
17 marzo 2026. È un anniversario strano per l’Italia unita che, come dice la sua Costituzione, “ripudia la guerra” in una Europa idealmente presidiata dalla guerra statunitense e israeliana in Medio Oriente. Prescindendo dai tanti nazionalismi nostrani che furoreggiano nelle idealità delle destre al governo e il gap fra Nord e Sud non ancora superato che, nelle Regioni meridionali, vede riaffiorare sogni neoborbonici all’insegna di “si stava meglio quando si stava peggio”, l’Italia non ha ancora trovato la voglia reale di stare civilmente insieme; anche perché come osserva il sociologo Carlo Tullio Altan il nostro epos è una “polifonia dissonante”.

Pur partecipando ovviamente alla commemorazione, il governo di destra-centro di Giorgia Meloni è ancora oggi impegnato nella riforma della autonomia differenziata definita da molti “riforma spacca Italia”. Ferma la contrarietà a questa riforma da parte dell’ANPI, respingendo il fatto che alcune Regioni possano richiedere più autonomia e più poteri rispetto alle altre su tanti argomenti centrali per la vita dei cittadini, fra cui sanità, scuola, ambiente, energia, commercio con l’estero, ricerca scientifica. Così avremmo un Paese arlecchino, con diritti dei cittadini e prestazioni diverse dei servizi a seconda delle regioni. Aumenterebbero le diseguaglianze, il Paese si frantumerebbe e crescerebbe l’impoverimento delle regioni più deboli. Occorre invece un altro regionalismo: solidale, non competitivo, rispettoso della natura una e indivisibile della Repubblica.

Per la Calabria l’unità nazionale era iniziata con un vero e proprio tradimento da parte di Giuseppe Garibaldi, relativamente a quel latifondismo che sarebbe terminato solo con la riforma agraria del 1952, motivata dai sanguinosi “Fatti di Melissa”. Resosi conto di come i braccianti erano sfruttati dai proprietari terrieri, il 31 agosto del 1860 aveva firmato i “Decreti di Rogliano” con i quali l’Eroe dei due mondi era intervenuto in loro favore. I suoi decreti, infatti, originariamente prevedevano fra le altre cose l’abolizione della tassa sul macinato “per tutte le granaglie eccettuato il frumento, pel quale è conservata la tassa esistente nei diversi comuni” e la possibilità per “gli abitanti poveri di Cosenza e Casali” di utilizzare gratuitamente i terreni “usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila. E ciò, provvisoriamente, sino a definitiva disposizione”.
La nuova disposizione velocemente arrivò a soli cinque giorni di distanza da Donato Morelli, rampollo di nobile famiglia, nominato dall’Eroe dei due mondi “Governatore generale della Calabria citeriore”. Grazie ai suoi poteri illimitati, Morelli deliberò che “il conceduto esercizio degli usi civici non pregiudicherà al diritto che ne hanno i proprietari di far valere le loro ragioni avverso le ordinanze de’ passati Commissari in forza delle quali i loro antichi possessi in tutto o in parte sono stati reintegrati al Demanio od ai Comuni; diritto che loro resta riservato, e che loro resta riservato, e che sarà rispettato per quei proprietari che hanno fatto revocare le ordinanze commissariali emesse”. Tutto, quindi, era tornato come prima.

Celebrare l’Unità d’Italia e il suo tricolore, anche in questi giorni complessi, non può trascendere dall’amore, dal rispetto e dalla difesa della nostra Costituzione che, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale e delle dittature nazista e fascista ha ben chiari alcuni rischi che, dopo 80 anni, abbiamo purtroppo sottovalutato.

Ed è in questo scenario che assume particolare rilievo il referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della magistratura. Di fronte a intervento normativo che rischia di diventare anche il grimaldello di una frantumazione istituzionale capace di indebolire diritti, servizi e coesione nazionale, è necessario votare No. Difendere l’unità della Repubblica significa anche respingere modifiche che minano l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

I padri e le madri costituenti oltre a preoccuparsi della difesa della pace riconosciuta dall’articolo 11, hanno voluto garantire nel testo fondamentale della Repubblica Italiana, nei propri principi fondamentali, anche dell’alterità con il riconoscimento dei “diritti inviolabili dell’uomo” “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Se si parte da questo principio, la nostra patria “una e indivisibile” dovrebbe aver chiaro da che parte schierarsi nella guerra in Medio Oriente, ma anche rispetto all’attacco Usa all’Iran. Sono questi i principi che negli scorsi giorni hanno spinto il presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, a ricordarci che “l’aggressione all’Iran non ha alcuna copertura Onu”, chiedendo che “davanti a una eventuale richiesta Usa di utilizzare basi militari o istallazioni, da Sigonella a Niscemi, l’Italia abbia il coraggio di dire No, come impone l’articolo 11 della Costituzione. Il nostro Paese non può e non deve essere coinvolto in questo precipitare di eventi bellici”. L’Europa sta provando a dire no a Trump. Il governo di Giorgia Meloni a richiesta esplicita di uso delle basi in Italia avrà questo coraggio?
Francesco Rizza, giornalista e socio della sezione Anpi di Petilia Policastro (KR)
Pubblicato martedì 17 Marzo 2026
Stampato il 17/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/cittadinanza-attiva/festa-dellunita-nazionale-e-del-tricolore-la-costituzione-e-lultimo-collante/






