In tempi in cui simboli e linguaggi della destra radicale – quella destra che si rifà esplicitamente alla storia del fascismo – stanno tornando con disinvoltura nel dibattito pubblico italiano ed europeo, in tempi in cui la distanza con la presenza fisica della Resistenza sta scavalcando la lunghezza media di una vita umana, ha senso fare una riflessione fondamentale: può la memoria della Resistenza, della Liberazione, delle azioni dei partigiani e delle partigiane plasmare ancora oggi il comportamento politico delle comunità locali?

Su Comparative Political Studies, rivista accademica fra le più note del suo settore, nel 2024 è stato pubblicato uno studio di Simone Cremaschi (Università Bocconi) e Juan Masullo (Leiden University) che tenta una risposta, ragionata e sostenuta da fatti, a questa domanda.

La ricerca, intitolata The Political Legacies of Wartime Resistance: How Local Communities in Italy Keep Anti-fascist Sentiments Alive (L’eredità politica della Resistenza: come le comunità locali in Italia tengono vivi i sentimenti antifascisti), parte da un paradosso: se la lotta partigiana ha fondato la democrazia italiana, perché proprio oggi, a distanza di ottant’anni, le idee che la Resistenza ha combattuto sembrano riemergere senza troppi ostacoli? Gli autori rispondono che la Resistenza può lasciare una traccia duratura, ma solo se è oggetto di una memoria attiva, coltivata da ciò che chiamano “imprenditori della memoria”.

Dallo studio citato: la mappa dei Comuni con almeno una banda partigiana attiva durante la Resistenza

Attraverso un’analisi che unisce dati quantitativi e un caso di studio approfondito, Cremaschi e Masullo mostrano che i Comuni italiani che hanno ospitato bande partigiane tra il 1943 e il 1945 sono oggi significativamente più inclini a sostenere iniziative antifasciste. L’evidenza empirica si basa su una mappatura delle formazioni partigiane storiche incrociata con i dati sulla raccolta firme del 2020-21 per la cosiddetta “legge antifascista” promossa dal Comune di Sant’Anna di Stazzema. La campagna raccolse 240.000 firme in piena pandemia, con un picco proprio nei territori a forte tradizione resistente.

L’effetto “memoria” resta significativo anche controllando variabili socio-economiche, ideologiche pregresse e livelli di violenza nazi-fascista subita. In media, nei Comuni con una presenza partigiana storica, le firme sono superiori del 39% rispetto a quelli senza. La mobilitazione, dunque, non è solo legata al trauma (stragi o repressioni), ma anche – e forse soprattutto – all’orgoglio di un passato di lotta.

Il monumento ai martiri della Creda, trucidati durante l’eccidio di Monte Sole. Da MEMO

Lo studio non si limita a registrare questa correlazione. Indaga anche i meccanismi attraverso cui le memorie resistenziali si trasmettono e si attualizzano. Gli autori identificano tre fasi: memorializzazione (costruzione di simboli e riti), localizzazione (ancoraggio della memoria a riferimenti specifici del territorio) e mobilitazione (attivazione della memoria per fini politici presenti). Cruciale è il ruolo degli “imprenditori della memoria”: associazioni come ANPI, ARCI, ma anche docenti, amministratori locali, volontari che tengono vivo il ricordo e lo fanno parlare all’oggi.

L’adesione a iniziative pubbliche percepite come chiaramente antifasciste, al di là della raccolta di firme presa a esempio, ha dunque un tasso di partecipazione doppio rispetto alla media nazionale. Attività scolastiche e culturali legate alla Resistenza, la presenza di una rete di monumenti e segni fisici, commemorazioni e anniversari, ricerche storiche, eventi sociali: ogni modalità costruisce il permanere dei valori democratici e di uguaglianza. Gli autori mostrano come decenni di investimenti culturali e civici abbiano radicato l’antifascismo nell’identità del luogo.

L’attuale stato di avanzamento di MEMO, oltre 6100 monumenti e 440 sentieri della memoria

La forza dello studio sta nel mostrare che la memoria non è un dato passivo ma un campo di battaglia politico. Dove viene coltivata e localizzata, può generare comportamenti antifascisti solidi e diffusi. Dove viene trascurata o distorta, si apre spazio alla riabilitazione del passato autoritario.

Inoltre uno degli aspetti più interessanti è che si lavora non tanto sugli effetti elettorali e partitici della memoria resistenziale, lo studio si concentra invece su una pratica di cittadinanza attiva meno strutturata, maggiormente spontanea e istintiva, risultato appunto di una espressione di identità.

Il progetto MEMO, promosso da ANPI, si muove esattamente in questo spazio: non come archivio celebrativo, ma come infrastruttura civile della memoria che si definisce anche come raccordo fra le tante memorie locali. Attraverso la mappatura partecipata di luoghi, storie e biografie della Resistenza, MEMO restituisce profondità storica ai territori e rende la memoria nuovamente praticabile, interrogabile, condivisa. Il suo valore sta nella capacità di tenere insieme rigore storico e accessibilità pubblica, dimensione digitale e radicamento locale, evitando la retorica e lavorando invece sulla continuità tra passato e presente.

Il sepolcro di Primo Levi. Da MEMO

In definitiva, ciò che emerge tanto dallo studio quanto dalle pratiche che lo rendono concreto è che la memoria non è una garanzia automatica, né un’eredità che si trasmette per inerzia. È un processo fragile, reversibile, che richiede cura, competenza e responsabilità collettiva. Non si tratta di difendere il passato come un recinto identitario, ma di mantenerlo permeabile, capace di porre domande all’oggi. La memoria della Resistenza continua a essere politicamente feconda non quando viene invocata come fondamento indiscutibile, ma quando resta un esercizio aperto di interpretazione, di scelta, di presa di posizione. In questa tensione mai risolta tra storia e presente la democrazia trova ancora una delle sue risorse più profonde.