(Imagoeconomica)

Al momento si parla di una forza di 5.000 uomini per un “rapido dispiegamento”. Saranno militari rapidi e dispiegati quanto si vuole, ma non sembra una grande forza. Significa che la forza è un’altra, ovviamente quella della Nato. E dunque il problema da esaminare è questo: l’esercito europeo che rapporto avrà con l’Alleanza atlantica? Un problema in più: la Nato si è sostituita all’Onu a causa del suo progressivo indebolimento, ma la Nato non è una autorità internazionale “terza”, è un patto difensivo rimasto in vita anche quando era sprofondato il suo avversario (l’Urss) e che – fino alla invasione dell’Ucraina – non ha avuto altro scopo che tenere in vita sé stessa, come Macron aveva lucidamente indicato.

Non siamo ingenui, il rapporto con la Nato non è il tema tecnico-operativo del coordinamento tra divisioni: è un tema politico di primissimo rilievo, si potrebbe definire il perimetro entro cui la scelta della difesa europea si colloca, dato che è la risposta a tre interrogativi essenziali: difesa europea o esercito europeo? chi sono gli avversari e quali sono le minacce? chi comanda?

Nel 2016 furono quasi 1.300 gli uomini e le donne delle Forze Armate impiegati nei soccorsi del terremoto che colpì un’area compresa tra Lazio, Umbria e Marche (difesa.it)

Difesa europea o esercito europeo. Le parole sono pietre, diceva un grande intellettuale italiano. E tra le due parole corre tutta la differenza di questo mondo. Difesa colloca l’azione nel campo della reazione a un attacco; esercito rimane aperto a ogni tipo di sviluppo e impiego. Difesa collega l’attività militare a una pluralità di situazioni, comprese quelle tipicamente civili ma che chiedono impegno senza limiti di tempo e disponibilità e strutture a ordinamento gerarchico molto definito, come la (non a caso) difesa civile per calamità e disastri simili; esercito sottolinea l’impiego militare. Difesa implica concettualmente e praticamente un rapporto che coinvolge i cittadini e le loro attività volontarie, compreso il caso limite dell’azione partigiana; esercito richiama una attività specifica e professionale. Nelle crisi internazionali – più precisamente: nelle guerre che non riguardano Paesi europei, che non hanno l’onore di centinaia di servizi televisivi, giornalisti al seguito e spesso nemmeno di solidarietà – una forza armata europea potrebbe avere un ruolo. Salvo però il problema di non far intervenire Paesi ex-coloniali nel territorio delle loro ex-colonie, aureo principio cui un tempo si atteneva l’Onu e poi abbandonato, con effetti negativi come si sta vedendo nel Sahel, chiamato non casualmente Africa ex-francese.

Città di Mikolaiv, Ucraina (Imagoeconomica)

Gli avversari e le minacce. Chi minaccia l’Europa? In queste settimane non c’è dubbio che la Russia rappresenta una minaccia sostanziale e presente ma già dinanzi a una evidenza drammatica e quotidiana appare chiaro che una risposta militare non è preferibile e nemmeno auspicabile. In altre parole, se ci fosse stato un apparato di difesa europea, avrebbe svolto una funzione di mera deterrenza. Vien da pensare che ogni apparato di difesa abbia una essenziale e prevalente funzione di deterrenza e non è illegittimo – tranne che per gli impenitenti con l’elmetto fino al mento e ai commentatori e politici che richiamano in coro la necessità di “schierarsi” – pensare che al fondo siano inutili se non per chi produce armamenti o casermaggi. Tuttavia accantoniamo per un momento questa considerazione, che comunque non permette di rispondere alla domanda materiale e di coscienza del che fare quando si è aggrediti. C’è una minaccia indiscutibile nella parte orientale dell’Europa e qualsiasi ripresa di relazioni diplomatiche dopo il cessate il fuoco dovrà tenerne conto. Ve ne sono altre?

Donald Trump al World economic forum del 2020 (Imagoeconomica)

Negli anni scorsi la tromba ha suonato il tema del terrorismo internazionale, ma una analisi di ciò che è successo mostrerebbe che quando si è risposto con atti di guerra (ciò cui servono gli eserciti) si sono prodotti nuove guerre e aggravamento delle minacce e che il pericolo di attentati è stato minimo per i Paesi più efficienti sul piano della prevenzione di polizia. Basta pensare al caso dell’Afghanistan o dell’Iraq per il primo scenario e al caso dell’Italia per il secondo: la costituzione dello “Stato” del Daesh in Siria è la conseguenza delle guerre dissennate nel Medio Oriente motivate (o argomentate) dal contrasto al terrorismo. Dalla presidenza Trump, ma con robuste premesse in epoca Obama e evidenti continuità in epoca Biden, è cresciuto l’allarme verso la Cina, fino al punto di progettare (Biden) l’Alleanza delle democrazie, le manovre congiunte delle marine militari nel Sud Est asiatico – con il sostegno entusiasta inglese – chiedendo anche alla Nato la partecipazione da protagonista. È chiara a questo proposito la differenza tra “difesa” ed “esercito”? Diciamolo con altre parole ancora: la differenza sta nel dove si svolge l’attività militare, la difesa da una aggressione non può che essere concepita in Europa, mentre se una attività militare è sostenuta altrove è ben difficile parlare di difesa.

24 marzo 2022, vertice straordinario Nato. Il segretario generale Jens Stoltenberg e il presidente Usa Joe Biden (Imagoeconomica)

Si può dire – ed è ciò che dicono Biden, la Nato e i governanti (anche italiani, naturalmente) che fanno professione di “atlantismo” – che le minacce che vengono dalla Cina sono al nostro sistema di valori e di principi. Carte valori, verrebbe da precisare, ma non pensiamo male. Il punto che interessa è che azioni militari “fuori area” sono la difesa dei mercati e non della sicurezza di un popolo, a meno di pensare che gli uni coincidano con l’altra. Ma allora si discuta di questo principio e si misuri questa concezione con quella della Costituzione, articolo 11, anche nella parte – spesso trascurata – delle limitazioni di sovranità da trattati internazionali. Immigrazione? Turbolenze nei Paesi africani? Anche queste sono state definite minacce dalle quali difendersi.

(Imagoeconomica)

Tuttavia, il pattugliamento delle frontiere marittime per il controllo, di cui fa parte anche il doveroso soccorso, è “difesa” senza essere “esercito” nel senso detto all’inizio e certamente nulla ha a che fare con le avventure militari come quelle francesi nel Sahel o con le azioni di rovesciamento di regimi politici, per esempio in Libia (Berlusconi aveva visto giusto: pensa cosa tocca dire! Niente paura, è solo l’effetto “orologio fermo” che dice l’ora esatta due volte al giorno).

(Imagoeconomica)

Come è evidente, sono solo accenni parzialissimi di una riflessione che ha per oggetto nientemeno che l’intero mondo con cui l’Italia è connessa. Si può però riassumere in un concetto chiave: non c’è politica di difesa (ma se è per questo non c’è nemmeno politica militare) se non al servizio di una politica di relazioni internazionali che esprima le scelte fondamentali in materia di interessi del Paese – o, nel caso della UE, dei Paesi – interessati. Questa è la cornice che manca, quella che precisa scopi, obiettivi, modalità, quella che ha bisogno di essere sostenuta dal consenso dei cittadini e a loro, con le elezioni, va sottoposta con chiarezza. La UE non ha una politica estera e bisogna dirlo apertamente: si pronunciano frasi impegnative e roboanti su valori e principi, si fanno professioni di atlantismo (parola tipica del lessico anni 50 e 60, fanno l’effetto dei tailleur e dei cappelli con la fascia, ma tant’è) ma nulla di ciò fa una politica e nemmeno il ritornello estenuato del “parlare con una voce sola”, come se questo fosse più importante di ciò che verrebbe detto con quella voce.

Nella scatola dell’esercito europeo…

Chi comanda. Avere una politica estera risponde alla terza domanda: e così torniamo alla Nato. Oggi comanda la Nato e nella Nato il “capo” non è Stoltenberg, è il presidente degli Stati Uniti. Una difesa UE sarebbe autonoma dalla Nato? Se la risposta è no, allora sarebbe una difesa orientata da interessi diversi da quelli europei, anche adesso che siamo sotto botta dell’aggressione russa, senza dimenticare che importanti Paesi Nato non fanno parte della UE (e viceversa). Se la risposta è sì, a maggiore ragione occorre avere prima un profilo, cioè una idea del mondo e dei rapporti in esso autonoma e diversa da quella degli USA, perché diversi sono gli interessi economici, industriali, finanziari.

Fungo atomico

C’è un non (ancora) detto: gli Usa sono il Paese che mette a disposizione l’arma nucleare e quindi non si può prescindere da esso. A parte che Francia e Gran Bretagna sono potenze nucleari, non è forse il caso di cominciare ad affrontare in modo diverso il tema nucleare, riprendendo un cammino abbandonato da tempo e anzi facendo di questo il perno di una nuova fase storica? Le armi nucleari, comprese le cosiddette tattiche, e i proiettili “arricchiti” devono diventare un tabù.

Washington, 8 dicembre 1987. Ronald Reagan e Michail Gorbačëv firmano il trattato che pose fine alla vicenda degli euromissili installati da Usa e Urss sul territorio europeo

C’è stato chi ha detto che “non ci si può permettere di sprecare una seria crisi”: proviamo a darci il coraggio che hanno avuto Reagan e Gorbaciov.

Alessandro Pollio Salimbeni, componente del comitato nazionale Anpi