Sono le commemorazioni laiche a ricordarci i valori fondativi del nostro senso di cittadinanza, e per questo, che si tratti di 27 gennaio o 25 aprile, sono delle date da valorizzare, ancor più in periodi come quello che stiamo vivendo. Ma non dovrebbe trattarsi di adempiere a un obbligo, serve autentico convincimento, a partire dalle istituzioni. E questo vuol dire anche andare oltre le formule fisse, ripetute di anno in anno in modo automatico, scavare sotto la superficie della storia, recuperare i pezzi mancanti, o ignorati, e far parlare gli eventi di un tempo con la realtà di oggi, non per attualizzarli, ma per ricavarne il nutrimento necessario a mantenere uno spirito vigile e critico.

Sono allora molto importanti le iniziative che cercano di fare del ricordo una scintilla di consapevolezza morale e politica. Quest’anno in particolare, dato che ci siamo avvicinati al Giorno della Memoria dopo che la ministra Roccella ha voluto ridurre i viaggi della memoria a gite, oltretutto – secondo lei – pensate con il solo scopo di associare in modo univoco l’antisemitismo al fascismo. Inseguire ogni dichiarazione di questo governo, fra il roboante e l’aberrante, è un esercizio penoso, utile certo per fare fact checking, ma non per incidere profondamente nella coscienza del Paese. Tra l’altro, in questo come in molti altri casi, i nostri ministri mostrano con tutta evidenza una significativa e lampante coda di paglia.

Ma appunto, le bassezze di chi ci governa vanno commentate il minimo indispensabile, specie su argomenti di questo tipo. Meglio concentrarsi su ciò che veramente può fare la differenza. È centrale in tal senso il lavoro storico, quello dei professori così come la ricerca locale, condotta spesso da membri dell’ANPI. La conoscenza storica ha un ruolo imprescindibile, e un impatto diretto sulle comunità coinvolte. La memoria dei luoghi che ognuno di noi abita – spesso ignorando quali eventi e decisioni possono aver ospitato – crea coscienza civica, fa sì che il passato con cui è necessario fare i conti sia quotidianità, e non qualcosa di estraneo, distante. Ci sono memoriali noti, di rilevanza nazionale, come il Binario 21 a Milano, inaugurato nel 2013. Ma anche altri luoghi, in piccoli centri, sono stati oggetto di studio per ricercatori militanti, e a partire da queste esperienze dovrebbero essere valorizzati, fatti conoscere, tutelati, per costruire fisicamente, nel tessuto civico, una memoria forte, che renda effettivo il mai più invocato da Primo Levi.
L’impegno in ricerche di storia locale dà vita spesso a preziosi volumi, presentati alla cittadinanza e nelle scuole. È quest’ultima, in particolare, la scelta più efficace, per far capire ai giovani, e da lì a tutta la comunità, che la storia ci riguarda, ci tocca nella concretezza di tutti i giorni. Quando, per esempio, le tragiche vicende della Rsi vengono calate nei luoghi che i ragazzi frequentano quotidianamente, l’attenzione si desta, non sono solo date e fatti a passare, ma un più profondo messaggio civico. Questa è stata in anni passati l’esperienza vissuta da alcuni docenti delle scuole superiori con un volume come Poi scese la notte: 1943-1945: vita di provincia ai tempi della R.S.I. nelle parole di Giovanni Rovida, PresentARTsì, 2018-2019, presentato in occasione della Giornata della Memoria 2025 in un istituto tecnico del borgo bresciano di Lonato del Garda, durante un intervento del presidente della sezione locale dell’ANPI.

Il volume racconta la realtà quotidiana locale al tempo della Rsi, fra rastrellamenti e bombardamenti, partendo dalle pagine di diario del segretario comunale del tempo. L’impatto con informazioni vive e vicine suscita nei ragazzi maggior sensibilità per gli argomenti della grande storia, li fa sentire vicini: apprendere che gli edifici della propria scuola hanno ospitato una caserma delle SS, venire a sapere che il vicino castello era sede del reparto della XMas, tutto ciò fa sentire quel passato in modo diretto, e proprio così si creano le condizioni per instaurare un dialogo didattico profondo. Questo passaggio, fra empatia e consapevolezza storica, è fondamentale per cogliere e custodire il valore della Resistenza come lotta contro le atrocità del suprematismo e della follia nazionalista nazifascista.
Un altro volume è quello di Gaetano Paolo Agnini, La Duce Republik. La RSI a Desenzano, Brescia e basso Garda. Riassunto degli aspetti non conosciuti che portarono alla nascita del MSI, Gam, 2024, ristampa aggiornata di un volume del 2007 dello stesso autore (La repubblica nera). Agnini aveva collaborato, poi, nel 2008 a un importante convegno tenutosi a Desenzano sulla Rsi, i cui atti sono stati editi dall’Editore Giuntina con il titolo La Repubblica sociale italiana a Desenzano: Giovanni Preziosi e l’Ispettorato generale per la razza. Nel quadro storico generale, questi volumi fanno un passo in più: restituiscono memoria ai luoghi che i cittadini possono attraversare tutte le mattine, indaffarati e presi da mille impegni: sapere che nel centro di quella che oggi è una tranquilla località turistica come Desenzano del Garda c’era un importante comando delle SS, l’Obergruppen, che controllava gli altri comandi militari tedeschi in Italia; ricordarsi, mentre si studia o legge nella biblioteca comunale, che quel palazzo era stato occupato da un reparto della Wehrmacht; essere consapevoli che passeggiando si può costeggiare, in pieno centro, la sede dell’Ispettorato della razza di Giovanni Preziosi, dove veniva organizzata e gestita la deportazione dall’Italia verso i campi di sterminio.

Tutto questo ci ricorda il ruolo fascista nell’atrocità dell’Olocausto, spesso minimizzato dagli eredi di Almirante. Iniziative di questo tipo dovrebbero essere promosse e diffuse, per far capire che la storia non rimane chiusa nei libri di scuola, o nei documentari, ma fa parte del nostro vissuto. Lo sterminio può aver avuto luogo a chilometri di distanza, ma i mandanti erano anche qui, le decisioni non sono state prese lontano. Alcuni di noi potrebbero passare, più volte nelle loro giornate, vicino ai palazzi in cui l’abisso del Male Assoluto fu organizzato. Dobbiamo esserne consapevoli, non possiamo ignorarlo. Il gruppo ANPI di Desenzano ha organizzato per le scuole nel corso degli anni, insieme a Gaetano Agnini, giri del paese, seguendo le tappe della Rsi. Solo così si può educare alla Resistenza come valore fondante e costituzionale, memori anche che quella storia può cercar di tornare, in forme diverse, ma sempre pericolosa, come negli stessi luoghi fece già nel ’45, quando in una latitanza fra Desenzano e basso Garda, Almirante decise di portare avanti l’abominevole eredità fascista e fondare l’Msi.

Iniziative locali di questo tipo, viaggi della memoria, ricerche storiche e pubblicazioni, tutto ciò andrebbe incoraggiato e sostenuto, certo non messo in crisi dalla politica. Davanti ai nuovi genocidi a Gaza e in Sudan, col ritorno di casi di antisemitismo e con l’intensificarsi dell’islamofobia, nella crisi totale del sistema internazionale a causa della megalomania trumpiana e dei rigurgiti nazionalisti, il monito del più noto dei sopravvissuti ad Auschwitz dovrebbe risuonare più forte. Mai più, ma proprio come lo intendeva Levi, che non si fece remore a criticare le derive dello Stato d’Israele. Dobbiamo tornare a Primo Levi, che vide chiaramente in Auschwitz, e nella catena dello sterminio che ai campi portava, un crimine contro l’umanità, e non un crimine in via esclusiva contro gli ebrei. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile contrastare, con l’educazione e il diritto, le atrocità a cui assistiamo ogni giorno. Va riconosciuta, oggi più che mai, la vastità dello sterminio, che riguardò gli ebrei, ma colpì con gli stessi metodi sinti, rom, omosessuali e disabili. Oggi più che mai bisogna recuperare una visione complessiva della Memoria, perché riguarda tutti, senza distinzioni etniche, religiose e nazionali: si ha un fascismo quando qualcuno dice che «non siamo tutti uguali; non tutti abbiamo gli stessi diritti; alcuni hanno diritti e altri no; dove questo verbo attecchisce alla fine c’è il Lager», come disse Levi, e di volta in volta i bersagli del Male possono cambiare.
La Memoria schiaccia sotto il suo peso solo chi si ostina a negare o minimizzare le responsabilità della sua parte politica, fra ambiguità e manipolazioni. Ma può essere, invece, una memoria che proietta in avanti, e aiuta a interiorizzare e vivere i valori di giustizia e libertà che nella Resistenza hanno contrastato il nazifascismo. Se da tempo è invalsa l’abitudine dei viaggi della memoria, questa pratica «non deve servire a scaricare la colpa della deportazione», e non solo sul Reich tra l’altro. E poi, come suggerisce provocatoriamente Agnini, sarebbe necessario di viaggi, almeno idealmente, «organizzarne uno a Desenzano dove, con il volere di Hitler e l’avvallo del fascismo Rsi si creò la centrale operativa […] la testa, che organizzava quella turpe deportazione».
Certo non si possono mettere sullo stesso piano i due luoghi, sarebbe inimmaginabile data la sproporzione. Ma la provocazione vuol far capire che la responsabilità non sta solo alla fine della catena dello sterminio, dove si è eseguito l’atto materiale. Se riduciamo la memoria della storia a questo, la allontaniamo nella percezione dei cittadini più o meno giovani. Deve essere nostro imperativo prendere coscienza che la colpa non stava e non sta altrove; sta anche nelle idee, sta in chi amministra in un certo modo, in chi fa le leggi, o gestisce l’amministrazione (solo questo si faceva in fondo negli uffici dell’Ispettorato della razza). Solo così si possono onorare le persone che ci hanno liberato, e continuare la loro battaglia morale ogni giorno.
Matteo Cazzato, insegnante
Pubblicato lunedì 26 Gennaio 2026
Stampato il 26/01/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/27-gennaio-se-la-memoria-e-nei-luoghi-vigila-sulla-democrazia/






