
Comunque vada a finire, l’Unione Europea e in particolare l’Italia non devono essere coinvolte nel conflitto scatenato dall’attacco all’Iran. La ragione è semplice: Trump e Netanyahu hanno avviato una guerra dall’esito totalmente imprevedibile. Lo afferma il Segretario generale delle Nazioni Uniti Guterrez: “l’azione militare – ha detto – comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo”.

Non siamo davanti soltanto a un’aggressione militare su vastissima scala, ancorché minimizzata dalla quasi totalità dei media italiani secondo l’abusato criterio del doppio standard; con l’assassinio di Khāmeneī, “guida suprema dell’Iran”, si è scoperchiato il vaso di Pandora, perché l’ āyatollāh era sì il simbolo della classe dirigente conservatrice del Paese, ma era anche il capo spirituale degli sciiti, che, assieme ai sunniti, costituiscono i due grandi rami dell’Islam.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che nella geografia interna alle gerarchie politiche del Paese è da considerarsi un riformista moderato, ha dichiarato che “l’assassinio della più alta autorità politica della Repubblica islamica dell’Iran e di un importante leader dello sciismo mondiale è percepito come un’aperta dichiarazione di guerra contro i musulmani, e contro gli sciiti, in tutto il mondo”. Questo è il punto.

Nell’Islam gli sciiti sono una minoranza – circa il 15% – ma sono maggioranza in Iran, Iraq, Bahrein, Azerbagian, e sono fortemente presenti in Libano, in Yemen, in Pakistan, dove, dopo l’assassinio di Khāmeneī, è stata assaltata l’ambasciata americana. Si stima che i musulmani nel mondo siano poco meno di due miliardi, circa un quarto del totale della popolazione del pianeta. È prevedibile che l’assassinio di un leader spirituale possa scatenare un’ondata di odio e di desiderio di vendetta. Contro chi? Ma contro l’Occidente, ovviamente, rappresentato da due leader che sempre più e più di ogni altro sono ritenuti pressappoco dei fuorilegge internazionali.

Non c’è dubbio sul fatto che Khāmeneī fosse un violento oscurantista, responsabile delle spietate repressioni nei confronti delle manifestazioni di protesta degli ultimi anni. Tali manifestazioni sono state giustamente sostenute dall’Anpi, a difesa dei diritti civili e più in generale dei diritti umani, a cominciare da quelli delle donne, anche a causa della efferata spietatezza delle punizioni e delle esecuzioni da parte del regime di Teheran. Ma non va dimenticato che il regime è sostenuto da parti fondamentali, probabilmente maggioritarie, della popolazione iraniana, e che comunque, davanti ai bombardamenti israeliani e americani, è naturale un compattamento popolare a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della patria, a maggior ragione considerando la profonda impopolarità (per usare un eufemismo) di cui Stati Uniti e Israele godono in Iran.

Indipendentemente dall’esito del conflitto, è perciò prevedibile un’ondata di ostilità verso l’Occidente che potrà trasformarsi, come la storia insegna (ma non ha scolari, come scriveva Gramsci), in una serie di attentati terroristici.
Sta di fatto che a pochi giorni dall’inizio dei bombardamenti la guerra ha già una dimensione regionale a causa della reazione iraniana che ha colpito le petro-monarchie alleate degli Stati Uniti, oltreché – per inciso – sunnite. Ed ha anche un risvolto che colpisce immediatamente l’economia mondiale: i pasdaran hanno immediatamente chiuso lo Stretto di Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio.

È evidente la supremazia militare degli Stati Uniti e di Israele, ma è in parte oscura la reale capacità di resistenza e di contrattacco dell’Iran; né sono ancora del tutto definite le reazioni della Russia e della Cina, la prima alleata di Teheran a sua volta fornitrice di droni nella guerra contro l’Ucraina, e la seconda fondamentale importatrice del petrolio iraniano. Entrambi questi Paesi si sono finora limitati ad aspre dichiarazioni di condanna dell’aggressione. Ma si limiteranno a questo? Peraltro l’obiettivo di Trump, alle prese con l’incolmabile debito degli Stati Uniti, è quello di accaparrarsi con ogni mezzo ogni tipo di risorsa; l’acquisizione forzosa del petrolio venezuelano, assieme a quella probabile dell’Iran, ove gli Stati Uniti vincessero il conflitto con un cambio di regime a loro favorevole, strozzerebbe ancora di più l’approvvigionamento energetico di Pechino rendendo plausibile ogni tipo di risposta. Di che natura? La politica estera del gigante asiatico non fa pensare tanto a un intervento militare in Medio Oriente, quanto a radicali interventi di politica finanziaria per indebolire il dollaro e forse a una qualche azione di forza nei confronti di Taiwan.

In ogni caso la potenza militare dell’Iran non è paragonabile con quella della Siria, della Libia, dell’Iraq. Né va dimenticato il pantano in cui gli Stati Uniti – e con loro gli alleati occidentali – si sono trascinati nella lunghissima e fallimentare guerra in Afghanistan. Va ricordato che l’Iran è un grande Paese con più di 92 milioni di abitanti, una popolazione multietnica la cui maggioranza assoluta è di origine persiana e non araba.
Tutto questo per confermare l’imprevedibilità dell’esito del conflitto in Medio Oriente, tranne che per un dato: le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano sempre più alla mezzanotte. Certo, è una metafora, ma quanto mai corrispondente alla realtà di una guerra che può finire tra una settimana con una mediazione o la sconfitta di una delle parti in causa – realisticamente l’Iran -, può estendersi cronicamente nella regione, può coinvolgere il mondo.

Sono queste alcune delle ragioni che dovrebbero spingere i Paesi dell’Unione Europa, in particolare l’Italia, al riconoscimento della plateale violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti e Israele e alla condanna di Netanyahu e di Trump, il primo, peraltro, inseguito da un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, il secondo responsabile di una politica estera aggressiva e ricattatoria e di una politica interna violenta e repressiva.

Né si capirebbe per quali ragioni l’Unione Europea dovrebbe ancora dimostrarsi serva di un presidente USA che ne sta taglieggiando l’economia in ogni modo, dai dazi all’imposizione dell’acquisto di armamenti e di gas, per non parlare degli espliciti tentativi statunitensi di delegittimare l’esistenza stessa dell’Unione. Ciononostante, le dichiarazioni di autorevoli dirigenti dell’Unione Europea portano ancora il segno del vassallaggio: sussurri e grida; si sussurra nei confronti dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si grida, anzi si strepita, contro gli attacchi iraniani alle petro-monarchie.

Con questa linea l’Unione Europea, già coinvolta nel conflitto in Ucraina dopo l’invasione russa per le sanzioni a Mosca e le armi a Kiev, corre il rischio di diventare bersaglio, in questo crescendo inaudito di eventi bellici. La corsa agli armamenti non è un deterrente ma un ulteriore incentivo a rappresentarsi in qualche modo come sostegno a un belligerante; fino a quando potrà andare avanti questo camminare sul filo del trapezista che ad oggi ha portato l’Unione Europea ad una gravissima crisi economico-sociale e all’autoesclusione da qualsiasi ruolo in un possibile tavolo negoziale fra Russia e Ucraina? Ma diciamolo in modo più semplice: di per sé il riarmo non rappresenta una garanzia di difesa contro qualcuno: se X si riarma contro Y, Y avrà una buona ragione per riarmarsi maggiormente; così scoppiano le guerre mondiali.

Se questo vale per l’Unione Europea, a maggior ragione vale per il nostro Paese: il fatto che il ministro della Difesa (della Difesa!) Crosetto si trovasse in vacanza a Doha, nella totale ignoranza sua e dell’intero governo italiano dell’imminente attacco americano all’Iran, la dice lunga sulla considerazione che il presidente Trump ha del ruolo del nostro Paese. Peraltro è mancata da parte del governo italiano la condanna dell’aggressione all’Iran, in piena rimozione dell’art. 11 della Costituzione, ove com’è noto – si proclama il ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Né c’entra in alcun modo l’adesione dell’Italia alla Nato, i cui compiti esulano totalmente dal conflitto in corso in Iran.

In questo scenario il contrasto al riarmo – gli 800 miliardi per gli armamenti agli Stati dell’Unione, l’abnorme piano di riarmo della Germania – non è soltanto una ideale petizione di principio e neppure soltanto la necessaria conseguenza del disposto pur vincolante dell’art. 11 della Costituzione. È una urgente necessità politica per evitare che il nostro Paese, e più in generale l’Unione Europea, siano coinvolti nel vortice di guerra sempre più ampio e tumultuoso che sta incatenando progressivamente il mondo intero. Si intende incardinare il nuovo ordine mondiale sulla legge del più forte, distruggendo l’intero apparato internazionale politico e organizzativo teso a regolare la convivenza fra i popoli, a cominciare dalle Nazioni Unite. Tecnicamente, si chiama delirio di onnipotenza.
Se è vero, come ha detto Papa Francesco, che è in corso la terza guerra mondiale a pezzi, a maggior ragione non dobbiamo schierarci, ma dobbiamo sfilarci dal parossismo della guerra: non esistono guerre di civiltà e tantomeno guerre per portare la pace; chi dice “se vuoi la pace prepara la guerra” in realtà vuole la guerra. E noi tutti non la vogliamo.
Dunque niente riarmo; ma allora che cosa? Molte cose, per esempio un ruolo diplomatico attivo dell’ONU, dell’UE, dell’Italia per l’immediata cessazione dell’aggressione all’Iran, il rilancio di un sistema internazionale a difesa della pace e a tutela dei diritti dei popoli, cioè una profonda riforma democratica delle Nazioni Unite, una conferenza europea – Helsinki 2 – che ponga le basi di una nuova coesistenza pacifica, un progetto condiviso per la non proliferazione nucleare e per la trasparenza degli armamenti atomici attuali (in particolare per Israele e per la Corea del Nord), il rifiuto netto e incontrovertibile del Board of peace. In parole povere una svolta politica di 180 gradi che metta finalmente al centro la pace come bene comune e quindi il futuro dell’umanità.
Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi
Pubblicato lunedì 2 Marzo 2026
Stampato il 02/03/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/patria-indipendente-anpi/la-follia-dellattacco-alliran-fermare-le-lancette-dellorologio-della-mezzanotte/




