C’è un’espressione napoletana che non si traduce mai del tutto: ‘a guerra ‘ncapa. Non indica la guerra che entra nella testa attraverso i media. Individua qualcosa di più preciso e più scomodo: la coesistenza simultanea di emozioni, ragionamenti e impulsi inconciliabili. La guerra che si fa dentro quando l’indignazione e l’assuefazione, la consapevolezza e la rimozione pretendono di occupare lo stesso spazio. È da questa tensione irrisolta che nasce il laboratorio che porta quel nome. Non dà una risposta, ma da un conflitto interiore che molti riconoscono e pochi sanno nominare.

Il laboratorio è partito a febbraio con sei incontri programmati. Il 21 marzo, mentre Israele e Stati Uniti erano in guerra aperta con l’Iran da tre settimane, mentre lo stretto di Hormuz è teatro di scontri quotidiani e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres avverte che il conflitto rischia di «andare totalmente fuori controllo», il ciclo si è allungato di un settimo incontro. Perché la realtà ha già risposto – nel modo peggiore – a molte delle domande che il laboratorio poneva.

Una delle slide proposte nel laboratorio

Mostrare, non spiegare

Il metodo è volutamente spiazzante. I partecipanti si trovano in uno spazio informale – un bar, non un’aula – e vengono messi di fronte a materiali diversi: dichiarazioni di leader politici, dati sulla spesa militare, titoli di giornale, frammenti del discorso mediatico che ogni giorno ci attraversa. Che non vengono spiegati. Non vengono interpretati da qualcuno che sa di più. Vengono semplicemente mostrati.

La prima fase è individuale e silenziosa. Ciascuno osserva, annota, registra ciò che nota, ciò che lo colpisce, ciò che gli sembra strano, evidente o disturbante. Il silenzio non è un vuoto da riempire: è lo spazio in cui avviene la costruzione attiva del pensiero. Solo dopo arriva il confronto, prima in piccoli gruppi, poi in plenaria. Il principio è radicale nella sua semplicità: nel laboratorio nessuno insegna. Tutti – anche chi ha preparato le slide – imparano. Il facilitatore non fornisce teorie o interpretazioni durante l’incontro. Non perché l’approccio teorico sia assente, né perché si pretenda un impossibile punto di vista neutro. Sapere e valori intervengono nella selezione dei materiali, nella costruzione delle sequenze e dell’ambiente. Ma nella sala, con i partecipanti, quella preparazione resta sullo sfondo. Il compito del facilitatore è preparare il tavolo: la selezione degli ingredienti è già una scelta – consapevolmente parziale – ma l’elaborazione del piatto spetta a chi partecipa. È la differenza tra dirigere il ragionamento e crearne le condizioni.

Non esiste una sintesi corretta da raggiungere, né una lettura ufficiale. Spesso si esce con più domande di quante se ne avevano all’inizio. Ed è, dicono gli organizzatori, una cosa buona.

Un’altra delle slide del laboratorio

Perché proprio adesso

Il laboratorio è partito il 20 febbraio, quando la “guerra mondiale a pezzi” era già in corso, ben visibile per chi voleva guardare. Quando il segretario della Nato dichiarava che per prevenire la guerra bisogna prepararsi alla guerra; quando una Commissaria europea, Hadja Lahbib, mostrava il suo kit di sopravvivenza da 72 ore come se fosse un tutorial lifestyle; quando le esercitazioni nucleari venivano discusse come variabili tecniche nei convegni di policy. Ci siamo abituati a non vedere. Ci siamo abituati a non sentire il peso delle parole. Il laboratorio si propone di invertire questo processo, allenando quello che potremmo chiamare pensiero lento: la capacità di fermarsi, di sospendere il giudizio, di osservare i meccanismi che rendono l’inaccettabile accettabile.

La base aerea americana di Aviano

Ghedi, Aviano e il gioco con l’atomica

Il quarto incontro del ciclo, dedicato al tema “La guerra abitabile”, ha messo al centro una questione che il dibattito pubblico italiano continua sistematicamente a rimuovere: l’incoscienza di “giocare” con la guerra convenzionale e il riarmo come se l’atomica non ci fosse. Come se non esistessero, sul nostro territorio, le bombe nucleari B61 nelle basi di Ghedi e Aviano, eredità della Guerra Fredda che nessuno ha mai messo seriamente in discussione nel dibattito pubblico italiano.

(Imagoeconomica, Carino by Ai Mid)

Non è un tema astratto. L’Italia ospita armi nucleari Nato sul proprio suolo, in piena continuità con una dottrina della deterrenza che si basa sulla minaccia di un first strike. Un arsenale che esiste, che viene periodicamente modernizzato – le B61-12 che stanno sostituendo le vecchie B61 – e che nel dibattito pubblico è sparito: non è nei telegiornali, non nelle aule parlamentari, non nelle campagne elettorali. Oggi questa cecità ha un costo più alto. Perché il conflitto in corso in Medio Oriente riapre con brutalità il tema del first strike nucleare israeliano. Israele possiede un arsenale atomico stimato in circa 90 testate, mai dichiarato, mai sottoposto ad alcun trattato internazionale di controllo – le cosiddette “bombe illegali” di una potenza che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione. Con la guerra in Iran che entra nella sua quarta settimana, con Netanyahu che rivendica autonomia decisionale rispetto agli stessi Stati Uniti, e con un nuovo leader supremo iraniano appena insediato dopo la morte di Khamenei, il rischio di escalation nucleare non è più uno scenario da simulazione accademica.

Un altro esempio di slide

Il settimo incontro: la guerra in Iran

Dal 28 febbraio sono in corso attacchi sistematici sul territorio iraniano, nelle operazioni congiunte Epic Fury (Usa) e Roaring Lion (Israele). Oltre 1.400 civili iraniani morti secondo il ministero della Salute iraniano, più di 18.500 feriti; ONG indipendenti stimano cifre significativamente più alte. Netanyahu dichiara il 19 marzo che dopo venti giorni di attacchi «l’Iran non ha più la capacità di arricchire uranio né di produrre missili balistici». La rappresaglia iraniana ha colpito infrastrutture energetiche nel Golfo: il giacimento di South Pars, le raffinerie del Kuwait, gli impianti di Ras Laffan in Qatar. Lo stretto di Hormuz – da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e il 20% del GNL mondiale – è sotto assedio.

In questo quadro il laboratorio ha scelto di non fermarsi. Un settimo incontro è stato aggiunto al ciclo originale, ed è programmato per venerdì 10 aprile. Ha per titolo: Cecità. È insieme la chiusura di un percorso sull’incapacità di vedere e l’esemplificazione di come ciò di cui il laboratorio parla – l’abitudine a non soppesare il peso di certe parole, di certi numeri, di certi silenzi istituzionali – si materializzi ancora e ancora in bombe reali su Paesi reali.

Le basi militari in Italia secondo l’elenco elaborato dall’associazione PeaceLink

L’appuntamento del 10 aprile proverà a mettere insieme i fili del percorso: il bipensiero che consente di invocare la pace mentre si finanzia la guerra, la divisione del lavoro bellico che distribuisce le responsabilità fino a renderle invisibili, il linguaggio che neutralizza l’orrore, la militarizzazione del quotidiano, la guerra come motore economico – e sullo sfondo, sempre, la presenza silenziosa delle bombe che abbiamo accettato di ospitare nel nostro territorio senza mai davvero decidere di farlo.

Il ministro della DIfesa, Guido Crosetto (Imagoeconomica, Giuliano Del Gatto)

Un laboratorio che aiuta a pensare

Il laboratorio non offre soluzioni. Non propone risposte politiche preconfezionate né manifesti da sottoscrivere. Offre strumenti: pensiero lento, sospensione del giudizio, attenzione ai meccanismi. L’obiettivo dichiarato è “allenare lo sguardo critico”. In un momento in cui il ministro della Difesa italiano parla di «centinaia di cellule dormienti» legate alla guerra in Medio Oriente, in cui il ministro degli Esteri Tajani discute della riapertura dello stretto di Hormuz come se fosse una questione di logistica commerciale, in cui l’Europa ridiscute il riarmo come necessità tecnica – fermarsi a osservare come parliamo di guerra non è un esercizio intellettuale riservato ad accademici. È resistenza culturale.

La sociologa della comunicazione Marialuisa Stazio

Non serve essere esperti. Serve disponibilità a fermarsi e a guardarsi attorno. L’ANPI, che da ottant’anni custodisce la memoria di chi quella Resistenza l’ha praticata con il corpo, patrocina questo tentativo di praticarla con lo sguardo. Perché chi sa già cosa pensare, come recita uno dei documenti del laboratorio, non ha bisogno di questo spazio. Ma chi è disposto a interrogarsi – quello spazio aspetta.

Marialuisa Stazio, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università Federico II di Napoli


Diapositive per interrogarsi

INFORMAZIONI

Il laboratorio ‘A Guerra ‘ncapa deriva da un’idea di Davide Borrelli, sviluppata nel metodo e nei contenuti da Marialuisa Stazio. Entrambi sono sociologi dei processi culturali e comunicativi. Info e iscrizioni: WhatsApp +39 331 9656105 — Casina Pompeiana, Palazzo Venezia, via Benedetto Croce 19, Napoli — Ogni incontro è autonomo; le iscrizioni per ciascun appuntamento aprono il giorno successivo all’incontro precedente. Prossimi appuntamenti: 3 aprile (La guerra motrice) e 10 aprile (Cecità). Patrocinato dalla Sezione ANPI Napoli Centro “Antonio Amoretti” e dalla rivista Infiniti Mondi.


IL CALENDARIO COMPLETO

Il ciclo si svolge alla Casina Pompeiana di Palazzo Venezia, in via Benedetto Croce 19, dalle 17 alle 20. Sette incontri, ciascuno autonomo: 20 febbraio – Bipensiero e altri attrezzi; 27 febbraio – La divisione del lavoro bellico; 5 marzo – Le parole per non dirlo; 13 marzo — La guerra abitabile; 20 marzo – La guerra in casa; 3 aprile – La guerra motrice; 10 aprile – Cecità (appuntamento aggiunto al ciclo, dedicato alla guerra in Iran e alla escalation in corso).