Manuel Antonio Noriega catturato

L’ultima invasione, e primo intervento postcomunista delle forze militari statunitensi nel continente sudamericano risaliva al dicembre 1989. Con l’operazione “Juste Cause” venne neutralizzato il dittatore Manuel Antonio Noriega alla guida dell’esercito panamense dal 1983. Da uomo della Cia e uno dei più importanti alleati di Washington in America Centrale soprattutto per il suo supporto ai Contras in Nicaragua per sconfiggere il governo sandinista e allo stesso tempo soffocare la guerriglia rivoluzionaria del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln) a El Salvador, nel 1988 venne accusato di essere coinvolto nel traffico di cocaina negli Stati Uniti. Gli furono offerti due milioni di dollari per lasciare Panama e andare in esilio in Spagna, ma Noriega rifiutò e il 20 dicembre 1989 gli Stati Uniti di George H. W. Bush invasero Panama con circa 25mila soldati. Il generale venne catturato e portato negli Stati Uniti, dove venne processato e rimase in carcere fino al 2007.

L’invasione statunitense di Panama iniziò nel dicembre del 1989, durante la presidenza di George H. W. Bush e si concluse nel gennaio del 1990

Manuel Noriega, salito al potere come uomo forte del regime panamense negli anni Ottanta, incarnava le ambiguità della politica americana nella regione. Per anni fu un alleato prezioso, tollerato nonostante le sue pratiche autoritarie e la repressione interna. Quando però divenne politicamente ingombrante, il suo ruolo cambiò radicalmente: da risorsa strategica a minaccia da eliminare. Le accuse di narcotraffico e il progressivo deterioramento dei rapporti diplomatici offrirono a Washington il pretesto per un intervento diretto. L’invasione di Panama rappresentò uno spartiacque nella politica estera statunitense di fine Guerra fredda. Con il crollo del blocco sovietico ormai imminente, Washington ridefinì le proprie priorità strategiche in America Latina, passando dal contenimento del comunismo alla difesa di interessi economici, geopolitici e di sicurezza, tra cui il controllo del Canale di Panama, infrastruttura chiave per il commercio mondiale e per la proiezione militare statunitense.

“Gloriosa Victoria”, dipinto nel 1954 dall’artista messicano Diego Rivera affronta il colpo di stato, sostenuto dalla Cia, per rovesciare il presidente democraticamente eletto Arbenz. Al centro, il segretario di Stato John Foster Dulles stringe la mano a Castillo Armas, capo dei mercenari al soldo Usa

Un altro precedente simile era stato il golpe in Guatemala ai danni del presidente Jacobo Árbenz Guzmàn. Era il 18 giugno 1954 quando fu dato l’avvio alla missione segreta della Cia “Operation Success” e circa 200 esiliati addestrati dall’agenzia in Honduras e Nicaragua attraversarono il confine e contestualmente venne bombardata la capitale con F-47 manovrati da piloti nordamericani. Era il culmine di una pesante offensiva finalizzata all’isolamento e alla destabilizzazione del governo guatemalteco. Nel corso dell’invasione l’esercito non intervenne in difesa del regime democratico che vigeva dal 1944, e anzi obbligò il presidente democraticamente eletto a farsi da parte e il potere fu affidato al colonnello Castillo Armas.

L’entrata della sede storica della United Fruit Building. Charles Avenue, New Orleans, Louisiana

Il «regime di terrore di stampo comunista», come lo aveva definito il presidente Dwight Eisenhower, in realtà era stato spazzato via per tutelare gli interessi economici dell’impresa agro-commerciale nordamericana United Fruit Company (il più grosso trust delle banane del pianeta) intaccati dalla riforma agraria avviata da Arbenz – solo due anni prima – che nei fatti aveva interessato esclusivamente le terre improduttive e aveva previsto un’indennità per i proprietari espropriati. Silenti rimasero sia le Nazioni Unite che l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa).

Arriviamo a oggi. Eduardo Galeano ne Il saccheggio dell’America Latina, pubblicato nel 1971, riferendosi alle multinazionali statunitensi, scriveva che la «naturale ricchezza del Venezuela, e di altri paesi latinoamericani il cui sottosuolo è ricco di petrolio, è pertanto oggetto di attacchi e saccheggi organizzati, si è trasformata nel principale strumento del suo asservimento politico e della sua degradazione sociale. È una lunga storia di imprese gloriose e di maledizioni, di infamia e di sfida». Già in quegli anni dal Venezuela provenivano quasi la metà dei profitti che i capitali nordamericani sottraevano all’intera America Latina.

Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, in manette (Imagoeconomica, via Donald J.Tru)

A cinquant’anni di distanza, ancora questa è la premessa per comprendere le reali ragioni dell’operazione “Absolute resolve”, scattata il 3 gennaio con un attacco dal cielo e con la contemporanea incursione delle forze speciali statunitensi a Caracas che in breve tempo hanno estratto dalla sua residenza il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores per trasferirli attraverso una nave militare, in manette, in un carcere di massima sicurezza in territorio statunitense.

Donald Trump (Imagoecomomica, Daniel Torok)

L’impensabile è avvenuto. Il documento che per Trump “legittima” questo tipo di operazioni è la National Security Strategy (Nss), reso pubblico nel novembre 2025 dall’Amministrazione statunitense che rinverdisce una politica estera di uno dei primi presidenti, la cosiddetta dottrina Monroe del 1823. Originariamente era tesa a impedire che le potenze europee nel tempo potessero intromettersi nelle questioni americane. A questa è stato aggiunto un “Corollario Trump”, che indica che gli Stati Uniti devono assicurare la stabilità del continente americano per realizzare i propri interessi: il controllo dei flussi migratori, del narcotraffico e delle risorse strategiche. Nello specifico il documento asserisce che il ripristino della «American energy dominance» e l’afflusso di «abbondante» energia «a basso costo» sono punti fondamentali per la sicurezza economica a cui non intende rinunciare Washington. L’intervento in Venezuela tende a perseguire tali interessi, ma in violazione del diritto internazionale. Innanzitutto si tratta di un attacco armato unilaterale, vietato dalla Carta delle Nazioni Unite, e non esistono ragioni plausibili per giustificarlo, né si può parlare di legittima difesa, che può far seguito solo ad un attacco armato, e tale non è sicuramente il narcotraffico, come invece sostiene il governo Usa.

Due soldati delle forze speciali Navy Seal. Dietro il simbolo del corpo

Ne deriva che l’attacco del 3 gennaio a opera delle forze speciali Navy Seal – che ha causato la morte di almeno 80 persone – può essere qualificato esclusivamente come un’azione coercitiva per catturare un (presunto) narcotrafficante. Tale è uno dei capi di imputazione di cui Nicolas Maduro è incriminato da parte del Southern District di New York (lo stesso del caso Noriega), ovvero di essere a capo del cosiddetto “Cartel de los Soles”, una rete che coinvolgerebbe settori delle forze armate venezuelane nel traffico di cocaina e fentanyl.

L’aereo presidenziale americano Air Force One (Imagoeconomica, Benvegnù Gaitali)

In seguito al rapimento e al trasferimento illegale di Nicolás Maduro, il presidente Donald Trump, rispondendo ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha tracciato la linea dei prossimi passi in territorio venezuelano: «Ciò di cui abbiamo bisogno è il pieno accesso. Pieno accesso al petrolio e ad altre risorse del Paese che ci permetteranno di ricostruirlo». Il riferimento è alla collaborazione della neo-presidente ad interim, Delcy Rodríguez, che nei mesi scorsi ha negoziato segretamente con Washington i termini della fase post-madurista.

Impianti petroliferi della società canadese Cenovus Energy, che opera in Canada e negli Usa (Imagoeconomica)

All you need is oil. Sebbene non sia ancora chiaro fino a che punto Washington si spingerà nelle sue minacce riguardo alle risorse venezuelane, anche il segretario di Stato Marco Rubio è stato categorico, affermando che il governo statunitense metterà «in quarantena il petrolio finché le condizioni non saranno favorevoli» per gli Stati Uniti, anche perché a suo dire esistono sentenze che legittimano gli Usa a «tenere tutte le petroliere finché chiunque sia al potere non apporti i cambiamenti che avvantaggiano gli Stati Uniti». Un vero e proprio ricatto. È evidente che la guerra alla droga è solo un pretesto per spingere all’intervento in Venezuela e affermare un ruolo centrale degli Stati Uniti nell’area latinomericana. È lo stesso tycoon che lo ha ribadito apertamente. Parlando dalla sua residenza di Mar-a-Lago dell’incursione militare, Trump ha promesso che «le principali compagnie petrolifere statunitensi investiranno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate e fare i soldi per il Paese».

Il presidente deposto Nicolas Maduro (Imagoecomomica, via Kremlin Ru)

Sta di fatto che la caduta del caudillo Maduro, che in più di un decennio di gestione autoritaria del potere ha progressivamente eroso il regime democratico, violando i diritti umani, da un lato non comporta lo smantellamento del chavismo che ha governato ininterrottamente il paese negli ultimi venticinque anni, e dall’altro, la transizione verso una nuova forma di governo scelta liberamente dal popolo venezuelano non è ammissibile che avvenga sotto il protettorato degli Stati Uniti, come se ancora il subcontinente fosse considerato il loro “cortile di casa”.

Andrea Mulas, storico