Passione civile è la chiave di lettura di Luigi Poletto, non politica, civile, perché la storia non deve essere piegata alla utilità della politica – da cui vengono solo interessate e ascientifiche riscritture – e perché non si deve arretrare dinanzi alle nostre responsabilità. Nostre, dice Poletto proprio all’inizio, per “ricondurre le tenebre che avviluppano… gli accadimenti a qualcosa che non è fuori di noi ma scaturisce dall’intimo del nostro essere. Solo così potremo liberarci dal ricorso all’auto-assoluzione e costruire una società più libera, umana e giusta”: il metodo si fa tutt’uno con la finalità, ne è la condizione.

Singolare destino, quello della storia: piegata, lacerata, mitizzata… oppure affogata in una massa di figure e di date che nessuno tiene più a mente e così, senza Wikipedia a portata di mano, ci sono deputati che non sanno collocare nel tempo Colombo o Hitler. Oppure messa sul trono di affermazioni risonanti “conoscere il passato per capire il presente”, “imparare quel che è successo perché non succeda più” e tutto l’apparato da foglietti dei Baci Perugina, pensando la vita delle persone e dei popoli come un eterno San Valentino.

No. Storia è dipanare una trama complicata di fatti e pensieri, di azioni e obiettivi, di personalità e popoli; è cercare le ragioni di fondo e i travestimenti ideologici che le hanno rivestite; è ricostruire il senso degli avvenimenti e le cause di grandi errori e immani tragedie; è rintracciare il filo di percorsi tortuosi e contraddittori per orientare una tensione continua al progresso: non allo sviluppo – che è quantità – ma a quello che Carlo Cattaneo aveva chiamato incivilimento. Per lo storico – ma per il cittadino può forse essere diverso? – l’oggi è il luogo della tensione tra “ieri” e “domani”: come dice Edward Carr citato da Poletto, “oltre alla domanda ‘perché?’ lo storico si pone anche l’altra ‘verso dove?’”.

L’autore – con un impegno serrato, ben certificato dalla ricchezza di indagine e studio di fonti e bibliografia –  richiama le diverse letture che del fascismo sono state date e già questo è un segno della centralità di vent’anni di regime nella storia italiana, punto di precipitazione del processo di unificazione del Paese, massimo punto di crisi e poi di costruzione di una nuova consapevolezza nazionale. Ed ecco idee e categorie storiche, il ruolo di grandi personalità, la tragedia sfociata inevitabilmente in guerra, liberazione e ricostruzione.

Murale di Giacomo Matteotti su una cabina elettrica di Vicenza

Una recensione non è il riassunto di un libro, perché i libri vanno letti: serve invece a dare conto di alcune caratteristiche che colpiscono il lettore per la loro originalità o per la particolare utilità nel mettere in luce aspetti coperti da trascuratezza o, peggio, dalla retorica. È il caso di Matteotti, che nelle pagine di Poletto esce dalla postura del martire (che certo non era la sua) per emergere in una poco nota dimensione di dirigente a tutto tondo, legato alla sua terra e connesso ai punti più alti dello scenario socialista europeo, in una dimensione di pensiero e di azione che si fatica a riconoscere nelle polemiche nella sinistra, quella del tempo e poi anche dopo, e ha ben ragione Davide Conti a ricordare che “Matteotti, insieme a Piero Gobetti e Antonio Gramsci, colse prima di altri e più in radice l’inedita natura del fascismo, connettendone la crescita ed il radicamento nel Paese con i caratteri economico-sociali e politico-culturali della nostra società profonda” (pag. 239).

Lo storico Davide Conti

È il caso anche della ricostruzione dell’antifascismo “lungo” (Colarizi), quello della Resistenza incarcerata e confinata durante il ventennio della dittatura e della vita difficile e stentata dell’espatrio. Una ricostruzione liberata dalle frasi che sentiamo oggi troppo spesso di deprecazione della “mancata unità antifascista”, che immiserisce attraverso la povertà delle categorie in uso oggi una realtà nella quale quella mancata unità aveva ben poche probabilità di realizzarsi. Altro segno del vuoto di pensiero che porta a dare giudizi sulla storia di ieri (poco conosciuta e ancora meno ricordata) con categorie politiche e morali (fragili, formali e presuntuose) di oggi, tipico di un’età che pensa sé stessa talmente eterna da estendersi anche… nel passato!

La storica Simona Colarizi (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

Per questa ragione, le parti più innovative sono quelle che Poletto dedica a mettere in luce aspetti meno conosciuti a livello di massa: le vicende del Partito d’Azione, i complessi passaggi della vita dei CLN, il Psi prima e durante la Resistenza. La sintesi, in sé preziosa quanto poco praticata, non manca di riferire le difficoltà politiche di quei passaggi alle ragioni e motivazioni sociali di un’Italia arretrata e lacerata tra (ben poche) punte di modernità e (enormi) sacche e aree di povertà economica e deprivazione sociale.

La foto è del primissimo dopoguerra. Si ripercorre l’incontro tra Clnai e Cln

Poletto non rinuncia certo a polemizzare con alcuni degli aspetti della denigrazione della Resistenza che hanno avuto maggiore corso nella vicenda politica italiana, dalla “morte della Patria”, collassata l’8 settembre, alle foibe all’anti-antifascismo e mette a disposizione in modo sintetico ma incisivo i tratti essenziali di queste polemiche, compreso anche il tema – da alcuni anni ricorrente – della “eternità” del fascismo. Anche in questi casi, pur così dissimili nella sostanza e addirittura opposti negli intendimenti, risalta che la storia è materia complessa su cui intervenire e l’uso politico di essa è sempre in agguato.

(Imagoeconomica)

Con finezza sono poi tratteggiati i nodi che potremmo chiamare della transizione tra due sistemi, dall’Italia distrutta dal fascismo (sul piano morale) e dalla guerra (su quello materiale) a quella della Liberazione e Ricostruzione: non è un caso che il titolo di un capitolo sia “La guerra partigiana oltre la retorica” e che questa – insieme al capitolo 15 sulla Costituzione – sia la parte in cui emerge forse il più esplicito coinvolgimento anche emotivo dell’autore.

Qui si trova anche l’incisiva proposta alternativa al calendario civile: osserva Poletto che in esso si “evidenzia una divaricazione tra la storia degli eventi e la loro “rappresentazione pubblica”. Ecco allora che forse la Giornata della Memoria avrebbe potuto essere per l’Italia il 16 ottobre (data della razzia ebraica del 1943), in ciò riconoscendo le nostre responsabilità nella Shoah oltre il mito degli “italiani brava gente”; il Giorno del Ricordo non avrebbe dovuto essere il 10 febbraio (data del Trattato di Parigi, scelta per darne una contestazione su base nazionalistica) ma una data più attinente ai fatti; la Giornata della Memoria delle Vittime del Terrorismo non il 9 maggio (ricorrenza dell’assassinio di Aldo Moro) ma il 12 dicembre 1969 (Strage di Piazza Fontana) e la Giornata dell’Unità nazionale non il 17 marzo (proclamazione dell’Unità d’Italia del 1861) ma il 20 settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia” (pag. 220).

Luigi Zoja

Non è la proposta di una improbabile revisione di leggi (e consuetudini) ma serve a ricordare le occasioni perdute non per polemiche da talk show ma per una azione di “educazione civica vivente e attiva” (invece delle stucchevoli discussioni che per qualsiasi cosa occorra inzeppare le ore scolastiche, con il risultato di insegnare meno storia, geografia, fisica…) poi da completare con le pagine di Luigi Zoja sulle mitologie a base nazionalista e romantica ricorrenti nella storia d’Italia che abbiamo studiato a scuola fino almeno agli anni Novanta (Luigi Zoja, “Narrare l’Italia”). Così davvero “l’antifascismo reale dovrebbe esprimersi come indispensabile ‘teoria dello Stato’ ovvero come scudo protettivo, unitario e di emancipazione delle classi subalterne, delle persone più deboli e discriminate” (Davide Conti, pag. 240).

Ha invece un orizzonte di “utilizzo per l’azione” il capitolo conclusivo sull’antifascismo necessario. Tolgo le virgolette poste dall’autore per sottolineare l’attualità e la necessità di quel capitolo, che va letto e meditato: qui termina la recensione per passare la mano alla lettura.

Alessandro Pollio Salimbeni, vicepresidente nazionale ANPI