Come si può raccontare la Resistenza senza ricorrere alla retorica? Come si possono trasmettere i valori alla base della democrazia conquistata sconfiggendo il fascismo? Sono le linee guida della produzione letteraria dello scrittore Paolo Malaguti che ha pubblicato un nuovo libro, Sentieri partigiani. Lo abbiamo intervistato per capire la genesi del suo lavoro e i messaggi che vuole trasmettere con questa nuova pubblicazione. Ecco cosa ci ha detto.

Malaguti, il libro nasce da una conversazione notturna con un amico scrittore e da tante salite in bicicletta sul Grappa. In che modo queste due spinte una intellettuale, l’altra quasi fisica si sono intrecciate nella scrittura? La fatica della salita è anche metafora del rapporto con la memoria?

Il libro ha preso spunto dalle salite in bici sul Grappa, ed è stato un lento mettere a fuoco dei luoghi che credevo di conoscere, e che invece si rivelavano di volta in volta con nuove complessità che in prima battuta mi erano sfuggite. Posso quindi dedurne che la fatica della salita, e la ripetizione della fatica soprattutto, possono essere delle buone fucine di pensiero, specie ai giorni presenti, nei quali spesso la fretta, la comunicazione simultanea, l’illusione della “facilità” e della immediatezza nel fare le cose, rischiano di farci dimenticare la necessità della lentezza e del ragionamento cauto e tranquillo per capire o almeno per intuire la complessità del mondo che ci circonda. Lo stesso dicasi per la chiacchierata con Matteo Melchiorre, scrittore e amico: ragionare da soli può portarci a dei risultati, ma ragionare con altri è, credo, sempre un’attività più fertile, perché il confronto, se è aperto e dialettico, inevitabilmente porta a un arricchimento personale, si raggiungono cioè intuizioni e conclusioni che da soli non si sarebbero raggiunte.

La salita del Monte Grappa

Il libro è uscito nel 2026, in un momento in cui l’Italia è governata da forze politiche che hanno radici nel fascismo e che non hanno mai fatto del tutto i conti con quell’origine. Quanto questo contesto ha pesato e pesa sulla decisione di scrivere Sentieri partigiani

Credo che il nostro Paese abbia solide radici democratiche, e credo anche che ormai le forze politiche che sono rappresentate nel nostro Parlamento abbiano preso le distanze necessarie dalle ideologie violente del Novecento. Premesso ciò, credo che in Italia il fascismo non sia mai stato del tutto superato, metabolizzato. Resta come nostalgia di certe frange estremistiche, resta come ombra storica, come convitato di pietra in molti luoghi (fisici o del pensiero) nel nostro Paese. Per questa ragione credo (o almeno spero) che Sentieri partigiani non sia un semplice esercizio di accademia, una sorta di “archeologia della memoria”: il passato ci interroga, ci stimola e ci provoca, e dall’analisi del passato possiamo trovare chiavi utili per risolvere e sciogliere dei nodi che il nostro Paese si porta dietro.
Roma, la sede nazionale di CasaPound nonostante sia in un edificio occupato abusivamente è ancora lì

Luoghi come Giulino e Piazzale Loreto vengono descritti come «vuoti narrativi» che i neofascisti occupano da decenni (un po’ come il palazzo romano di CasaPound, no?): qual è, secondo lei, una concreta ed efficace alternativa a tali occupazioni e abusi? 

Una prima risposta “facile” alla domanda potrebbe coinvolgere gli attori politici, cioè come cittadino potrei limitarmi a dire che “chi di dovere” dovrebbe fare delle scelte a livello normativo e amministrativo per risolvere ed eliminare le permanenze fasciste della nostra società. Questo però a mio avviso sarebbe una soluzione precaria e parziale, un tagliare i rami di una pianta che ha radici profonde. L’azione quindi più efficace a mio avviso dovrebbe essere di natura educativa, pedagogica. La prima fabbrica di democrazia e di pensiero divergente potrebbe cioè essere la scuola, quell’ambiente nel quale ogni cittadino passa la sua infanzia e la sua giovinezza fino ai 19 anni. Se dalla scuola italiana continuano ancora a uscire neofascisti, estremisti, violenti, evidentemente qualcosa nella scuola italiana non funziona a dovere, e da insegnante mi interrogo sul come si possa promuovere la democrazia attiva…

Paolo Malaguti è anche un insegnante: si deve e si può insegnare la Resistenza a scuola? E come? E per lei qual è la lezione più grande che le ha insegnato la Resistenza e a che età l’ha riconosciuta?

Certamente si può insegnare la Resistenza a scuola. Non solo come fatto storico, ma soprattutto come competenza civile. Dove ci sono strutture di potere, c’è sempre il rischio dell’abuso di potere, dell’errore di potere. E quindi c’è sempre il diritto/dovere da parte dei cittadini di opporre strumenti di protesta civile quando riscontrano vizi nel potere, anche se democraticamente eletto. In questo credo che la scuola italiana sia un po’ in ritardo: si insegna ciò che è accaduto in Italia tra il ’43 e il ’45, o tra il ’24 e il ’45 se si preferisce. Però raramente la competenza della resistenza civile viene esercitata, promossa, premiata nelle strutture educative. Più frequentemente cioè il “bravo studente” è ancora lo studente “ubbidiente”, anche quando il docente sbaglia. Io ho conosciuto la Resistenza prima dai racconti di mio nonno materno, ma erano racconti alquanto celebrativi, e mi lasciavano alquanto indifferente, vista anche la mia giovane età. Il primo incontro scomodo e formativo con la Resistenza l’ho avuto leggendo i capolavori della narrativa resistenziale, lì dove la Resistenza viene narrata senza retorica, ma con tutta la sua complessità. Primo fra tutti I piccoli maestri di Meneghello.
“Muri resistenti”. Un murale di Kler

Lei distingue nettamente tra narrare” e celebrare” la Resistenza, e denuncia la tendenza a trasformare i partigiani in martiri intoccabili, di fatto così inimitabili e lontani. Crede che questa tendenza sia ormai superata o ancora in atto? Se sì, dove la ravvisa? Associazioni come l’ANPI, che fanno della difesa della memoria antifascista uno dei loro scopi principali, riescono a produrre un messaggio efficace che parli ai giovani?

Credo che fare memoria non sia mai un atto inutile, ma credo che oggi, a mano a mano che i testimoni diretti scompaiono per semplici ragioni anagrafiche, la Resistenza possa essere rinnovata in una veste appunto più narrativa e meno celebrativa, raccogliendo cioè la sfida della complessità e se necessario della contraddizione. Credo che talvolta la memoria resistenziale abbia commesso due errori di metodo: il primo, celebrare la Resistenza come espressione principale di alcune idee politiche, quando invece la Resistenza fu plurale e complessa, frutto di forze spesso anche in lotta tra loro. Non fu una lotta del pensiero unico contro il pensiero unico, ma fu la fucina complicata del pensiero plurale democratico  contro il totalitarismo fascista. Il secondo errore (che però di recente è stato spesso recuperato con molte buone pratiche) è stato rifugiarsi in una prospettiva celebrativa ed “eroicizzante” del modello partigiano, rispetto al quale in molti si sono sentiti tagliati fuori, non si sono sentiti riconosciuti rispetto alle proprie memorie familiari.

Il gruppo partigiano de I piccoli maestri ad Asiago nel 1944. Il quarto da sinistra è Luigi Meneghello (foto archivio Casa editrice Effigie, che ringraziamo)

Il libro si chiude a Malo con la lapide di Meneghello. Con Pavese e Fenoglio, Meneghello è per lei un modello assoluto: scrittori che hanno raccontato la Resistenza senza retorica. Crede che la letteratura possa ancora trasmettere quello che la commemorazione pubblica non riesce a comunicare? E cosa può fare uno scrittore della sua generazione – che quella storia non l’ha vissuta – che quei maestri non abbiano già detto?

Resto convinto che la letteratura, e più in generale la narrazione, siano strumenti potenti per la vitalità del pensiero e dell’immaginario di una comunità. Soprattutto oggi imparare a raccontare, dimostrare il piacere della storia, è di vitale importanza, visto che viviamo in un tempo nel quale è possibile lasciare il compito della creatività a strumenti artificiali, che rischiano di sostituire il pensiero umano. Davvero quando ci si rapporta coi maestri il rischio è quello della paralisi: cosa possiamo fare noi “di più” rispetto a loro? Credo però che il nodo della letteratura (come di ogni arte) sia altrove.

Lo scrittore Paolo Malaguti (da https://paolomalaguti.it/)

Ognuno di noi, al di là delle esperienze che ha fatto o di cui è stato testimone, ha il diritto di confrontarsi con le sue potenzialità espressive nel tempo che gli è dato di vivere. Se non accettassimo questa sfida, non uscirebbero più romanzi, film, poesie, opere teatrali. Non si tratta cioè di fare le cose “meglio” di Meneghello, o di Dante, o di Omero. Si tratta di cercare attorno a noi le storie che restano da raccontare (e ce ne sono sempre tante!), e ancora di più, a mio avviso, si tratta di cercare di esprimere la bellezza e la complessità del mondo che ci circonda attraverso il linguaggio dell’arte. Credo che sia un favore che facciamo a noi stessi, prima che ai lettori che eventualmente prenderanno in mano i nostri libri.