
Parlo come uno che ha vissuto attivamente la recente campagna referendaria non solo da gennaio 2026 ad oggi, ma da più di un anno. Ho infatti promosso e partecipato a incontri informativi, dibattiti e illustrazioni delle ragioni del NO dai primi mesi del 2025, allorché già si sapeva che non solo era intenzione del governo di approvare a tempi più stretti possibile la riforma costituzionale della Magistratura, ma si sapeva anche che non ci sarebbe stato un possibile dibattito, nella società e in Parlamento, su quella proposta.

Dunque era opportuno predisporre per tempo il terreno e gli argomenti per discutere della inevitabile campagna elettorale che sarebbe sopravvenuta e che in effetti è stata assai densa nei tempi, impegnativa e intensa nei temi. In tale rilevante lasso di tempo ho potuto cercare di capire, interloquendo con soggetti vari, le rispettive ragioni per cui avrebbero votato NO, almeno come io auspicavo e speravo, ed ho scoperto che tali ragioni sono varie, differenziate e articolate ma, secondo il mio modesto parere, ce ne è una che non è troppo emersa e che invece è quella maggioritaria, che è risultata decisiva per la vittoria del NO.

Nel ragionamento che qui di seguito tenterò di esporre, devo precisarlo, ho tenuto conto sia di precedenti esperienze di referendum costituzionali (Berlusconi del 2006 e Renzi del 2016, ad esempio) ma anche di alcuni dati, per me significativi, emersi dalle analisi del voto, che non quadrano con le motivazioni più diffuse che sono state espresse subito dopo il voto. Il giudizio emerso dalle dichiarazioni delle forze politiche di opposizione, ad esempio, mette in evidenza la caduta di consenso del governo in carica, che troppe persone ha deluso con impegni non mantenuti. Fatto che, alla luce dei sondaggi sulle intenzioni di voto, non convince molto.
Altri, prevalentemente appartenenti alle aree di magistrati e operatori del diritto, a circoli intellettuali e culturali hanno imputato la vittoria del NO alla diffidenza dei cittadini italiani allorché si tenta di modificare la Carta costituzionale. Vi sarebbe, in altri termini, un’affezione radicata degli elettori alla Costituzione, per cui ogni volta che la si vuole modificare, scattano i sistemi d’allarme dell’opinione pubblica.

C’è chi, invece, pur condividendo in linea di principio la separazione delle carriere, ha visto nel complesso della proposta (e bocciata) riforma una serie di ambiguità e insidie, in particolare per quanto riguarda il sorteggio, o per come è stata proposta l’(ex) Alta Corte di Giustizia quale nuovo organo disciplinare dei giudici. Le incongruità delle norme predisposte su quei punti non convincevano coloro che avrebbero aderito alla proposta principale di separazione dei CSM, ma non vedevano coerenza tra tale proposta e le altre norme riformatrici.

Vi è stato anche chi, al di là dei tecnicismi e degli argomenti di merito, si è chiesto il perché di un attacco diretto, da parte di una coalizione politica rappresentativa solo di una parte dell’elettorato, alla Magistratura, additata come una potente casta di politicanti, che coltiva il disegno di contrastare l’opera del governo e di voler conservare una propria situazione di privilegio, in modo peraltro subdolo e sotterraneo. Tutte queste motivazioni sono reali e fondate; tuttavia rispecchiano il punto di vista di gruppi limitati di cittadini e portatori di pur legittimi interessi. Ma il resto dei cittadini (che hanno votato in tanti) e che non appartengono a specifici gruppi titolari di specifiche e più legittime ragioni, per quale motivo hanno votato NO? Cerchiamo di analizzarlo.
Nel caso del referendum promosso dal governo Berlusconi nel 2006 appariva evidente che l’intento della proposta di riforma puntava a instaurare una supremazia del potere esecutivo sul Parlamento, che è l’organo rappresentativo per eccellenza dei cittadini elettori. Ma gli elettori non hanno giudicato positivamente quella proposta e l’hanno respinta, non fidandosi delle quasi esplicite richieste di ampi poteri da parte del presidente del Consiglio e ritenendo che un bilanciamento tra i poteri dello stato sia ancora indispensabile.

Nel caso della proposta di Renzi (2016) di modificare il regime bicamerale perfetto modificando ruoli e rapporti tra Camere dei Deputati e Senato (che diveniva non direttamente elettivo), oltre alla scontata pregiudiziale opposizione dell’elettorato di centro-destra, si verificò una significativa frattura nell’elettorato di sinistra, molta parte del quale diffidò di una riforma complicata e politicista e votò NO in un modo massiccio, con una partecipazione al voto per la quale si era persa l’abitudine.

Dunque si possono citare almeno due precedenti nei quali le carte si sono sparigliate nel senso che gli elettori, anche quelli poco propensi al voto, hanno deciso di partecipare, ma che quegli stessi elettori hanno oggi votato secondo le loro opinioni e indipendentemente dal proprio orientamento politico e dalla loro affezione al voto. Abbiamo qualche riscontro di quanto sopra? Si, diversi. Innanzitutto, vi è da osservare che, per moltissimi il merito delle questioni poste dalla proposta di riforma costituzionale era argomento assai difficile da comprendere, perché molto tecnico e legato a tematiche proprie del solo mondo giudiziario (all’incirca 9000 persone oltre ai soggetti istituzionali che si occupano di giustizia).
Si trattava, in altri termini, di una questione sostanzialmente estranea alla vita della stragrande maggioranza del popolo italiano (“Se la vedano i Magistrati e il Governo tra di loro”), e oltretutto, come subito emerso, che non incideva su questioni di maggiore efficientamento della giustizia (processi più brevi – sentenze più efficaci). Dunque perché affannarsi a farsi una opinione e andare a votare? Da tale considerazione emerge con tutta evidenza che le motivazioni sono state altre e diverse.

La prova del nove ci viene dalle regioni centro meridionali e, in particolare, da alcuni esempi di voto in città e regioni dove il dominio politico del centro-destra sembra consolidato da anni. Sappiamo che il SI ha prevalso in sole tre regioni del nord/nord-est ma è andato sotto in diverse città di queste regioni come Milano, Venezia, Udine. Tale esito si spiega sia con la consolidata maggioranza di centro destra che da diverse tornate elettorali dà consenso a quelle forze politiche, e che anche in questa occasione ha voluto ribadire tale adesione (grandi città e capoluoghi esclusi) ma, anche con il fatto che in quelle regioni si registrano da sempre percentuali di votanti superiori alla media nazionale.
Ciò sta a significare che in quelle aree l’adesione all’impegno elettorale corrisponde anche a un consolidato orientamento politico dei cittadini, non potendosi però neppure trascurare il fatto che si tratta delle regioni oggi più industrializzate, e che corrisponde anche ad una certa adesione degli imprenditori alle attuali politiche governative che si sono da sempre annunciate di “manica larga” rispetto agli imprenditori. Ma, Emilia-Romagna e Toscana a parte perché da sempre ricadenti nell’area di centro sinistra, come spiegare la prevalenza del NO in tutte le altre regioni, dal Piemonte alla Sicilia?

cartata l’ipotesi di una rivolta politica che non ha riscontri nei sondaggi sulle opzioni di voto futuro; scartata l’idea che il giudizio della grande maggioranza degli elettori si sia fondato sulle motivazioni tecniche della legge; scartata altresì l’idea che la magistratura goda di una vastissima popolarità (come ad esempio ai tempi di “Mani Pulite”) stante la nutrita serie di scandaletti e le persistenti campagne di stampa che da anni hanno sferzato il terzo potere dello Stato, anche alla luce delle evidenti falle del potere giudiziario che vengono generalmente lamentate, non pare proprio che la compagine dei magistrati goda di grandissima popolarità e possa mobilitare intorno a sé milioni e milioni di cittadini. Va altresì scartata, a mio modesto avviso, anche quella opinione che afferma che il popolo italiano, di fronte alla Costituzione, si fermi e non transiga sui suoi cambiamenti. Niente di meno vero.
Al di là del fatto che dubitiamo che i cittadini, a parte poche norme, molto richiamate nei messaggi politici, conosca così a fondo la nostra bella Carta costituzionale, faccio rilevare che, allorché con modifica costituzionale si è drasticamente ridotto il numero dei parlamentari, nessuno ha battuto ciglio, nel nome di un atteso dispetto “ai politici”. Ma la conferma viene ulteriormente dal fatto che i giovani, noti come astensionisti dal voto, hanno invece votato massicciamente, e per il NO. Viene ulteriormente tale conferma dal fatto che nella Calabria, che nella opinione generale viene ritenuta succube non solo della destra politica ma anche dei rapporti mafiosi, tutte le città capoluogo di provincia hanno votato per il NO. Cosa sta a significare tutto ciò?

Significa che ogni volta che un qualsiasi governo assume iniziative estranee agli interessi concreti dei cittadini (che invece coincidono con una generale domanda di servizi pubblici migliori); che prospettano soluzioni politiche istituzionali che coinvolgono le strutture e i rapporti tra poteri e istituzioni pubbliche, tendendo a fare prevalere l’una sull’altra; che evidenziano il particolare e contingente interesse politico di una parte a realizzare una certa riforma, la collettività dei cittadini capisce il tema di fondo, ne diffida e poi lo affossa, nella consapevolezza che proposte di natura politicista e partitiche fondate su una situazione particolare e storicamente contingente, non servono alla nostra comunità di cittadini, che necessita invece di diverso modo di operare, fondato sullo scambio e il dialogo, sulla collaborazione per quanto possibile, nell’unica direzione di fare il meglio per il proprio Paese.
E ciò che si intende per Paese, significa considerare tutti i cittadini e tutti i loro interessi; e non solo quelli di coloro che Ti hanno votato. Ecco, sì, il popolo italiano si è espresso chiaramente per dire al governo in carica che lo Stato rappresenta tutti e non solo gli attuali detentori e lacchè del potere. Per dire a chi di dovere che la Repubblica, come dice chiaramente l’art. 3, deve gestire il proprio potere guardando al complesso dei cittadini, partendo dagli ultimi, e non può, né deve, lasciare indietro nessuno.
Pietro Garbarino, avvocato cassazionista, iscritto Anpi, sezione Caduti di Piazza Rovetta, socio di Libertà e Giustizia, legale di parte civile nei processi celebrati per la strage di Brescia, e autore con Saverio Ferrari del libro “Piazza della Loggia cinquant’anni dopo”
Pubblicato giovedì 2 Aprile 2026
Stampato il 02/04/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/referendum-chi-ha-vinto-veramente-e-perche/




