Il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu (Imagoeconomica)

C’è un filo rosso che lega fenomeni solo in apparenza lontani: la violazione del diritto internazionale, sostituito dalla potenza militare, evidente nell’America di Donald Trump, nella Russia di Vladimir Putin e in Israele, con i governi guidati dal Likud, dove la violenza di Stato prevale sul rispetto delle regole multilaterali e umanitarie.

Carlo Nordio, ministro della Giustizia (Imagoeconomica, via governo)

Lo stesso filo in Italia conduce all’attacco all’indipendenza della magistratura, che prende forma nella revisione costituzionale imposta al Parlamento con la cosiddetta riforma della giustiza firmata da Carlo Nordio, ministro della Giustizia nel governo presieduto da Giorgia Meloni: una dinamica che racconta la stessa tentazione di fondo, piegare il diritto al potere.

1942, l’espansione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale

La storia del Novecento ha già mostrato dove conduce questa deriva. Quando il diritto viene svuotato e sostituito dalla forza, la democrazia entra in crisi. È una lezione scritta nelle guerre mondiali, nell’affermazione dei regimi autoritari, nella cancellazione dei diritti fondamentali. Oggi quella lezione torna drammaticamente attuale, tanto sul piano internazionale quanto all’interno di singoli Paesi europei, Italia compresa. L’ordine internazionale nato dopo il 1945, costruito per impedire il ritorno della guerra come strumento ordinario di risoluzione dei conflitti, viene progressivamente eroso. La sovranità degli Stati, il principio di non ingerenza, la tutela delle popolazioni civili cessano di essere riferimenti vincolanti e diventano variabili subordinate ai rapporti di forza. Le regole valgono solo finché non ostacolano gli interessi dei più forti.

L’apertura del Corriere della Sera sulle leggi razziali

Questa stessa logica si riflette sul piano interno quando gli equilibri costituzionali vengono presentati come ostacoli all’azione politica. In Italia il dibattito sulla riforma della magistratura non può essere ridotto a una questione tecnica. L’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario sono pilastri dello Stato di diritto disegnato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo. I Costituenti vollero una magistratura autonoma perché avevano conosciuto cosa significhi una giustizia asservita al potere. Le leggi razziali, i tribunali speciali, la repressione del dissenso furono possibili proprio perché il diritto era stato piegato alla volontà del regime. Per questo, ogni intervento che incida sull’equilibrio tra i poteri dello Stato deve essere valutato con estrema attenzione, alla luce della memoria storica e delle garanzie democratiche.

Il parallelismo tra piano internazionale e piano interno non è forzato. Dove le regole vengono svuotate, prevale la legge del più forte. Dove l’indipendenza della magistratura viene indebolita, il potere tende a sottrarsi ai controlli costituzionali. In entrambi i casi si incrina la legalità come argine all’arbitrio. Difendere la Costituzione significa affermare che la democrazia vive di limiti al potere grazie a equilibri e contrappesi. È questo il senso più profondo dell’impegno antifascista oggi: non solo memoria, ma vigilanza attiva perché il diritto resti il fondamento della convivenza civile e non lo strumento del potere.

Rosalba Bonacchi, presidente Comitato provinciale ANPI di Pistoia