Il vecchio mondo sta morendo,
quello nuovo tarda a comparire.
E in questo chiaroscuro
nascono i mostri
Antonio Gramsci

 

La SCO a Tianjin 31.8.2025-1.9.2025

Foto di gruppo del summit SCO 2025 a Tianjin, Cina

A Tianjin, in Cina, si è riunito il Consiglio dei Capi di Stato di Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, Iran e Bielorussia, gli Stati membri della SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, organizzazione intergovernativa permanente, parzialmente sovrapposta al forum politico economico dei BRICS. Gli Stati osservatori della SCO sono l’Afghanistan e la Mongolia. Gli Stati partner sono Azerbaigian, Armenia, Cambogia, Nepal, Turchia, Sri Lanka, Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar. In definitiva 10 Paesi membri, 2 Paesi osservatori, e 14 Partner di dialogo.

(Imagoeconomica, Carlo Carino by Ai Mid)

Secondo la Cina è stato il più grande summit nella storia della SCO. Si sono discusse questioni di cooperazione regionale e globale, sicurezza, economia, sviluppo e governance internazionale. Nel contesto della SCO la Cina ha promosso una iniziativa di “governance globale”, proponendo un ordine mondiale alternativo basato su sovranità, multilateralismo e rispetto delle diverse civiltà. Rilevante la partecipazione del premier indiano Narendra Modi dopo anni di tensioni con la Cina.

Il primo ministro indiano, Narendra Modi, all’arrivo a Tianjin

Si è trattato di un segnale molto forte della volontà della Cina e dei principali Paesi euroasiatici di costruire o almeno disegnare un “altro” ordine mondiale rispetto a quello dominato dall’Occidente. Sono stati firmati oltre 20 documenti tra cui una Development Strategy 2026-2035 e una Road Map energetica fino al 2030, oltre a vari accordi su sicurezza e cooperazione economica, con la istituzionalizzazione di strumenti operativi di cooperazione nella sfera interna regionale.

(Imagoeconomica, Carino by Ai Mid)

Il summit ha ribadito l’obiettivo di espandere i pagamenti in valute nazionali, rafforzare l’Interbank Consortium della SCO ed è allo studio una Banca di sviluppo SCO. Si è convenuta una roadmap per la cooperazione energetica e impegni su Intelligenza Artificiale, innovazione e industria verde. La riforma del sistema multilaterale globale lanciata dalla Cina è stata uno dei temi ideologici chiave.

(Imagoeconomica, Sergio Oliverio)

Va da sé che in una diversa fase politica l’Italia avrebbe tutto l’interesse a valorizzare l’esportazione e, grazie alla sua tradizionale apertura commerciale, potrebbe inoltre porsi come interlocutore Ue per progetti che richiedono norme europee. In definitiva il vertice di Tianjin non ha prodotto un cambiamento istantaneo dell’ordine mondiale, ma ha prodotto infrastrutture politiche e accordi strategici che rendono la SCO un attore più strutturato. Per l’Italia, e l’Europa, sarebbe opportuno non isolarsi né abbracciare tutte le proposte ma, recuperando la propria autonomia strategica, cogliere opportunità economiche rilevantissime.

(Imagoeconomica. via Casa Bianca)

Due mesi dopo, a fine novembre, viene quindi pubblicato il nuovo documento di Strategia di Sicurezza nazionale Usa firmato da Donald Trump, che rivoluziona – è il caso di dire – l’analisi e la strategia statunitense in questa nuova fase che i migliori studiosi definiscono di transizione egemonica mondiale. Una transizione dai tempi pur assai incerti.

John Henry Fuseli. “Incubi”

È il tempo quindi, più o meno lungo, della transizione egemonica internazionale. Il declino degli Usa come potenza mondiale dominante è avviato e ci ha già proiettato in una nuova fase. Trump ne è l’effetto e non la causa. Siamo proprio nei tempi in cui nascono i mostri e il mostro dei mostri è Gaza e il genocidio ancora in corso da oltre due anni, con la pulizia etnica della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Questa oggi è Gaza

Lo sviluppo diseguale dell’economia nelle diverse regioni del pianeta ci ha proiettati nell’attuale nuova fase geopolitica, con rischi fatali per il futuro della democrazia anche dove vige lo stato di diritto. Con la crescita dei Paesi Brics per gli Usa la posta in gioco è la sopravvivenza stessa del proprio sistema di dominio globale, che affronta con una potente ripresa dell’apparato militare industriale con l’investimento di mille miliardi di dollari, mentre l’Unione europea si ritrova sull’orlo di una grave recessione. Perciò le continue risoluzioni del Parlamento Ue e dei c.d. “volenterosi”, che vorrebbero all’Ucraina la vittoria militare contro la Russia, si rivela completamente suicida, per l’Ucraina anzitutto, ma per l’Europa intera.

Parigi, 6 gennaio 2026, i Volenterosi hanno firmato un accordo per una forza di pace in Ucraina (foto via governo italiano)

La prospettiva della progressiva perdita di centralità del dollaro nel sistema degli scambi internazionali, stabilita nel 1944 quando acquisì lo status di valuta di riserva in tutto il mondo, è inaccettabile per gli Usa e non viene presa in considerazione, neanche nel nuovo piano di sicurezza nazionale statunitense, pubblicato dalla Casa Bianca a fine novembre 2025.

Mappa dei Paesi membri Brics (in blu e azzurro), di quelli candidati (arancione), e dei Paesi che hanno mostrato interesse ad aderire

Impossibile pensare a una repentina completa sostituzione del dollaro con altre valute, compreso l’euro, che rappresenta anch’esso un pericolo per gli Usa, ma la prospettiva del suo accantonamento è inaccettabile per gli Stati Uniti, perché significherebbe per essi dover pagare i propri giganteschi debito pubblico e deficit commerciale estero con la produzione reale di beni e servizi e non, com’è stato finora, distribuendo dollari e quindi in definitiva stampando cartamoneta. Una prospettiva quindi di profondo tracollo del sistema economico Usa. Sistema che inoltre permette il mantenimento della poderosa macchina militare Usa in tutto il mondo. Gli States non sono quindi in competizione con la Cina semplicemente per il primo o per il secondo posto nell’economia mondiale, ma per la sopravvivenza del loro stesso sistema di dominio regionale e mondiale.

(Imagoeconomica, Mattia Calaprice)

Per affrontare la nuova situazione la Casa Bianca ha licenziato a fine novembre il citato nuovo rapporto sulla Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America. Questo documento si rivela rilevantissimo per le conseguenze anche sull’Europa, sul nostro Paese e sul nostro sistema politico.

La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Usa

(Imagoeconomica, Daniel Torok)

Il documento si apre con una lettera ai cittadini del presidente Trump, che rivendica molti successi che si sarebbero già ottenuti: il ripristino dei confini sovrani degli Usa; il rafforzamento dell’esercito con un investimento di mille miliardi di dollari; lo storico impegno dei Paesi Nato ad aumentare la spesa militare al 5% del Pil; la liberazione della produzione energetica nazionale ai fini della propria indipendenza; l’imposizione di dazi storici per riportare al proprio interno le industrie critiche; la distruzione della capacità di arricchimento nucleare dell’Iran e, nel giro di soli otto mesi la risoluzione di otto conflitti violenti (!?) tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Congo e Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, “ponendo fine alla guerra a Gaza” (citazione testuale). Quindi gli Stati Uniti starebbero riportando la pace in tutto il mondo.

Viene quindi definito un nuovo asse fondamentale della politica estera Usa rispetto al passato, quando le élite della politica estera statunitense si erano convinte che il dominio permanente degli Usa sul mondo intero fosse nell’interesse del proprio Paese. Ora invece lo scopo dichiarato della politica estera Usa è la protezione degli interessi nazionali fondamentali, enunciato come unico obiettivo della propria strategia.

La Casa Bianca vede oggi come un estremo e distruttivo errore aver scommesso in passato “sul globalismo e sul cosiddetto libero scambio”, svuotando la classe media e la base industriale. Una rivoluzione copernicana insomma per rifondare le basi della supremazia economica e militare Usa. La globalizzazione è finita o deve finire, altrimenti la vincerebbe la Cina.

Chiaramente il documento pone tra i suoi obiettivi generali quello di schierare l’esercito più potente, letale e tecnologicamente avanzato al mondo; una deterrenza nucleare più solida, tra cui un Golden Dome per il territorio americano; l’economia più forte, dinamica, innovativa e avanzata del mondo.

Ma cosa vogliono gli Usa dal mondo?

Vignetta satirica d’epoca sull’espansionismo statunitense nel Pacifico, lo Zio Sam attraversa le Americhe brandendo un grosso bastone, metafora della forza militare Usa

Lo chiariscono subito affermando l’applicazione di un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe. Come noto la dottrina Monroe considerava l’America Latina il giardino di casa degli Usa nel quale non ammettevano interferenze ed ostacoli alla loro politica. Il corollario Trump applica la dottrina Monroe non più alla sola America Latina ma all’Occidente, ovvero anche a noi europei e occidentali sparsi nel mondo.

(Imagoeconomica)

Il piano A pertanto non è più l’espansione della Nato, che anzi si esplicita deve essere bloccata, o i rischi di confronto militare con la superpotenza russa, ma una nuova divisione del mondo in blocchi. Con la precisazione che gli Usa non possono permettere che nessuna nazione diventi così dominante da minacciare i propri interessi. Poiché gli Usa rifiutano il concetto ritenuto ormai fallimentare di dominio globale per sé stessi, si prefiggono l’obiettivo di impedire il dominio globale e in alcuni casi anche regionale, di altri, vedi la Cina. I “blocchi” geopolitici poi sono considerati diversamente che durante la Guerra fredda, poiché sono “mobili”, aperti alla competizione di ogni genere per strappare questo o quell’altro Paese all’influenza di altri attori internazionali.

Risulta chiaro che la sovranità rivendicata dagli Usa, sui propri interessi fondamentali, non è sovranità per tutti, dato che gli altri dovranno adoperarsi per la stabilità degli Usa, ospitare basi militari, adattare le loro filiere industriali e quelle di approvvigionamento alle necessità Usa.

Nicolas Maduro, il presidente del Venezuela arrestato con un blitz statunitense

Il primo eclatante esempio di questa recuperata Dottrina Monroe è stato dato con l’aggressione militare e il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro, una operazione criminale dichiaratamente diretta alla rapina delle enormi risorse naturali del Venezuela, con le massime riserve mondiali di petrolio, riserve di gas, litio, oro e diamanti, già controllate dagli Usa fino agli anni Ottanta e perse con la rivoluzione bolivariana guidata da Chavez prima e Maduro poi.

I pozzi petroliferi di cui è ricco il Venezuela

Tutto ciò è stato ufficialmente dichiarato da Trump, che velleitariamente afferma anche di voler governare il Venezuela tenendone prigioniero il presidente. Il generale Usa Laura Richardson, comandante del Comando Sud degli Stati Uniti in America Latina, aveva chiarito che: “l’obiettivo degli Stati Uniti in America Latina non è la democrazia, ma il controllo del petrolio, del litio, dell’oro e dei minerali rari. Il Venezuela, con le più grandi riserve di petrolio e risorse strategiche fondamentali, è l’obiettivo principale”.

Numerose mobilitazioni contro quanto accaduto in Venezuela si sono tenute in Italia e in Europa

Alla vergogna delle dichiarazioni della presidente del Consiglio italiana, secondo cui l’azione Usa in Venezuela è legittima in quanto azione difensiva, rispondono in questi giorni e in queste ore centinaia di piazze unitarie in tutta Italia per condannare la nuova aggressione Usa, mentre nuovi cortei e proteste si organizzano in tutto il Paese.

Jeffrey Martin Landry, governatore della Lousiana e inviato speciale Usa per la Groenlandia (Imagoeconomica)

Ma la nuova Dottrina Monroe/corollario Trump, non riguarda solo l’America Latina ma tutto l’Occidente. Prova ne è la minaccia di occupare o comprare la Groenlandia, oggi appartenente alla Danimarca, Paese UE dal 1973 e Paese fondatore della Nato. Un’isola ricchissima circondata, secondo Trump, da cinesi e russi.

(Imagoeconmica, Carino by Ai Mid)

Gli Usa vogliono inoltre – spiega il nuovo piano – un Indo-Pacifico libero e aperto; la libertà e la sicurezza dell’Europa; impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e infine guidare i progressi scientifici nell’intelligenza artificiale, nelle biotecnologie e nell’informatica quantistica. Questi vengono definiti gli interessi nazionali fondamentali e vitali degli Usa, che respingono con nettezza le disastrose ideologie del “cambiamento climatico”.

(Imagoeconomica, Mattia Calaprice)

Tra gli strumenti a disposizione per il raggiungimento di tali obiettivi il documento in analisi elenca ancora lo status del dollaro come valuta di riserva globale e l’esercito più potente e capace del mondo, oltre a una enorme capacità energetica.

E cosa vogliono gli Usa da noi, nel loro nuovo e ampliato giardino di casa

Vale intanto citare che tra le priorità generali del piano in esame è detto che gli Usa si opporranno: “alle restrizioni antidemocratiche imposte dall’elite alle libertà fondamentali in Europa, nell’Anglosfera e nel resto del mondo democratico, in particolare tra i nostri alleati”. La petizione lascia perplessi quando si pensa che l’Europa, uscita dalla Guerra di Liberazione, ha tra i suoi cardini la libertà di manifestazione del pensiero, con gli unici correttivi delle limitazioni poste ai propositi razzisti e fascisti, come magistralmente nella Costituzione italiana.

Ancora tra le priorità generali del piano è detto che i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante (il gigante che secondo la mitologia greca reggeva il mondo sulle spalle) sono finiti. Di qui l’impegno dei Paesi Nato a spendere il 5% del Pil per la difesa. E anche che il modello sarà costituito da partnership mirate che utilizzino strumenti economici per allineare gli incentivi con gli alleati che la pensano allo stesso modo, per una loro stabilità a lungo termine per contrastare le influenze ostili e sovversive.

(Imagoeconomica, Carino Ai)

Quanto all’emisfero occidentale gli Stati Uniti riaffermeranno – dice il testo – e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale, quindi l’accesso alle aree geografiche chiave in tutta la regione – precisa il testo – negandone l’accesso ai concorrenti. Tra le conseguenze elencate la formazione di schieramenti mirati per garantire la sicurezza dei confini e sconfiggere i cartelli, compreso, se necessario, l’uso della forza letale in sostituzione della strategia fallimentare basata esclusivamente sull’applicazione delle legge degli ultimi decenni; l’uso dei dazi doganali e degli accordi commerciali reciproci come strumenti potenti di condizionamento.

(Imagoeconomica, Carino Ai)

Inoltre, agli amici forniranno qualsiasi tipo di aiuto, se subordinati alla riduzione dell’influenza ostile esterna, al controllo delle installazioni militari, dei porti e delle infrastrutture chiave, all’acquisto di beni strategici in senso lato – sempre seguendo il testo della strategia Usa, che ammette che potrebbero avere qualche difficoltà in America Latina, ma non in Europa. Insomma la scelta che ogni Paese dovrebbe affrontare – è detto – è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli Stati Uniti, composto da Paesi sovrani ed economie libere, o in un mondo parallelo in cui sono influenzati da Paesi dell’altra parte del globo.

Quanto all’Indo-Pacifico si osserva nel documento che è già la fonte di quasi la metà del Pil mondiale in base alla parità di potere d’acquisto e di un terzo in base al Pil nominale, con una quota destinata a crescere in questo secolo. Ciò significa, secondo il piano, che l’Indo–Pacifico è già e continuerà ad essere uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo. Costruendo un esercito in grado di respingere qualsiasi aggressione alla Prima Catena Insulare, gli Usa vorranno anche mantenere il mar meridionale cinese libero da pedaggi, concludendo sulla Cina che: “Prevenire conflitti richiede una posizione vigile nell’Indo-Pacifico, una base industriale di difesa rinnovata, maggiori investimenti militari da parte nostra e dei nostri alleati e partner, e la vittoria nella competizione economica e tecnologica a lungo termine”.

Gli Stati Uniti debbono insomma difendere la loro economia e la loro popolazione da qualsiasi danno, proveniente da qualsiasi Paese o fonte, ponendo fine tra le altre cose a propaganda, operazioni di influenza e altre forme di sovversione culturale.

Venendo specificamente all’Europa…

Come abbiamo visto l’Europa entra far parte del giardino di casa degli Usa, secondo la teoria Monroe-corollario Trump, al pari dell’America Latina e ponendo meno problemi. Molti Paesi dell’America Latina infatti commerciano abitualmente e in modo importante con la Cina, traendo profitto proprio dalla possibilità di commerciare con tutti gli attori e gli schieramenti internazionali. Profitto non solo commerciale ma di forza e di autonomia strategica di questi Paesi.

P(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Facendo parte del giardino di casa, gli Usa vogliono un’Europa in salute, seppur divisa, ma debbono fare i conti con un quadro impietoso come essi stessi lo descrivono. L’Europa continentale ha perso quota del Pil globale, passando dal 25% nel 1990 al 14% di oggi. Ma il declino economico sarebbe nulla di fronte alla cancellazione della civiltà. L’Unione europea mina la libertà e la sovranità politica. Si citano le politiche migratorie, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali.

(Imagoeconomica, Carino bu Ai)

Non è quindi detto che tra qui e venti anni alcuni Paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili, secondo gli Usa. Soprattutto, la gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico degli Stati Uniti per ristabilire le condizioni di stabilità strategica in tutta l’area eurasiatica – abbiamo visto infatti che il nemico principale è individuato altrove, nell’estremo oriente –. Il tutto per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei, che permane. La previsione Usa è che se la guerra in Ucraina non termina, la Ue si sfascia e indebolisce gli Usa. Un’ampia maggioranza europea desidera la pace, continua il rapporto, ma questo desiderio non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi.

(Imagoeconomica, Nicholas Berardo)

Eppure l’Europa rimane vitale per gli Usa, per il suo mercato, per la manifattura, la tecnologia, l’energia, la ricerca scientifica e le sue istituzioni culturali. La democrazia americana sosterrà quindi la vera libertà, il risveglio delle singole nazioni e trova motivo di grande ottimismo nella crescente influenza dei partiti patriottici europei.

(Imagoeconomica, Carlo Lanutti)

Eppure ci sono diverse Americhe diversamente al potere, mentre l’amministrazione Trump punta la Cina come competitore globale, ce n’è un’altra che continua a puntare la Russia come nemico principale e lo sviluppo del complesso militare industriale come obiettivo principale ed immediato. Se n’è fatto recentemente interprete, con le maggiori cariche dell’UE, il segretario della Nato, Mark Rutte, secondo cui dobbiamo prepararci a una guerra come quella toccata ai nostri padri.

Mark Rutte, segretario generale Nato (Imagoeconomica)

Le due Americhe hanno tuttavia in comune l’obiettivo di trarre il massimo dei vantaggi possibili dall’Europa, ormai priva di autonomia strategica. Alle prese con un gigantesco progetto di riarmo, che vede protagonista nuovamente la Germania con la forza d’urto che essa può esprimere. Nonostante i Paesi europei spendano in armi già più di quanto facciano Russia e Cina insieme…

E all’Italia

Trump e la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni (Imagoeconomica)

L’Italia resta un Paese in posizione strategica per gli Usa, al centro del Mediterraneo, crocevia tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano. Il nuovo tipo di alleanza da “giardino di casa” ha già avuto modo di dispiegarsi con l’acquisto del gas liquefatto Usa a prezzi quadruplicati rispetto a quello russo; con l’imposizione di dazi; con l’obbligo di raggiungere la spesa del 5% del Pil in armi, ovviamente per lo più statunitensi. Una subalternità offerta quasi spontaneamente mentre la destra si interroga, curiosamente, sull’assenza di un proprio ruolo culturale. La tragedia palestinese è paradigmatica, con l’assenso silenzioso dell’Europa al cd piano di “pace”.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

È chiaro che nelle condizioni in cui si trova il nostro Paese, l’imposizione dei pesanti tributi statunitensi non può non avere contraccolpi sul bilancio e sulla crescita. La stessa agenzia di rating Moody’s preconizzava anni fa l’impossibilità per l’Italia di arrivare a spendere il 2% del Pil, pena il rischio di una guerra civile. La subalternità dell’Italia agli Usa, i pesanti fardelli assunti, si sposano attualmente con il profilo autoritario, o patriottico secondo il piano Usa, del governo Meloni, che sta infatti facendo di tutto per assicurare nel tempo lo sviluppo di una politica restrittiva economicamente e socialmente a tutto vantaggio degli Usa.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Tutto è oggi in discussione, verso un vero e proprio cambio di regime costituzionale. Dalla democrazia parlamentare al dovere di solidarietà, dalle condizioni del lavoro alla praticabilità di uno sciopero generale, all’unità del Paese nell’uguaglianza. Siamo già tra i grandi Paesi europei quello con i salari più bassi, ovvero lo siamo nuovamente dopo cento anni. Abbiamo una disoccupazione al 6% oltre a un 32% di c.d. sfiduciati, per una media nel Paese del 40% di persone senza lavoro, con picchi altissimi al sud tra donne e giovani. Il dilagare della povertà nel nostro Paese e in Europa è benzina per il consenso dei partiti fascisti.

Lo stocio Alessandro Barbero (Imagoeconomica, De Giglio)

La stessa libertà di espressione conosce costantemente duri colpi se vengono aggrediti quando non messi a tacere personaggi come Lucio Caracciolo, Alessandro Barbero o Carlo Rovelli, o se passano in secondo piano le dure parole del Papa e della Cei contro il riarmo.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

La stessa autonomia e indipendenza della magistratura è sotto attacco, sia con la divisione della magistratura a cui risponderemo NO con il referendum costituzionale, sia con la riduzione del campo di azione e dell’efficacia impositiva della magistratura contabile.

Resistere

(Imagoeconomica, Stefano Carofei)

Una premessa. Dobbiamo essere molto grati ai giovani d’oggi. A loro si è per lo più negata la socialità nel periodo del Covid, sanno che il clima del pianeta va surriscaldandosi, un pianeta politicamente incapace di contenere il cambiamento climatico. Avranno avuto modo di soffrire anche le restrizioni economiche del Covid, la mancanza di lavoro anzitutto. La mancanza di retribuzioni dignitose in secondo luogo.

(Imagoeconomica, De Giglio)

Agli stessi giovani si è quindi mostrato, in tutto il mondo e in diretta, l’orrore dei massacri di palestinesi per oltre due anni, chiamatelo come volete, per me è chiaramente un caso di genocidio a Gaza e di pulizia etnica, anch’essa brutale, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. È apparsa anche chiara la doppia misura usata con le sanzioni nei confronti della Russia per l’invasione dell’Ucraina, rispetto al sostegno a Israele nello sterminio dei palestinesi fornito dagli Usa, dalla Germania, dall’Italia, in prima fila in questi due anni.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

In tutto il mondo vi sono state infatti manifestazioni gigantesche a favore del popolo palestinese e delle flottiglie di aiuti, che hanno tentato di portare aiuti urgentissimi che i governi occidentali negavano e Israele bloccava. Si è parlato molto di questi movimenti come di movimenti giovanili ma non possono considerarsi semplicemente tali. Questi movimenti, per esempio in Marocco come in Bangladesh, pur essendo evidentemente formati da una maggioranza di giovani, hanno comunque legato le loro proteste alle loro condizioni di vita.

Come se la Palestina mettesse tutti di fronte alla questione se siamo disposti a continuare a tollerare un’ingiustizia palese, crudele, che non conosce limiti e soprattutto se siamo disposti a continuare con dei sistemi che ci costringono a molti sacrifici, a molte povertà, a molti disagi per poi permettere anche delle stragi quotidiane di innocenti? Come a dirci che tutto sommato sono disposti a tutto per mantenere questo stato di cose.

(Imagoeconomica, Carino by Ai Mid)

Ancora troppi tentennamenti e troppe incertezze su aspetti fondamentali del futuro, a cominciare dalla guerra, impediscono lo sviluppo di un vasto movimento politico costituzionale. Il ripudio della guerra e del riarmo, la pace in Ucraina in un sistema di sicurezza europea collettiva e duratura dal Portogallo agli Urali, anche qui il piano di pace Usa è un’altra cosa, col 50% dei profitti garantiti loro dalla ricostruzione –, con la ripresa del controllo degli armamenti nucleari delle grandi potenze, sono alla base di una qualsiasi prospettiva strategica di ripresa materiale e morale del nostro Paese come degli altri Paesi europei, da porre alla base di un movimento di vera alternativa alle politiche attuali.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

Il quadro internazionale è chiaro e non permette una semplice alternanza di soggetti gestori delle politiche di oltreoceano, è necessario un sussulto patriottico, come dicono gli Usa, ma di tipo radicalmente diverso, democratico costituzionale, riunendo attorno ai principi fondamentali della nostra Costituzione quante più forze possibili tra i partiti democratici, i movimenti, i sindacati dei lavoratori, le associazioni della società civile. E ciascuno può fare la propria parte. Anche la nostra Associazione, anche a livello territoriale, costruendo e rinsaldando le alleanze democratiche in nome di una vera e propria rivoluzione costituzionale, quella della sua completa attuazione, per un paese di Pace e di Giustizia sociale.

(Archivio fotografico Anpi nazionale)

Eppure i principi costituzionali fondamentali della libertà dalla dittatura terroristica del fascismo, della sovranità appartenente al popolo, della democrazia parlamentare, della dignità di ogni persona umana e del dovere dello Stato di solidarietà; l’uguaglianza dei cittadini e la loro pari dignità sociale; l’obbligo dello Stato di rimuovere gli ostacoli alla partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato; il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali, la possibilità di cedere parti della sovranità dello Stato per organismi internazionali ma con scopi di pace; il diritto al lavoro, e la dignità di vita del lavoratore e della sua famiglia, il diritto di libera manifestazione del pensiero e la libertà dell’informazione, pluralista e indipendente; il diritto di sciopero, pur gravemente precettato, fanno parte di un insieme di principi inderogabili di civiltà raggiunti dal popolo italiano che i trattati internazionali non limitano, come non limitano in peggio le costituzioni degli altri Paesi dell’Unione Europea, perché sono stati conquistati dall’antifascismo, dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione e sanciti nella Costituzione della Repubblica. Sono infatti principi immodificabili, neanche con la revisione dei trattati internazionali.

(Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

È ora, tutti insieme, di conquistarne la integrale applicazione.

Fabrizio De Sanctis, componente Segreteria nazionale ANPI