Bisogna lasciarsi impastare dalla musica. Il corpo deve prestarsi alla voce, aiutarla a esprimere la musica. Canti anche con le ginocchia, con i gomiti, con le spalle e tutta te stessa.

Josephine Baker

Josephine Baker bambina

Nata Freda Josephine McDonald – Tumpie per le persone di famiglia e poi Josie, ballerina principiante – il 3 giugno 1906 a Saint Louis, Missouri, l’infanzia di Josephine Baker fu segnata dalla povertà nel quartiere di Mill Creek Valley e dalla discriminazione razziale. Figlia di una lavandaia, Carrie McDonald, e di un batterista, Eddie Carson (che abbandonò presto la famiglia), Josephine iniziò a lavorare già dall’età di otto anni come domestica per contribuire al sostentamento familiare. “Avevamo tutti talmente fame e freddo a casa, con mamma che solo lei guadagnava qualche soldo”, ha raccontato la Baker nella biografia curata da Marcel Sauvage, La mia vita (pag. 22).

In un’America devastata dalla segregazione e dell’odio razziale, le violenze subite fin da bambina la segneranno profondamente. Secondo Marcel Leroy, autore del volume Josephine Baker, arte vita e attivismo, l’esperienza precoce dell’ingiustizia è stata l’origine della determinazione fuori dal comune che ha caratterizzato la vita della Baker, che mai si fece abbattere dallo sconforto. “Crescere in un contesto così duro le lasciò cicatrici profonde, ma nello stesso tempo forgiò la sua determinazione, quel desiderio viscerale di emergere e cambiare il proprio destino” (Leroy, pag 9). Destino segnato dalla musica fin dalla nascita. Dal padre batterista di vaudeville ereditò il senso del ritmo e iniziò la sua carriera nello stesso genere, vaudeville e cabaret, dove poté affinare le sue doti artistiche e trovare una via di fuga dalla povertà di St. Louis. A circa tredici anni entrò nel mondo dello spettacolo avendo sviluppato naturalmente una straordinaria abilità nel controllo delle movenze del proprio corpo, allenata da esibizioni improvvisate per le strade della cittadina del Midwest, davanti a chiunque si fermasse a guardarla. La danza emerse precocemente come strumento di emancipazione concreta e via di fuga da una realtà soffocante. Calcare le scene così giovane, infatti, non fu solo un mezzo di sostentamento familiare, ma un consapevole atto di ribellione contro un sistema in cui si sentiva relegata a una condizione di perenne subalternità. Fu la zia a introdurla nei locali perché attraverso la danza l’adolescente potesse raggranellare qualche soldo. Il debutto avvenne a Filadelfia allo Standard Theatre, con una paga da miseria.

Broadway

Così, poco dopo, si trasferì a New York, esibendosi sulla scena di Harlem dove poté affinare il suo stile unico che mescolava sensualità, ironia e potenza atletica. Negli anni ruggenti del jazz, Shuffle Along è stata la prima grande commedia musicale che andò in scena a Broadway per un anno. Poi fu la volta del Plantation Music-Hall, dove, attrice e ballerina, dalla seconda passò alla prima fila. Ma negli Stati Uniti delle disuguaglianze razziali era chiaro che le sue possibilità artistiche non potessero dispiegarsi compiutamente. Una proposta molto allettante le giunse da un’impresaria che la vide recitare una sera in cui casualmente sostituiva la protagonista. Fu la svolta. Era il 1925 ed era arrivato il momento di dire addio a New York e trovare la propria strada in Europa. Parigi, era tutto ciò che cercava. Dalle strade di St. Louis all’energia di Harlem, il viaggio di Josephine era destinato a una rottura definitiva con i canoni americani per approdare nella città della libertà, dove avrebbe trovato una realtà sconosciuta in patria. E qui il fenomeno Baker esplose con uno sfolgorio visibile da ogni dove.

Theatre des Champs Elysees

Il 2 ottobre 1925 debuttò al Théâtre des Champs-Élysées con la Revue Nègre. La performance, con il suo charleston della Carolina del Sud, caratterizzata da ritmi africani e jazz, ruppe gli schemi della danza europea tradizionale, imponendo la danzatrice come l’incarnazione della modernità e dell’esotismo. Inaugurava ufficialmente la cosiddetta Jazz Age in Europa, che alimentava l’interesse per la cultura africana. La Revue Nègre segnò una rivoluzione semantica nell’arte performativa. Sotto la guida del manager di origini italiane Pepito Abatino, che contribuì a costruire il suo mito di star internazionale, Josephine smontò lo stereotipo esotico dall’interno. Il celebre gonnellino composto da sedici banane artificiali, per esempio, non era un semplice costume, ma un ordigno iconografico che giocava con i pregiudizi europei per affermare una modernità dirompente. Indossato durante le sue esibizioni più famose, divenne un marchio di fabbrica che ironizzava sui cliché esotici per trasformarli in strumenti di seduzione e potere.

Un articolo di giornale citato nella biografia a cura di Marcel Sauvage, così recensiva lo spettacolo: «Ci sono persone che ci sono tornate due volte, perfino sei. Ce ne sono altre che si alzano improvvisamente dopo appena due scene e se ne vanno sbattendo le porte, gridando allo scandalo, alla follia, alla decadenza e al culto delle divinità pagane (…) Le labbra sono tinte di nero, la pelle è color banana, i capelli già corti sono incollati sulla testa come se fosse acconciata con del caviale, la voce è sovracuta, un tremore continuo la agita, il corpo si dimena come quello di un serpente o più precisamente sembra un sassofono in movimento e i suoni dell’orchestra sembrano uscire da lei» (La mia vita, pag. 6)

La sua danza non era solo espressione artistica, ma un atto di ribellione contro un sistema che voleva relegarla ai margini. Facevano scalpore le performance innovative, che mescolavano danza, ironia e sensualità riuscendo a trasformare l’immagine “esotica” che l’Europa proiettava su di lei in uno strumento di potere personale e artistico. I suoi spettacoli rivoluzionari provocavano violenti dibattiti ma alla fine la imposero come espressione di pura arte primordiale, popolare e istintiva.

E non fu solo performance, ma una vera e propria creazione di tendenze che influenzò profondamente la cultura e l’alta moda. La sua estetica divenne forza motrice per l’industria dell’abbigliamento e per le avanguardie intellettuali, imponendo una nuova visione della femminilità. Gli elementi di rottura da lei introdotti, infatti, furono all’origine di cambiamenti che riguardarono non solo le espressioni dell’arte ma anche e soprattutto l’identità femminile.

Pablo Picasso

Rispetto alle forme più classiche e movimenti composti della danza europea, la Baker irruppe con una danza “selvaggia” giocando sulla combinazione di ritmi jazz e africani, portando in scena un’energia primordiale fino ad allora sconosciuta. L’eleganza borghese misurata e laccata venne travolta da una fisicità che esponeva capelli lucidi aderenti e cortissimi. Il taglio a caschetto Eton crop, fu imitato da migliaia di donne, diventando simbolo di riscatto e indipendenza. Il nudo artistico rompeva con ogni canone patriarcale e coloniale e imponeva un’immagine totalmente provocatoria rispetto a convenzioni e aspettative dettate da una società maschilista e patriarcale. Anche nell’arte, rispetto all’utilizzo di modelle per l’illustrazione di moda, la figura della Baker rivoluzionò i ruoli, divenendo lei fonte di ispirazione per artisti illustri, imponendo sé stessa quale opera d’arte vivente. La sua presenza magnetica ispirò, infatti, i principali esponenti delle avanguardie artistiche del Novecento: Pablo Picasso, affascinato dalla sua bellezza esotica, la ritrasse in numerosi schizzi catturandone l’energia; Ernest Hemingway la definì “la donna più sensazionale che chiunque abbia mai visto”; Jean Cocteau e Man Ray la considerarono una musa e un simbolo dell’unione tra l’arte africana e quella occidentale. Nella moda collaborò con i più celebri stilisti e designer del tempo, tra cui Paul Poiret, Jean Patou, di cui indossò gioielli vistosi e accessori esotici nelle passerelle più esclusive, innovando così lo stile dell’epoca. Coco Chanel creò per lei abiti che ne esaltavano la figura longilinea e lo spirito anticonformista.

Sul piano più personale, i suoi diari hanno rivelato una sessualità libera e moderna per l’epoca, con legami profondi, anche con persone dello stesso sesso, che sfidavano le convenzioni sociali. La vita sentimentale di Baker fu un’estensione della sua ricerca di autodeterminazione. Dopo il matrimonio precoce con Willie Wells, fu il legame con Willie Baker a lasciarle l’eredità più duratura: il cognome che avrebbe trasformato nel suo marchio distintivo globale. Fondamentale fu poi la figura dell’italiano Pepito Abatino, suo manager e mentore, che ebbe l’intuizione strategica di raffinarne l’immagine, trasformandola da ballerina di cabaret a star internazionale acclamata nei salotti più esclusivi. Nel 1937, il matrimonio con l’uomo d’affari francese Jean Lion le permise di ottenere la cittadinanza francese, un atto che molti interpretarono come un tradimento delle sue origini, ma che per Baker rappresentava la conquista di una stabilità identitaria in una terra che, a differenza degli Usa, l’aveva accolta con dignità.

Sebbene inizialmente nota come ballerina, divenne una star completa del music-hall, portando a compimento a Parigi anche la sua carriera di cantante. La sua voce non era tecnicamente potente come quella delle grandi jazz singer americane, ma possedeva grande espressività, un accento esotico affascinante per il pubblico europeo. E per lei cantare era danzare con la voce:

“Una canzone – ha affermato – non è il filo di una melodia da srotolare con un sorriso inamidato e il naso all’insù, non è neppure un lamento, né un esercizio a piedi uniti. È una commedia, un dramma, un insieme di gesti. Tutt’altro del viso ebete e la mano sul cuore. È come scolpire nell’aria con la musica” (La mia vita, pag. 143). Josephine Baker registrò diversi 78 giri tra gli anni ’20 e ’50. Con l’accompagnamento dell’orchestra di Jo Buillon (quarto marito) incise dischi per la Pacific, lanciando brani iconici: il bolero Minuit;

il corrido messicano Revoir Paris;

la marchina Olélé Oléla;

la samba Bahiana.

Numerose sue incisioni singole vennero poi raccolte in compilation, edite da etichette francesi e americane, soprattutto negli anni 1926–1937 e poi nel dopoguerra. La sua musica era una fusione di influenze: folklore africano, jazz americano e cultura europea. Continuando a sperimentare lungo tutto l’arco della sua carriera, incorporò anche i ritmi sincopati della samba dopo un viaggio in Brasile. Estremamente eclettica nella voce e nell’interpretazione riuscì a passare dal jazz al repertorio francese più melodico. La produzione discografica è smisurata e comprende dischi pubblicati dalle più importati etichette internazionali: la Mercury, la Columbia, la RCA. Dalle primissime incisioni degli anni Trenta, di singoli brani come Who? / That Certain Feeling (Odeon, 1926)

si passa agli album, come The Inimitable (Mercury 1951); Chansons Américaines (Columbia 1951); The Fabulous Josephine Baker, (RCA, 1961). Numerosi i dischi live registrati al Bobino, All’Olimpia, alla Carnegie Hall, fino alle raccolte celebrative come J’ai deux amours – Collection, The Complete Josephine Baker (Arkadia Chansons, 1997). Le sue canzoni contribuirono a costruire il suo mito. Tra le più note non si può non ricordare J’ai deux amours (1931), simbolo ed espressione del suo doppio legame con gli Stati Uniti e Francia: “J’ai deux amours, mon pays et Paris”. La canzone divenne quasi un inno personale che rafforzò la sua identità di artista afroamericana adottata dalla Francia. Dopo la guerra, il brano divenne simbolo della sua scelta antifascista e della fedeltà alla Francia libera.

Pretty little baby (1919, resa popolare negli anni ’20), fu uno dei suoi primi brani registrati negli Stati Uniti e segnò l’inizio della sua carriera discografica, connettendola al mondo del vaudeville e del jazz americano delle origini.

Bye bye blackbird, standard jazz americano che lei contribuì a diffondere in Europa, faceva conoscere la sua identità americana al pubblico europeo, il suo forte legame con il jazz delle origini.

La Petite Tonkinoise, brano vivace e ironico, tipico del gusto esotico dell’epoca, rifletteva l’immaginario coloniale francese degli anni ’20. Fu un grande successo nei cabaret parigini, poiché mostrava il lato teatrale e caricaturale delle sue performance.

Si j’étais blanche, canzone dal tono ironico ma politicamente sottile alludeva al tema del razzismo. Anticipatrice il suo impegno futuro nei diritti civili, mostrava il lato più riflessivo del suo repertorio.

Blue skies (versione anni ’20), altro standard americano scritto da Irving Berlin, mostrava la sua versatilità nell’interpretare il repertorio jazz americano e contribuì a consolidare la sua fama internazionale.

Sous les toits de Paris (1930), dal film omonimo diretto da René Clair, segnò il suo legame con il cinema musicale francese, rafforzando la sua presenza oltre il palcoscenico teatrale.

Cabaret, musica jazz, cinema e anche operetta. Nel 1934 la Baker lasciò il suo segno anche nel genere che più di tutti mescolava teatro, musica, danza, divertimento, interpretando con successo la commedia musicale di Offenbach La Créole, un omaggio dell’America alla memoria del musicista francese. Il canto per Josephine Baker non fu mai solo intrattenimento, ma veicolo culturale attraverso cui portare il jazz afroamericano nel cuore dell’Europa. Certamente anche strumento identitario: attraverso canzoni come J’ai deux amours la Baker costruì la propria doppia appartenenza e si fece portavoce di un messaggio politico radicale: in piena epoca coloniale e segregazionista, una donna nera che cantava l’amore per due patrie era un’affermazione di dignità e appartenenza. Trionfare, inoltre, nei più prestigiosi teatri d’Europa negli anni Venti era di per sé un evento rivoluzionario.

Negli anni Trenta dopo il successo parigino, la Baker portò i suoi spettacoli in tutta Europa attraverso tournée che toccarono diverse città e paesi dove fu accolta con entusiasmo, ma anche con forti critiche. In Olanda si esibì al Gran Teatro di Rotterdam, al Teatro Scala de l’Aia, ad Amsterdam. Fu a Copenaghen, Oslo, Stoccolma, al Teatro Oscar, dove cantò davanti al re in persona. In Romania subì le persecuzioni dei vecchi partiti cattolici, la inseguirono da un palcoscenico all’altro. A Vienna suonarono le campane per annunciare ai fedeli l’arrivo del diavolo. Fu poi in Spagna: Madrid, Barcellona. A Siviglia dove imperversano cortei del Ku Klux Klan. In Germania rifiutò un contratto dal regista Max Reinhard, pensando a Parigi dove l’atteneva un ingaggio alle Folies Bergère.

A Stoccarda fu in scena al Friedrichsbau Theater e poi a Lipsia. Nella primavera del 1929 la Baker sostò al porto di Genova prima di raggiungere l’Argentina. A Buenos Aires inizialmente fu accolta come portatrice di perdizione e scandalo: “Ci si scontrava, ci si sgolava all’ingresso del teatro dove la polizia aveva mobilitato invano tutti i battaglioni di agenti” (La mia vita, pag. 92). Anche il Cile, Santiago l’accolse sommergendola di volantini distribuiti da gruppi cattolici che contestavano la sua presenza in città. In Brasile, a Rio de Janeiro ebbe modo di stringere amicizia con Le Corbusier impegnato in una serie di conferenze. In Marocco, l’incontro con la cultura locale influenzò profondamente il suo stile, portandola a integrare caftani e decorazioni esotiche nel suo abbigliamento e a inserire sonorità tipiche nel suo repertorio, dimostrando una capacità unica nel fondere esperienze multiculturali.

Da Parigi era partita e a Parigi ora tornava. Nella Ville lumiere voleva vivere il grande successo e costruire il suo futuro. Il cinema le si presentò come nuova opportunità: La Sirène des TropiquesZouzou, il primo film sonoro girato nel 1934 al fianco di Jean Gabin,

e Princess Tam-Tam (1935) furono tra i maggiori successi.

Il cinema non era, però, come danzare davanti a un pubblico. Era il teatro la sua realizzazione. “Per me niente vale come il calore delle quinte, del palcoscenico, della sala, del mio pubblico e di tutti gli amici che si sono scomodati per venire a vedermi” (La mia vita, pag. 153).

La capacità di utilizzare la sua presenza magnetica per passare da oggetto dello sguardo coloniale a soggetto attivo della propria narrazione fu un talento non da poco. Questa padronanza assoluta della scena e della percezione pubblica le fornì, infatti, la copertura perfetta per un’attività clandestina che richiedeva freddezza e intelligenza professionale. E che presto dovette mettere in campo. Poco note sono le vicende che la videro in primo piano durante la Seconda Guerra Mondiale. La Francia entrò ufficialmente nel conflitto il 3 settembre 1939, dichiarando guerra alla Germania insieme al Regno Unito in risposta all’invasione della Polonia. L’irruzione dell’esercito tedesco il 10 maggio 1940 e la caduta di Parigi il 14 giugno furono l’inizio dell’orrore, di morte e miseria. La Baker scelse la Francia libera e mise la sua fama al servizio della Resistenza francese, sentendo un debito di gratitudine verso la nazione che l’aveva adottata. Diverse fonti bibliografiche testimoniano dell’impegno dell’artista che si concretizzò nella sua messa a disposizione dell’intelligence francese, sotto la guida del capitano dello Stato Maggiore Generale Jacques Abtey.

Il campo di concentramento di Bergen Belsen

“È venuto qui in punta di piedi al Beau-Chêne, la mia casa del Vésinet, in seguito occupata dai tedeschi, che la distrussero (…). Io chiedevo una cosa solamente, il minimo: servire il paese nei confronti del quale avrò sempre un debito di riconoscenza, anche se dovrò sacrificargli la vita. La Francia ha fatto di me quella che sono, mettendo da parte tutti i pregiudizi” (La mia vita, pag. 157). Baker era pienamente consapevole di rischiare la tortura o la morte in caso di cattura. Oltre al pericolo costante, le missioni e le condizioni di vita precarie ne minarono la salute. Per lei, la lotta contro il nazismo era una questione di principio che andava combattuta a ogni costo. Collaborò come infermiera pilota dei servizi sanitari, si mobilitò per la Croce Rossa e venne assegnata all’accoglienza dei rifugiati belgi. A sue spese ne garantì la gestione e si impegnò per fare avere ai soldati qualche consolazione: sigarette, cioccolato, cibo in scatola. Non solo. Offrì sostegno logistico agli alleati. Cantò per loro, per i detenuti nei campi di concentramento. In Germania, uno dei peggiori, quello di malati di tifo.

“Nell’attesa di essere in grado di trasportare gli sventurati che si trovavano lì, moribondi, degli scheletri, degli spettri con la febbre altissima, bisognava cercare di distrarli, di dare loro un po’ di speranza e consolarli, se non tenerli in vita intanto con la speranza. Mi sono proposta io. Faceva parte della mia missione (…). Io avevo le lacrime agli occhi, ma non volevo piangere (…). Dovevo sorridere. Dovevo cantare. Ho cantato Dans mon village a bassa voce, come se cantassi per ognuno di loro” (La mia vita, pag. 149).

La sua celebrità era un’arma: mentre il nemico la vedeva come una frivola artista, lei operava come agente di intelligence con una determinazione straordinaria. Fu al servizio contro lo spionaggio tedesco, ovunque fosse necessario: da Marsiglia, da Madrid, da Tangeri, da Tunisi, dal Brasile, da Lisbona, per diverso tempo dal Marocco. Portava in giro spettacoli copertura, e intanto creava contatti, reti di collegamento, trasmetteva e riceveva messaggi. A Casablanca dovette fermarsi per lungo tempo tra il 1941 e il ’42 per seri problemi di salute. Ma anche la disgrazia poteva tornare utile: “La mia stanza da malata a Casablanca diventò un centro di informazioni, un luogo di incontro sicuro per gli uomini costretti a parlare sottovoce del futuro” (La mia vita, pag.168).

L’11 novembre del 1942 i soldati americani e francesi sfilavano fianco a fianco per le strade di Casablanca. “Piangevo, non mi era possibile abbracciarli tutti. Ero un soldato, ma la missione segreta del soldato Baker adesso era terminata” (La mia vita, pag. 170). Per il suo coraggio e la sua dedizione totale alla causa della libertà, la Francia le conferì le massime onorificenze militari. Il tenente Joséphine Baker ricevette dal generale de Gaulle la Croce di Guerra (Croix de Guerre), la Medaglia della Resistenza, la nomina a Cavaliere della Legione d’Onore.

Ma la battaglia contro il totalitarismo in Europa fu solo il preludio al suo ritorno negli Stati Uniti, dove l’eroina di guerra avrebbe indossato gli abiti da vittima della segregazione. Nonostante il successo europeo, quando tornò dalle sue tournée europee, gli Stati Uniti la accolsero riservandole umiliazioni profonde e imponendole le leggi discriminatorie che, tra le altre cose, le negavano l’accesso a hotel e ristoranti, l’utilizzo di ingressi di servizio. Divenne allora tra le paladine al servizio del Movimento per i diritti civili. Era pronta a rinunciare agli ingaggi e al successo pur di difendere i propri principi. Ogni sua decisione di non esibirsi in contesti segregati era un atto di ribellione contro un sistema che la respingeva, trasformando il suo messaggio di speranza in un invito per tutti a non accettare mai compromessi sulla propria dignità. La sua reazione fu, dunque, il political use of celebrity status, una risposta intransigente che faceva di ogni contratto un atto di boicottaggio politico. In questi anni il repertorio dei suoi spettacoli si ampliò con l’introduzione degli spiritual tradizionali afroamericani e dei canti legati alla sofferenza e alla resistenza nera, esecuzioni che avevano un chiaro significato politico nel contesto della lotta contro le discriminazioni razziali di cui fu portavoce.

“Per conoscere le canzoni negre, quelle vere, bisogna aver disceso il Mississippi su uno di quei battelli sospinti da grosse ruote a pale”, disse. Cantava antiche nenie, canti africani di cui un amico le fornì le trascrizioni. “Canzoni curative create per anestetizzare la fatica, la sofferenza, cullare la tristezza, i rancori, placare gli incubi del sole e della luna, per uccidere i nervi, per lenire le bruciature fuori e dentro il corpo” (La mia vita, pag. 141). La sua determinazione a favore di questa causa si rese palese con la partecipazione alla Marcia su Washington nel 1963, dove fu l’unica donna a parlare ufficialmente accanto a Martin Luther King. Offrì un racconto straziante della sua infanzia in Missouri trasformando così il suo dolore privato in un manifesto pubblico contro l’ingiustizia. Indossò con orgoglio la sua uniforme militare della Resistenza francese come simbolo di lotta globale contro ogni oppressione. Questo gesto racchiudeva un simbolismo potente e amaro: si presentava come eroina riconosciuta in Europa ma evidenziava anche la sua condizione di vittima in America. Il suo impegno per la libertà non conosceva confini.

La scelta di dignità di esporsi pubblicamente dice ancora oggi di come l’arte possa farsi comunicazione politica. Il suo discorso non fu una semplice testimonianza, ma un monito sull’importanza dell’azione concreta: lei era pronta a rinunciare agli ingaggi, alla sua carriera per non piegarsi al pregiudizio.

La principessa Grace di Monaco

Le sue lotte per l’uguaglianza non si arrestarono a Washington. Nel castello di Milandes, in Dordogna, diede vita a un esperimento sociale unico: adottò dodici bambini di diverse nazionalità, religioni e culture (tra cui Akio dal Giappone, Jari dalla Finlandia, Luis dalla Colombia e Koffi dal Togo) per dimostrare al mondo che la fraternità universale era possibile se coltivata sin dall’infanzia e che la convivenza pacifica e l’amore universale erano possibili oltre ogni barriera culturale. Il progetto “Famiglia Arcobaleno”, però, richiese sforzi economici enormi, portando la Baker sull’orlo del tracollo finanziario negli ultimi anni della sua vita. Da queste difficoltà però seppe risorgere: crisi finanziarie e fallimenti personali vennero oscurati dai suoi ultimi trionfi. Dopo aver perso il castello di Milandes a causa dei debiti, trovò prima rifugio a Monte Carlo grazie al sostegno della Principessa Grace di Monaco, il cui atto di amicizia le permise di affrontare gli ultimi anni, segnati da una profonda solitudine e tristezza. E poi nel 1975, per celebrare i cinquant’anni dal suo debutto, mise in scena un ultimo grandioso spettacolo al Bobino nel quale poté rinascere e tornare alla ribalta con tutto il suo straordinario carisma. Pochi giorni dopo il successo clamoroso della serata, fu colpita da un’emorragia cerebrale e morì il 12 aprile 1975.

Ma Josephine Baker non se ne è mai andata. Josephine Baker è rimasta un’icona intramontabile di tenacia. La sua vita insegna che l’arte può essere uno strumento potente di comunicazione e di emancipazione politica. Oggi la sua immagine continua a ispirare movimenti per i diritti civili, artisti di tutto il mondo (su tutte Beyoncé), confermando che il suo messaggio di unità, tolleranza e inclusione è più attuale che mai. Nel 2025 si sono ricordati i cinquant’anni della sua morte con mostre ed eventi che hanno interessato diverse città nel mondo. A Parigi il musical Joséphine Baker, le musical ha ripercorso la vita straordinaria dell’artista e resterà in scena al Bobino fino al 26 aprile 2026.

Amsterdam, Museo della Resistenza

E poi il Gala Joséphine Baker al Théâtre des Champs-Élysées con la soprano Pretty Yende, infine un recital di Adèle Charvet per celebrare la musica e l’eredità di Baker. Al Grimaldi Forum di Monaco, è andato in scena lo spettacolo Bonsoir Monte-Carlo. Josephine Baker: A Life of Resistance è invece la mostra organizzata dal Museo della Resistenza di Amsterdam, dedicata al suo ruolo attivo nella resistenza francese durante la Seconda Guerra Mondiale. Mostre di opere contemporanee per ricordare il debutto parigino della Venere nera, mostre fotografiche a Linz in Austria per ripercorrere la carriera di Baker attraverso immagini iconiche. Eventi che hanno celebrato la Baker non solo come icona dello spettacolo, ma anche come figura della Resistenza, attivista per i diritti civili. Il 30 novembre 2021, il suo cenotafio è stato solennemente accolto nel Pantheon di Parigi, rendendola la prima donna afroamericana a ricevere tale onore tra i grandi di Francia. Il monumento contiene terra proveniente dai luoghi chiave della sua vita (Saint Louis, Parigi, Principato di Monaco e Dordogna), mentre le sue spoglie riposano nel cimitero di Monaco. Un tributo postumo alla sua attività di artista rivoluzionaria, patriota francese al servizio della causa dell’antifascismo e attivista instancabile per i diritti civili, che non celebra solo una star, ma un’idea di identità aperta, multiculturale e basata sul merito e sul coraggio.

Perché Josephine Baker non fu semplicemente una vedette del palcoscenico, ma una vera e propria figura di cambiamento che seppe navigare tra l’incanto delle luci della ribalta e le ombre di un’esistenza segnata da povertà e segregazione. Josephine Baker ha trasformato le cicatrici della sua infanzia a St. Louis nella linfa per una determinazione incrollabile, reinventando costantemente la propria identità per sfidare le barriere della razza e del pregiudizio. In lei, il corpo non è stato solo strumento artistico, ma campo di battaglia politico e spazio di negoziazione culturale. La sua influenza rimane viva nella cultura popolare per la sua capacità di aver fatto dell’arte il più potente veicolo di inclusione e strumento di emancipazione. La sua traiettoria esistenziale continua a rappresentare un unicum nella storia del costume, ed è oggi portatrice di un forte messaggio di affermazione delle donne: la metamorfosi dalla condizione di vittima della segregazione razziale a St. Louis a quella di Venere di Bronzo nel cuore pulsante di Parigi ha ridefinito i parametri della sua esistenza e di quella di tante altre donne che a lei possono sempre ispirarsi: non solo afroamericane, nere e povere, ma tutte coloro che devono combattere contro pregiudizi, disuguaglianze, violenza di genere.

Testimone attiva del suo tempo, la sua voce ha accompagnato i cambiamenti sociali e le battaglie per i diritti fino all’ultimo. Lo si comprende dal frammento dell’album Live at Carnagie Hall, registrato nel 1973 dove i classici jazz, le sue canzoni iconiche si alternano a canzoni della tradizione gospel come My sweet Lord, fino a una straordinaria interpretazione di The times they Are a-changin di Bob Dylan, per chiudere con un pensiero sulla dignità che ha contraddistinto la sua vita, e con l’interpretazione dell’universale inno all’ autodeterminazione che è My way.

Chiara Ferrari,  autrice del libro Le donne del folk. Cantare gli ultimi. Dalle battaglie di ieri a quelle di oggi, Edizioni Interno4, 2021; coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli