
La discussione pubblica sulle riforme istituzionali in corso – magistratura, legge elettorale, premierato, autonomia differenziata – è spesso considerata una questione tecnica, mentre in realtà riguarda i fondamenti della democrazia costituzionale. Non si tratta soltanto di modificare alcune regole, ma di ridefinire i rapporti tra i poteri dello Stato, la qualità della rappresentanza e la garanzia dei diritti, cioè gli elementi che danno sostanza alla vita democratica. In gioco non c’è un cambiamento tecnico, ma una maggiore concentrazione del potere. La Costituzione repubblicana nacque da una scelta politica precisa: impedire il ritorno dell’arbitrio e dell’accentramento del potere che avevano caratterizzato il regime fascista. Non è un insieme neutro di norme, ma il risultato di un’esperienza concreta – la dittatura, la guerra, la lotta di liberazione – e della volontà di costruire istituzioni capaci di impedirne il ripetersi.

I Costituenti, molti dei quali protagonisti diretti di quella stagione, costruirono così un sistema fondato sull’equilibrio tra i poteri, sulla centralità del Parlamento, sull’indipendenza della magistratura e sulla presenza di organi di garanzia, delineando un ordinamento che fa del limite al potere il suo principio fondamentale.

Le riforme oggi in discussione si collocano, invece, lungo una direttrice diversa. La legge elettorale avanzata dal governo, lungi dall’essere uno strumento neutro, incide sui rapporti tra i poteri e sulla rappresentanza dei cittadini: tende a rafforzare l’esecutivo, riducendo gli spazi di autonomia del Parlamento e accentuando il peso delle segreterie di partito nella selezione dei parlamentari. Ne deriva una compressione della rappresentanza e un indebolimento della funzione parlamentare, con effetti diretti sull’equilibrio complessivo tra i poteri dello Stato. In questa prospettiva, anche la riforma della magistratura non appare un intervento isolato, ma si colloca nello stesso indirizzo, nel quale il rafforzamento dell’esecutivo si accompagna all’indebolimento dei contrappesi, mentre l’indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione incide direttamente sulla capacità di controllare gli abusi di potere e garantire il rispetto della legge.

Un Parlamento meno rappresentativo del corpo elettorale e più vincolato alle maggioranze politiche finisce, inoltre, per incidere sull’elezione del Presidente della Repubblica e sulla composizione della Corte costituzionale, passaggi decisivi da cui dipende la tenuta delle garanzie previste dalla Costituzione.
In questo quadro, l’autonomia regionale differenziata assume un rilievo particolare, poiché l’attribuzione di competenze più ampie su materie fondamentali, come sanità e istruzione, può introdurre differenze tra i cittadini a seconda del territorio, con possibili effetti sull’uguaglianza sostanziale. Pur nelle differenze, emerge un dato comune: l’equilibrio tra i poteri non è mai acquisito una volta per tutte. La storia italiana insegna che la perdita della libertà non avviene improvvisamente, ma può maturare attraverso passaggi graduali. “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” (Piero Calamandrei). Il fascismo si affermò anche attraverso lo svuotamento del Parlamento, la subordinazione della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la repressione del dissenso. Oggi il contesto è diverso, ma i principi che derivano da quella esperienza restano un riferimento essenziale.

Le riforme in discussione indicano una direzione precisa, nella quale il rafforzamento dell’esecutivo si accompagna all’indebolimento dei contrappesi, alla possibile differenziazione dei diritti e alla riduzione degli spazi di rappresentanza. Come ammoniva Giuseppe Dossetti, “la Costituzione è un atto di fiducia e insieme di diffidenza: fiducia nel popolo, diffidenza verso il potere”. Indebolire questa diffidenza significa intervenire su uno degli elementi essenziali dell’impianto costituzionale. Non siamo chiamati a esprimere un giudizio tecnico su singoli interventi legislativi, ma a valutare una direzione politica complessiva, che incide sui rapporti tra i poteri, sulla qualità della rappresentanza e sulla garanzia dei diritti. Per questo, difendere oggi l’impianto costituzionale non significa conservare il passato, ma tutelare le condizioni stesse della democrazia. È in gioco l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura, l’unità dei diritti nella Repubblica e la qualità della rappresentanza; in ultima analisi, è in gioco il rapporto tra cittadini e potere.

La memoria della Resistenza non è un richiamo simbolico, ma un criterio di responsabilità, perché ricorda che la democrazia non è mai acquisita una volta per tutte e che ogni generazione è chiamata a custodirla e attuarla. Difendere la Costituzione, oggi, significa assumersi questa responsabilità.
Rosalba Bonacchi, Presidente Comitato Provinciale ANPI Pistoia
Pubblicato giovedì 12 Marzo 2026
Stampato il 12/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/riforme-e-potere-cosa-e-a-rischio-nella-nostra-democrazia/




