia e amore, violenza e solidarietà, con la loro luce libertaria che illumina un mondo caratterizzato ancora da schiavitù e comando” erano dei contemporanei perché quelle loro battaglie senza tempo avevano ancora ragione d’essere.

L’accurato libretto che accompagna l’album, nelle prime edizioni (1968) e (1969) a cura di Michele L. Straniero, nella successiva, del 1979, di Cesare Bermani, Edizioni Bella ciao, ripercorreva nel dettaglio le vite di autori, interpreti, personaggi cantati nel disco soffermandosi infine su Teresa Viarengo Amerio (Asti 1889-1968), interprete di numerosi canti.
Casalinga di origine contadina, cantava facendo i lavori domestici. Incredibile magazzino della memoria e straordinaria autentica cantora popolare, scoperta a settantatré anni da Coggiola e Leydi che la registrò nel 1964, conosceva oltre duecentocinquanta canti, tra cui numerose ballate epico-liriche apprese dalla madre e dalla suocera e molti canti della tradizione anarchica e socialista appresi dal marito. Registrata nella sua abitazione di Asti da Franco Coggiola nel 1967, è lei a dare voce a Quando l’anarchia verrà, parole di Sante Ferrini sull’aria di Il mio ben amato papà: esempio di adattamento di un testo anarchico a una canzonetta dei primi Novecento,
ma anche a Il canto dei coatti (Anonimo-Gori), sull’aria della canzone In questa oscura cella, scritto da Gori in seguito alla sua condanna al domicilio coatto all’isola d’Elba nel 1896, canto entrato subito nel repertorio politico e di protesta italiano.
E poi a Inno del Primo Maggio, scritta da Gori sul Va’ pensiero, il coro del Nabucco verdiano, nel 1892, nel carcere milanese di San Vittore dove era stato rinchiuso preventivamente. Canto conosciuto in tutto il mondo e inserito in tutti i canzonieri, non solo anarchici ma anche socialisti e comunisti a ricordo degli anarchici impiccati in seguito all’agitazione per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere promossa a Chicago il Primo Maggio 1886.
Infine, Amore ribelle (Anonimo – Gori).
Un insolito canto, Lacrime e’ cundannate, ovvero Sacco e Vanzetti (Rizzi-Bascetta), dalla voce del tenore Alfredo Bascetta è la ricostruzione da un disco 78 giri,
mentre il celebre Canto dei malfattori (Inno di Panizza, 1842) (Anonimo – Attilio Panizza), trova splendida resa nella voce di Luisa Ronchini, registrata da Franco Coggiola a Venezia nel 1968. Manifesto politico dell’anarchismo, il canto riprendeva il termine spregiativo e facendolo proprio gridava in faccia ai potenti che malfattori erano tutti coloro che lottavano per la giustizia sociale e contro chi sfruttava il lavoro, malfattori erano coloro che combattevano tutte le guerre.
Luisa Ronchini, artefice del recupero del canto popolare veneto, anch’essa tra le protagoniste del folk revival con il Canzoniere Popolare Veneto, alla Libreria Internazionale, in Rio Terà dei Nomboli, intorno al 1963 ebbe un incontro con Armando Borghi, uno degli ultimi anarchici storici, uno dei promotori, nel 1914 della settimana rossa che, dopo l’esilio negli Stati Uniti, tornato in Italia, dirigeva il settimanale anarchico Umanità Nova. Ronchini lo registrò nell’esecuzione di un ampio canzoniere anarchico composto di canti già noti ma anche di altri sconosciuti. È con questo repertorio che cominciò a esibirsi.
Altra grande protagonista del folk revival, tra le partecipanti a diversi spettacoli del Nuovo Canzoniere Italiano (Bella ciao, Ci ragiono e canto), particolarmente attiva nella ricerca di canti anarchici, è Caterina Bueno, interprete, mentre si accompagna alla chitarra, di Le quattro stagioni (anonimo, canto di carcere), nota anche come Il lamento del carcerato e Canto d’amore anarchico.
Fiesolana, dunque nata e cresciuta in terra di forte sentimento anarchico, è tra le interpreti, ricercatrici che più si è interessata a questo repertorio, che lo ha scandagliato, che lo ha inciso in numerosi dischi. Del 1968 La veglia I Dischi del sole, disco importante che rivela la natura, l’interesse nel dare voce al mondo degli emarginati sociali, dei lavoratori sfruttati, dei carcerati ingiustamente, proponendo oltre alle ninne nanne e ai balli, alcuni dei canti di protesta che diverranno molto eseguiti all’interno del suo repertorio. Come Battan l’otto, uno dei più famosi canti di galera italiani, canto anarchico in cui si spera in una rivoluzione contro una società indegna che affama la povera gente: Viva il coraggio, ma chi lo sa portare/l’anarchia la lo difenderebbe/ma viva il coraggio, ma chi lo sa portare/i miei bambini han fame, chiedono pane. Raccolto da Caterina Bueno a San Giovanni Valdarno, in provincia di Arezzo, nei primi anni Sessanta dall’informatore Renato Porri. Del 1973 è l’album Erano tre falciatori (Cetra, 1973) in cui canta Interrogatorio Di Caserio raccolto a Firenze; Storie di Maremma e Anarchia è del 1997 e contiene tra gli altri Storia del 107 (Rodolfo Foscati), mentre in Caterina Bueno dal vivo (Nota, 2000) interpreta Stornelli d’esilio di Pietro Gori, Il maschio di Volterra, (Storia del processo Batacchi) raccolto nel 1964 a Firenze da un fiaccheraio.
Tornando all’antologia, diversi altri canti sono compresi, tra cui Stornelli d’esilio (Anonimo – Gori), cantato dal Coro anarchico di Ancona,
La Marsigliese del lavoro (Anonimo-Monticelli), cantata da Michele L. Straniero accompagnato da Roberto Colle;
Figli dell’officina, banda e coro di anarchici carraresi (dal disco Canti anarchici 2, I Dischi del Sole) e Il maschio di Volterra (Anonimo), cantata da Luciano Suisola detto il Topino, registrazione originale di Michele L. Straniero a Galceti, Firenze nel 1962.
E poi il Sante Caserio (Anonimo-Gori) cantato da Sandra Mantovani (dal disco Canti anarchici 3, Dischi del Sole) e Addio Lugano bella (Anonimo – Gori), cantato dal Coro anarchico di Ancora.
È tale l’interesse per questi canti che nel 1971 Roberto Leydi per Albatros ripubblicava Cantacronache 4 Canti di protesta del popolo italiano/ Canti della Resistenza del popolo italiano, quarto disco, del materiale che costituì, tra il 1957 e il 1963 la produzione di Cantacronache. Se gli altri dischi documentavano la produzione di canzoni nuove, questo testimoniava dell’altro aspetto dell’impegno di Cantacronache: la riproposta del repertorio politico tradizionale. “Sono canti – spiegava Leydi – che meritano di essere riascoltati e conservati perché sono dei documenti e si pongono alle soglie di un movimento che poi, ha dato un senso nuovo alla visione del mondo popolare.”
Parallelamente agli ultimi dischi di Italia Canta apparivano, dunque, i primi risultati del lavoro di ricerca sul campo del canto sociale italiano elaborati a Milano dalle Edizioni Avanti e lo studioso riconosceva che, anche se mosso da premesse un po’ diverse e da altre esperienze, il lavoro avviato a Milano aveva avuto nell’iniziativa torinese uno dei suoi stimoli essenziali.
Procedendo nella produzione discografica a opera del collettivo milanese, altre incisioni riportano canti anarchici utili per raccontare momenti della storia d’Italia. Il bosco degli alberi è un doppio album in studio curato dal Nuovo Canzoniere Italiano, pubblicato nel 1972, cantato dal Nuovo Canzoniere Milanese (Antonio Catacchio, Ezio Cuppone, Franco Mascetti, Gabriella Merlo, Cristina Rapisarda). Pubblicato da I Dischi del Sole (edizioni Bella ciao), è una raccolta di musica popolare italiana, finalizzata alla realizzazione di uno spettacolo, scelta da Gianni Bosio e Franco Coggiola che nel sottotitolo inclusero la dicitura “Storia d’Italia dall’Unità ad oggi attraverso il giudizio delle classi popolari”. Le canzoni inserite trattano argomenti sociali e di protesta, in un arco temporale dall’Unità d’Italia fino ai funerali di Giangiacomo Feltrinelli del 1972.
Il primo tempo presenta diversi canti che appartengono al repertorio anarchico, raccontando un capitolo di storia italiana, fatta di proteste, di momenti di desolazione e di iniziative di riscatto sociale: Il crack delle banche (testo di Ulisse Barbieri),
Vieni, o maggio! (testo di Pietro Gori),
Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio (testo di Pietro Cini),
ma anche Il feroce monarchico Bava,
Inno individualista,
mentre il secondo tempo, che conclude il percorso storico con il capitolo: La conquista democratica dello stato (1943-1971) termina con il canto Povero Pinelli, dal testo di Luisa Ronchini, da intonare sull’aria di Povero Matteotti.
Composto nel 1970 per il Canzoniere Popolare Veneto, e ripreso in questo album, dimostrava che già pochi mesi dopo l’accaduto, l’uccisione dell’anarchico era entrata a far parte del patrimonio popolare di molte regioni italiane, un inno di protesta lanciato contro una morte inaccettabile.
Del 1973 è l’album Compagni avanti il gran partito (Inni proletari della piazza), inciso per I Dischi del sole, a cura del Nuovo Canzoniere Italiano in cui vari interpreti in particolare diversi canzonieri popolari davano voce a canti anarchici, tra quanti più di altri erano diventati nel tempo inni da intonare nelle proteste di piazza a voce spiegata. Come Figli dell’officina e Il canto dei lavoratori cantati dal Canzoniere Popolare di Romagna, registrati a Lugo da Coggiola nel 1973. E poi Nuovo Canzoniere milanese, Gruppo padano di Piadena. I cortei, le manifestazioni seguite al forte impatto della crisi petrolifera, le importanti mobilitazioni sindacali, tra cui lo sciopero generale del 12 gennaio contro il governo Andreotti, le agitazioni studentesche, in particolare dopo l’uccisione dello studente Roberto Franceschi dirigente del Movimento Studentesco, risuonano dei versi più infuocati di quei canti che sprofondavano in un tempo lontano e agitato dalle stesse contraddizioni e ingiustizie, dalle stesse recriminazioni, quelle di chi, oppresso, ambiva a un avvenire di uguaglianza e libertà.
Senza tempo Addio a Lugano riproposto nella versione proveniente dallo spettacolo Bella ciao, registrata a Milano al teatro Odeon nel 1965 e interpretata dal gruppo originario del Nuovo Canzoniere Italiano (Caterina Bueno, Maria Teresa Bulciolu, Giovanna Daffini, Ivan Della Mea, B. Fontanella, P. Lanzi, S. Malagugini, S. Mantovani, G. Marini, C. Mattea, A. Merli, H. Roth, M.L. Straniero) incisa per la prima volta nell’album Le canzoni di Bella ciao (I Dischi del Sole, 1965).
Infine, Quella sera a Milano era caldo… antologia della canzone anarchica 2 (I Dischi del Sole, 1978), riversamenti e montaggio di Cesare Bermani e Franco Coggiola, fascicolo a cura di Cesare Bermani Album che raccoglie numerosi interventi di voci nuove che interpretano canti del passato e canti più recenti, di nuova produzione, allineati ai fatti di cronaca dell’attualità di quegli anni: l’assassinio di Pinelli, la campagna per la liberazione di Giovanni Marini, la resistenza spagnola (nel ’75 la morte di Franco segnò la fine della dittatura e aprì la strada alla transizione spagnola verso la democrazia) unitamente al canto dei partigiani anarchici del “Battaglione Gino Lucetti”.
Insieme a quelle di interpreti professionisti: Ivan Della Mea, Cesare Bermani, Caterina Bueno, non mancano le voci degli informatori registrati sul campo. Come Foresto Ciuti che intona La Colonia Cecilia
e Dimmelo Pietro Gori dove sei, scritto da un anonimo nel periodo in cui Gori era costretto al soggiorno coatto all’isola d’Elba (1896);
Caserio passeggiava per la Francia dalla voce di Enrico Bazzoni, registrazione di Roberto Leydi nel 1963, canto anonimo incentrato sul processo di Sante Caserio che riporta il celebre verso: Caserio fa il fornaio e non la spia (parole realmente pronunciate da Caserio, in francese, durante il processo).
Verso presente anche in E alla mattina presto suonan le campane, sull’aria di L’interrogatorio di Caserio, raccolta da Cesare Bermani a Milano, nel 1964 dalla voce di Paolo Castagnino “Saetta”.
Altra testimonianza, quella di Leda Rafanelli che racconta di Pietro Gori e l’americana. Dalla voce dell’informatore Pietro Zeppi giunge invece Su fratelli pugnamo da forti ispirato alla morte di Sante Caserio, canto raccolto da Caterina Bueno a Diviliano (Fiesole), e da lei riproposto.
Vittorio Emanuele figlio di un assassino è una strofa inventata dagli anarchici di Livorno, riferita da Alfonso Failla a Gianni Bosio che nel 1961 la registrò a Carrara nella sede della Federazione Anarchica Italiana. Il testo potrebbe risalire al periodo immediatamente dopo il gesto di Bresci (29 luglio 1900) ma anche più tardi nel corso del ventennio fascista.
L’informatore Pietro Graziosi intona, invece, Su marciam lavoratori detto anche La marsigliese del lavoro (da non confondersi con la Marsigliese del lavoro di Carlo Monticelli), databile tra il 1904 e il 1914, ovvero tra lo sciopero generale del 15-20 settembre 1904 e la cosiddetta “Settimana rossa”. Poesia stampata nel 1881 e nel 1895 musicata da un maestro della banda di Gualtieri.
L’informatrice Augusta Antonelli esegue Evviva Pietro Gori e il suo ideale, stornello nato immediatamente dopo la morte di Pietro Gori, ripreso e periodicamente riaggiornato. Gli antifascisti confinati modificheranno l’ultimo verso E abbasso il fascio e viva l’anarchia che nella versione originaria era: E abbasso i preti e viva l’anarchia.
Franco Coggiola, etnomusicologo, archivista presso l’Istituto de Martino di cui sarà direttore e presidente e tra gli animatori del Nuovo Canzoniere Italiano interpreta Amore Ribelle, accompagnato dalla chitarra di Paolo Ciarchi,
mentre Ivan Della Mea, studioso, interprete di canto popolare ma autore di canzoni originali ispirate spesso a fatti di storia sociale e politica, dal 1996 direttore dell’Istituto Ernesto de Martino, con il coro intona Dai monti di Sarzana, canto dei partigiani anarchici del “Battaglione Gino Lucetti” che operò nel Carrarese e attorno a Sarzana. Il canto è stato riferito in modo frammentario nel 1962 a Roberto Leydi da due partigiani di Carrara. Gino Lucetti è l’anarchico che nel 1926 ordì un attentato a Mussolini lanciandogli una bomba nei pressi di Porta Pia a Roma. Arrestato, venne condannato l’anno successivo dal Tribunale Speciale a 30 anni. Nel 1943 venne mandato al confino ad Ischia dove morì sotto un bombardamento.
Cesare Bermani, anch’egli studioso e ricercatore attivamente coinvolto nelle iniziative del collettivo con sede a Milano dà voce, invece, a Gli anarchici noi siamo di Milano accompagnato dalla chitarra di Ezio Cuppone. Il canto, di anonimo, viene fatto risalire al periodo subito dopo la Prima Guerra Mondiale per i riferimenti al conflitto presenti nel testo (e anche alla diserzione); ma potrebbe essere plausibile riferirlo al 1921, nel corso del conflitto degli Arditi del popolo e gli Arditi d’Italia.
È lo stesso Bermani l’interprete di Ballata del Pinelli, accompagnato dalla chitarra di Paolo Ciarchi. Noto anche come Ballata dell’anarchico Pinelli e Il feroce questore Guida è un canto scritto il 21 dicembre 1969 e inciso per la prima volta da quattro giovani anarchici del circolo Gaetano Bresci di Mantova con il successivo apporto di Pino Masi per l’arrangiamento e alcune modifiche testuali, e poi modificata e riproposta da numerosi interpreti. Si racconta che venne scelto per l’adattamento quella de Il feroce monarchico Bava, canto antimonarchico che parlava della repressione dei moti di Milano ad opera di Fiorenzo Bava Beccaris, perché aveva degli accordi semplici.
Grande rilevanza in questo album assume la figura di Paola Nicolazzi, protagonista della storia del movimento anarchico italiano, colonna sonora in particolare delle manifestazioni degli anni Settanta, autrice di spettacoli, concerti di piazza, portavoce di numerose battaglie, tra cui l’impegno per la liberazione di Giovanni Marini, la lotta per la chiusura della Farmoplant di Avenza, la lotta contro le centrali nucleari.
L’album la vede interprete del canto Il Galeone, adattamento musicale di una poesia del partigiano anarchico carrarese Belgrado Pedrini, scritta nel carcere di Fossombrone nel 1967, il cui titolo originale era Schiavi, poi messa in musica sulla base di una canzone popolare intitolata, Se tu ti fai monaca registrata sul campo dal Canzoniere del Lazio.
Insieme al coro, Nicolazzi presta la voce anche a Mano Alla Bomba, chitarra Ezio Cuppone, traduzione a cura dell’anarchico pistoiese Virgilio Gozzoli, di una canzone spagnola del ’36, Arroja la bomba. Canzone nata durante la dittatura fascista di Primo de Rivera (1923-1930) che venne cantata nelle prigioni dagli anarchici incarcerati.
Come spagnola è Figli della plebe, chitarra di Paolo Ciarchi traduzione del canto spagnolo Hijos Del Pueblo, inno del movimento dei lavoratori, probabilmente composto dal giornalista Rafael Carratalá Ramos.
In Libertà Per Marini la Nicolazzi esprime il sostegno alla campagna per la liberazione di Giovanni Marini (partigiano e anarchico) che combatté come partigiano antifascista, aggregandosi a formazioni garibaldine e poi a reparti partigiani sloveni. Dopo essere stato incarcerato, fu condannato a dodici anni per omicidio preterintenzionale aggravato in concorso in rissa, scontandone sette prima di essere liberato nel 1979. Durante la detenzione, divenne un leader di un movimento per i diritti dei carcerati e denunciò le condizioni delle prigioni.
Infine, la si ritrova anche in E verrà il dì che innalzerem le barricate, accompagnata dalla chitarra Paolo Ciarchi, canto noto anche come Inno dei giovani libertari, Inno delle barricate o Marcia proletaria.
Canto preceduto dalla voce dell’antifascista e anarchico siracusano Alfonso Failla in Cantavamo l’Inno delle barricate, testimonia dell’uso del canto, ma soprattutto dell’importanza di cantare come atto di sopravvivenza, di azione collettiva, di libertà.
“Durante il periodo di confino, penso intorno…tra il 1933 e il 35 – racconta – eravamo in trecento, confinati tradotti dall’isola di Ponza alle carceri di Poggio Reale a Napoli. Al molo Beverello erano ad aspettarci, oltre polizia, carabinieri e milizia, anche degli squadristi che ci minacciarono. Noi, la nostra protesta non fu possibile farla altrimenti che con i canti. I fascisti non si avvicinarono. Che cosa cantavate in quel momento? Cantavamo tutti gli inni che conoscevamo, compreso…perché facevano naturalmente più effetto, questo delle barricate, perché era dei più freschi”. Alfonso Failla.
La forza di questo repertorio è quella di aver tenuto in vita un passato di lotte combattute dalle classi popolari oppresse, per affermare principi di uguaglianza sociale e di riscatto, insieme a una serie di figure emblematiche alle quali i manuali di storia, i racconti ufficiali, hanno dedicato spazio alcuno, se non forse poche righe. I canti, invece, sono tuttora fonte straordinaria per la conoscenza di quella parte di storia, agita dal basso, spesso taciuta.
Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli; autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno4, 2021; e per i tipi di Unicopli del libro appena uscito in libreria Quando la musica era anche lotta
Pubblicato martedì 7 Luglio 2026
Stampato il 18/07/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/il-canto-anarchico-e-socialista-nuova-lettura-storia-nazionale/








