L’architetto Silvio Veglio nella sua casa in una foto firmata da Andrea Scanzi

La vita di Silvio Veglio si intreccia fin dalla giovinezza a quella di Beppe Fenoglio e della sua famiglia. Con l’antifascismo storico della città di Alba. E con l’epica della Resistenza nelle Langhe. Architetto e storico, già assessore ai Lavori pubblici e a capo di enti e istituzioni cittadine per quasi 50 anni, come l’Osservatorio di tutela del paesaggio di Langa e Roero, Veglio ha curato uno dei principali “percorsi Fenogliani”, quello di San Benedetto Belbo, e da sempre lavora alla riscoperta e alla valorizzazione dei luoghi dei capolavori del partigiano scrittore e della lotta al nazi-fascismo della provincia albese. In questa intervista a Patria Indipendente ripercorre la memoria della Cascina Roccalini, la tenuta di famiglia nel cuore delle terre del barbaresco, racconta i volti (reali) che vivono nelle opere di Fenoglio, l’antifascismo di suo nonno e di sua madre. E soprattutto testimonia l’amore per una terra in cui donne e uomini di grandi ideali hanno reso volti, storie, tradizioni e perfino le colline e i filari un simbolo nazionale dei valori della Resistenza, dell’impegno civile, della solidarietà, dell’amicizia.

Lo scrittore Beppe Fenoglio

Lei ha conosciuto Beppe Fenoglio?

Tra me e Fenoglio c’erano venticinque anni di differenza, mia mamma invece era stata sua compagna di scuola, al ginnasio, classe 1922. Quando facevo la seconda liceo, lo vedevamo sempre, noi ragazzi. La sera lui andava verso casa, alle sette, passando dalla via principale. Tra di noi ci dicevamo chi era. Ricordo quando lessi “Primavera di bellezza”, avevo quindici anni.

Alba nei primi anni del Novecento, in fondo a sinistra la casa dei Fenoglio

Mi racconti ancora.

Con degli amici si ritrovava in casa di un medico, avevano una specie di circolo culturale dove si parlava di filosofia, di politica, di arte. Ad Alba la gente forse non capiva, non sapeva: “Scrittore, si, vabbè”. Era ritenuto un po’ anomalo, lo prendevano in giro anche perché non era molto attraente e ne soffriva. È sempre stato un tipo scorbutico, anche un po’ sarcastico, poco compagnone. Tant’è che ha lasciato un librettino di epigrammi sullo stile di Marziale dove critica diversi personaggi anche di Alba. La cultura in città era l’ultima cosa.

Non lo capivano, gli albesi.

Non che lo osteggiassero, ma allora c’era un clima di chiusura. Hanno cercato, quando è morto, di mettergli delle etichette. Si è voluto sposare civilmente, in municipio, cosa che ha fatto abbastanza scalpore. Infatti non l’aveva voluto celebrare il sindaco, ma un assessore liberale, avvocato.

Lo scrittore Italo Calvino

Ai suoi funerali però c’erano tutti.

Quando Fenoglio morì venne il preside in classe: “Oggi c’è il funerale di una persona molto importante che è stato allievo qui. Chi vuole andare con la bandiera?” C’è una fotografia famosa: c’è Italo Calvino, e c’è il capo partigiano “Poli”. E subito dietro c’è la bandiera del liceo e noi quattro o cinque compagni che ce la passavamo. Lui era una gloria della scuola, e anche alcuni professori avevano fatto i partigiani.

Partigiani piemontesi in marcia (Archivio fotografico Anpi nazionale)
Pietro Chiodi “Piero” e “Valerio” nel ’45

Cocito e Chiodi, maestri di Fenoglio e anime della Resistenza piemontese. 

Leonardo Cocito fu impiccato al ponte sul Po, professore di lettere di Genova, comunista, a scuola parlava liberamente contro il fascismo. L’altro era professore di filosofia, Pietro Chiodi, che poi andò all’Università di Torino.

Lei poi ha frequentato la famiglia Fenoglio.

Il padre era una persona molto affabile, dedito al lavoro, scherzoso. Anche il fratello di Beppe, Walter, era così. È stato dirigente in Fiat, direttore in Svizzera e poi a Parigi. L’ho conosciuto bene: era orgoglioso di suo fratello, molto preciso nei ricordi. Come anche la sorella, che abbiamo frequentato e il cui marito, compagno di scuola di mio zio, lo nascondemmo nel solaio di casa ad Alba durante la guerra. Anche la madre di Fenoglio, Margherita, era tostissima. Ma qui non è mica una cosa rara..

Staffette partigiane in Piemonte

Le donne della Resistenza piemontese.

Un’altra figura importantissima è stata la Rizzoglio (Beatrice Roggero Fossati in Rizzoglio, ndr) che è nell’elenco delle “Giuste tra le Nazioni”, la madre di quell’Ettore Costa del “Partigiano Johnny”, amico di Fenoglio. Le donne in Langa lavoravano e sono state il pilastro della famiglia. Ci sono state sindacaliste, docenti. Una delle prime donne che ha comandato un gruppo partigiano è piemontese.

(foto famiglia Veglio)

Anche la sua, Angela Liborio, è stata una donna “tosta”.

Fu una “collaboratrice”, andava con la bicicletta a portare biglietti, soldi. Lei teneva le buste nella borsa, aveva 21 anni. L’hanno presa due o tre volte e l’hanno portata al comando. La tenevano lì un po’ e poi la lasciavano andare. Mio zio a Pasqua fu arrestato insieme ad altri, era andato a messa, aveva 16 anni, qualche giorno prima della Liberazione. Il vescovo Luigi Maria Grassi ottenne un colloquio col maggiore. Mio nonno Carlo, essendo un noto antifascista non poteva andarci e mandò mia madre, che era già incinta di me, sposata a ottobre: “Lo libererò in cambio di due vitelli”, le disse. Quando lei uscì, c’erano i soldati repubblichini, qualcuno buttò una bomba. Riuscì a scappare verso casa.

La Resistenza a Cascina Roccalini.

Divenne la base di Paolo Farinetti, il padre di Oscar, comandante della Brigata Matteotti, che era qui di Barbaresco. La mamma di Farinetti abitava dai miei, con documenti falsi, passava per una cugina traumatizzata dai bombardamenti: “Questa è una cugina di Torino che non sta bene”, dicevamo. Mia mamma si sposò qui nella nostra cappella, nel ’44, durante i “23 giorni della città di Alba”. Parteciparono anche i partigiani, una cinquantina, perché fecero un po’ di festa.

Questo era un luogo strategico.

Dopo l’occupazione repubblichina di Alba, all’inizio di novembre, ci sono stati morti e rappresaglie. I fascisti venivano continuamente, volevano mangiare, arrivavano a piedi, avevano anche una pattuglia a cavallo. I miei si traferirono ad Alba. Rimase la famiglia del mezzadro, era autorevole e sapeva trattare. Poi qui sotto c’è la galleria della ferrovia, un chilometro e mezzo dalla città, un punto di collegamento rapidissimo e perfetto per fare delle puntate e scappare subito. I partigiani misero anche una bandiera rossa sul pilastro che c’è ancora adesso qui fuori. La videro e iniziarono a sparare col mortaio. Mio nonno la fece tirare via. Abbiamo ritrovato le schegge nel campo anni fa.

Silvio Veglio in un altro scatto firmato da Andrea Scanzi

E ad Alba?

Il contadino portava armi, munizioni e divise imballate lanciate dagli Alleati e nascoste dai partigiani qui in cantina, con un carro verso Alba, coperte dai sacchi di grano. La famiglia di mia mamma commerciava nocciole, avevano il magazzino coi gusci di nocciole da vendere come combustibile e quei materiali li mettevano sotto i gusci, a casa di mio nonno. Un giorno arrivarono i repubblichini e i tedeschi coi cani. Li misero tutti in una stanza, c’erano anche la mamma di Farinetti e i dipendenti, ma pare che i gusci abbiano un odore penetrante per cui i cani non sentirono nulla.

Com’è nata l’attività per il “percorso fenogliano” a San Benedetto Belbo?

Dalla morte di Fenoglio in avanti, si è sempre cercato di mantenerne viva la conoscenza e il ricordo. Molti gli si erano avvicinati dopo, sentendo che aveva “pubblicato un libro”, ma chi sapeva quando scriveva, non erano molti. Abbiamo lavorato con amici come Ugo Cerrato: era di San Benedetto Belbo, testimone della nascita di diversi racconti, “Un giorno di fuoco”, “Superino”, “Pioggia e la sposa”. Del paese io conosco perfino i bidoni della spazzatura.

Beppe Fenoglio, giovane calciatore

Lui da bambino ci passava le vacanze, da parenti paterni. È anche il paese del racconto “Il gorgo”. 

C’è un gorgo dove in molti si sono suicidati, non come quelli del Tanaro, un vortice che va giù profondo, questo è massimo due metri. È il racconto di un uomo che va lì con il figlio, ma poi ritorna. Letto sul posto è una roba da piangere: ci abbiamo fatto accanto una piccola area di lettura.

Cos’altro avete recuperato?

La strada che scende lungo il costone, dal vecchio monastero al mulino. La scalinata di 300 scalini che va giù nel rio e risale, quella scesa in “Pioggia e la Sposa”. Certi riferimenti dei racconti sono reali, anche se l’opera letteraria poi è un’altra cosa e i personaggi sono più o meno ricalcati su alcuni che sono esistiti. Come le due osterie. L’osteria della francese era l’osteria che c’è sulla piazza e la francese era una donna nata in Francia. E poi c’era quella di Placido, che ho conosciuto: aveva un modesto negozio di alimentari con qualche camera sopra. Fenoglio andava a dormire da lui. Abbiamo recuperato la panchina davanti alla casa della maestra, quella su cui ha scritto “Un giorno di fuoco”. Cerrato dice: “Domenica mattina mi sveglio, sento battere a macchina, era lui sulla panchina che scriveva il racconto. Prima di mezzogiorno l’aveva già finito”.

Una scena del film del 2000 “Il partigiano Johnny” diretto da Guido Chiesa

Ci sono altri luoghi a cui è particolarmente legato?

L’estate da bambini la passavamo qui a Roccalini e poi alla Cascina Langa, che era di amici di mio padre. I partigiani ci sostavano, viene citata infinite volte nel “Partigiano Johnny”, ma se si conosce il racconto e poi lo si confronta coi luoghi reali, la veduta non torna. Ma non importa, è letteratura. Come d’altronde hanno individuato nel Pavaglione il luogo in cui risiedevano Tobia e Nelman. Con Cerrato ne abbiamo discusso tante volte: per come è congegnata la “Malora”, il Pavaglione è la Langa. E poi alla Langa hanno trovato un pilastro con una scritta in lettere greche. Forse è stato Fenoglio: non erano tanti gli studenti di liceo tra i partigiani. Ho ripercorso, spesso a cavallo, tutti gli scenari, tutti i luoghi, i sentieri partigiani.

Piero Balbo “Poli”, il Comandante Nord del romanzo “Il partigiano Johnny”

Lei ha conosciuto altri personaggi dei racconti?

Ho fatto il servizio civile nel ’72, in Kenya e allora ho conosciuto “Pierre”, il generale Ghiacci, Piero Ghiacci, presente nel Partigiano Johnny. Era al ministero, mi ha firmato il nulla osta al rinvio del servizio militare. Aveva sposato una ragazza di Neive e nei racconti era tenente dell’aeronautica. Fenoglio lo descrive bene, era un tipo misurato, molto serio. Gli dissi: “Posso salutarla, posso ringraziarla?” E lui: “E perché cosa?” E io: “Ma lei…”.

Il sentiero de “Il partigiano Johnny”

Qui alla cascina nel 2000 invece Guido Chiesa ha girato “Il partigiano Johnny”.

Persona educatissima e gentilissima. Disse: ”Io girerei qui la scena della festa”. Purtroppo hanno portato via dei pezzi, qui non abitava nessuno: un sofà, delle sedie. Avevamo anche un fonografo. Poi invece: “Ho capito che rischiamo di creare un pasticcio tale che sua madre non gradirebbe sicuramente”. Qui hanno girato la scena di quando Johnny osserva Alba, appoggiato a una finestra, ricostruita in mezzo alla campagna e quella in cui il padre fa la salita. Chiesa è tornato qui per diversi anni, con la Film Commission portava persone da Torino e amici sui luoghi in cui aveva girato. Prima telefonava: “Se non le dispiace…”. E arrivavano con il pulmino.

Manifestazione antifascista ad Alba

È vero che suo nonno ha conosciuto Mussolini?

Erano “commilitoni” del 1883. Nel 1903, siccome esportava le nocciole in Svizzera, andò a vedere la loro lavorazione e così lo ha conosciuto, lui lì era disertore. Ha sempre detto, in dialetto albese, che era un crin, un maiale, perché non faceva niente, faceva l’agitatore, l’anarchico rivoluzionario, viveva sulle spalle di donne che aveva conosciuto e si faceva mantenere. Nel ’37 a mio nonno ritirarono la licenza di esportazione. Il duce aveva mandato una lettera ai compagni “commilitoni”, regalava loro la tessera, lui la rifiutò. La cosa non lo preoccupò molto, la sua impresa era piuttosto grande. Alba poi è sempre stata antifascista, il partito non è mai stato molto forte: questo era un centro agricolo, non industriale, era più importante Cuneo. Ad Alba i fascisti ce ne sono sempre stati pochi. Anche adesso.