Piero Calamandrei

“Vorrei rievocare gli interventi di Piero Calamandrei all’Assemblea Costituente, il quale precisò come nei lavori dell’Assemblea, il governo non dovesse intervenire, prendere alcuna iniziativa, neanche provvisoria, né al momento della preparazione della Costituzione, né al momento della discussione pubblica”. De Gasperi, che era uno statista, si adeguò, tanto che si recò poche volte all’Assembla e non prese mai la parola – ha ricordato Giovanni Capobianco – presidente provinciale ANPI Avellino, aprendo, dopo il saluto dell’assessore Michele Spinapolice, il convegno a Grottaminarda (AV) sulle ragioni del No al referendum sulla magistratura. “Ora, questa riforma – ha aggiunto il presidente – è stata promossa dalla presidente del Consiglio e dal ministro della Giustizia, che sono tutt’altro che statisti, i quali hanno assimilato la Costituzione a un decreto legge, approvato dal governo, e in seguito dal Parlamento (se non approvati entro due mesi, i decreti legge decadono). Lo stesso iter è stato seguito per la riforma costituzionale di ben 7 articoli (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) con doppia lettura sia alla Camera sia al Senato e la riforma è stata approvata senza che il Parlamento abbia potuto aggiungere una virgola”.

“Quando si tratta di manomettere la Costituzione, è invece il Parlamento che deve proporre e approvare una legge, non il governo – ha detto ancora Capobianco. – Questa riforma è stata approvata in maniera abnorme dalla maggioranza di governo, senza il coinvolgimento dell’opposizione, contrariamente a ciò che fu fatto quando a larghissima maggioranza, si approvò la Costituzione. Quando, come nel nostro caso, si modifica la Costituzione, trattandosi di modifica del patto di convivenza civile che regola la vita dei cittadini italiani, è necessario cercare un’ampia convergenza. Questa schiforma non affronta problemi come ritardi nei processi, carenza di personale e digitalizzazione: non migliora il servizio ai cittadini. Al contrario, divide i magistrati, e li sottopone alle interferenze del governo. La giustizia piuttosto che diventare più efficiente, diventa meno indipendente, col rischio di diventare forte con i deboli e indulgente con i forti, che hanno potere economico. L’autonomia della magistratura non è un privilegio, ma una garanzia di uguaglianza per tutti”.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Imagoeconomica, Andrea Di Biagio)

La separazione delle carriere tra magistrato inquirente (PM) e magistrato giudicante (Giudice) di fatto esiste già (riforma Cartabia 2022) e soltanto lo 0,8% circa dei PM diventa giudice e, viceversa, tra lo 0,2 e lo 0,4% dei Giudici, diventa PM. Se il PM e il Giudice non sono autonomi, nessuno è sicuro di essere giudicato con imparzialità. Poche settimane fa l’onorevole Tajani (Segretario di Forza Italia) ha dichiarato che la riforma per il suo partito è insufficiente, pertanto se vincesse il Si, aboliranno l’art. 109 (l’autorità giudiziaria dispone della polizia giudiziaria) e probabilmente anche il 112 (obbligo del PM di esercitare l’azione penale). “Con i decreti attuativi – spiega ancora Capobianco – peraltro a maggioranza semplice, di certo troveranno il modo di peggiorarla. Tuttavia, sono piuttosto ottimista sull’esito del referendum perché il popolo italiano è affezionato alla Costituzione, nella quale sono stati trasferiti i valori della Resistenza”.

Bracciale con la sigla del CNL

Quest’ultima, era rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale composto da tutti i partiti antifascisti, che trattò con figlio di Vittorio Emanuele III, il Luogotenente del Regno, Umberto II, affinché, dopo la fine della guerra si svolgesse il referendum istituzionale monarchia – repubblica. Giova ricordare che dopo l’8 settembre 1943 i partigiani erano 75.000, per diventare con l’intensificarsi del conflitto, 137.344 (certificati dalle varie commissioni regionali dopo la guerra): di questi 44.770 morirono giustiziati dai nazisti o in combattimento.

“Dei combattenti – ricorda il presidente Capobianco – 35.000 erano giovani donne che ebbero il coraggio di ribellarsi al sistema patriarcale e reazionario e preferirono combattere anche per affermare i propri diritti: 1.070 caddero combattendo, 4.653 furono arrestate e torturate, oltre 2.750 deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate. Tre partigiani originari di Ariano Irpino furono uccisi in Piemonte: Archino Calabrese, Giuseppe Caso, Armando Li Pizzi, quegli stessi a cui è stata intitolata la neonata sezione ANPI. La storia ci insegna che il potere senza contrappesi scivola sempre verso il regime. Onoriamo la memoria chi col sacrificio della vita, ci ha consentito di arrivare alla nostra Costituzione: il 22 e 23 marzo votiamo non solo sulla riforma, ma sulla nostra libertà: è fondamentale votare No”.

Il tavolo della presidenza del convegno ANPI

Ermanno Simeone, avvocato: “È legittimo criticare singoli provvedimenti della magistratura, ma quando la critica sconfina in un attacco preventivo da parte del governo verso un altro organo istituzionale, si opera una rottura insanabile. La separazione delle carriere è un pretesto attraverso cui si intendono scardinare dei principi costituzionali fondamentali, operando una contrapposizione all’interno della stessa Costituzione. Nel merito, si evidenziano enormi contraddizioni in termini: ad es., sull’art. 104 (autonomia della magistratura), si dice che il primo comma è rimasto inalterato, ma il quarto comma, per come è stato modificato, è la sua contrapposizione poiché nega che la magistratura si esprima attraverso la rappresentanza, ovvero con la scelta dei migliori a governare il CSM (organo di autogoverno), che deve organizzare gli uffici sul territorio, esprimere pareri, gestire le carriere etc., dunque è un’aporia. L’impostazione politica della riforma, che si combina con altre modifiche del nostro ordinamento, come il ridimensionamento del ruolo della Corte dei conti, la sottrazione del controllo di legittimità dell’esercizio del potere con l’abolizione dell’abuso di ufficio, è finalizzata a impedire che la magistratura faccia il suo corso. Nelle finalità truffaldine di sfasciare una Costituzione da sempre scomoda per questo governo, che vuol essere libero da un controllo di legalità, si pretende una magistratura collaborativa, non autonoma, mentre al contrario, la magistratura dev’essere in grado di valutare la legittimità degli atti di tutti, soprattutto del potere: è uno dei pilastri su cui si fonda la nostra democrazia occidentale. Ci viene offerto un prodotto marcio sul quale il popolo sovrano deve pronunciarsi con un netto No, che operi un principio di precauzione finalizzato a scongiurare il rischio che il nostro ordinamento costituzionale scivoli verso lacerazioni insanabili dalle quali non si potrebbe più tornare indietro”.

Roberto Nuzzo, GIP presso il Tribunale di Benevento e segretario dell’ANM di Benevento, ha chiarito che il problema delle correnti, ingigantito da fuori, dall’interno è estremamente ridimensionato. “La magistratura è formata al suo interno dall’Associazione Nazionale Magistrati e le correnti fisiologicamente rappresentano le varie sensibilità di pensiero dei singoli magistrati, che possono sembrare affini alle forme dei partiti politici. In realtà raggruppano magistrati che intendono il modo di appartenere alla magistratura. Quando si tratta di scegliere mediante elezioni, coloro che andranno a sedere al CSM, ciascuna corrente esprime attraverso i propri membri delle figure (poche) di soggetti da proporre per farsi votare dai colleghi. Come per qualsiasi tipo di elezione anche politica, nazionale o locale, una persona che può contare sull’appoggio di un’intera corrente, aumenta la possibilità di vedere più facilmente il suo nome diffuso tra i colleghi.

Carlo Nordio, Ministro della Giustizia (Imagoeconomica, Alessia Mastropietro)

E qui si palesa il primo equivoco della riforma, che parla di degenerazione delle correnti. Sicuramente c’è un problema nella magistratura, che si è palesato in maniera più evidente quando è scoppiato il caso Palamara: ero appena diventato magistrato con una certa idea e mi sono ritrovato con quel caso, – scherza – se l’avessi saputo prima, forse avrei deciso di continuare a fare l’avvocato, di certo sarebbe stato più facile. La degenerazione delle correnti che si esprime nel caso Palamara, in ogni modo, non realizza nessun tipo di influenza nelle decisioni che ciascun Pubblico ministero o Giudice ogni giorno prende quando tratta, studia e decide i fascicoli di ciascun cittadino. Nei miei cinque anni di attività a Benevento, prima come Giudice di dibattimento, poi come Giudice per le indagini preliminari, delle correnti, telegiornali a parte, non ho mai sentito parlare, se non in un paio di occasioni in cui un collega mi ha chiamato per dirmi che c’erano le elezioni del Consiglio giudiziario, di informarmi su chi fosse e che se non fossi stato impegnato avrebbe avuto piacere, se lo avessi ritenuto, che lo votassi”.

Una riunione del CSM

Il problema che visto dall’esterno sembra enorme, dall’interno è estremamente ridimensionato. La soluzione che intende proporre la riforma per risolvere il problema delle correnti, in realtà intende sottoporre la magistratura a un determinato tipo di controllo. Se si fosse voluto realmente risolvere il problema senza colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, piuttosto che fare un sorteggio puro e secco, tra tutti i magistrati, si sarebbe potuto ricorrere a un sistema di elezioni su base territoriale più ristretta e poi fare un sorteggio tra gli eletti nelle varie basi. Sarebbe stato un modo corretto per ridurre il potere delle correnti per influenzare le elezioni garantendo nel contempo, che i magistrati possano eleggere i propri rappresentanti nel CSM. Scientemente si è scelto di costruire i nuovi CSM con un sorteggio secco per i magistrati e con un sorteggio temperato per i membri politici. Ciò comporterà che nei nuovi CSM il peso politico sarà preponderante e ciò determinerà in fatto, non in diritto, la facilità con cui le forze politiche di maggioranza e di opposizione – perché ricordiamolo, la magistratura è scomoda per tutti gli schieramenti – lo influenzeranno.

“Perché invito a votare No? – dice Nuzzo – Se dovesse passare il Sì, per noi giudici non cambierà granché: continueremo a percepire lo stesso stipendio, a lavorare sempre, anche quando non timbriamo il cartellino, nelle stesse strutture inadeguate e con la stessa strumentazione inadeguata. Il ministero ci ha fornito dei Pc fissi che io chiedo di accendere una mezz’ora prima di arrivare in ufficio in modo che si carichi, mentre il portatile è privo di cavi, che ho acquistato io stesso. Misteriosamente non ci sono risorse per acquistare computer, braccialetti elettronici e quant’altro, ma si trovano per fare due CSM e un’Alta Corte disciplinare. Quanto alla separazione delle carriere, parte dall’equivoco secondo cui mancherebbe la terzietà del giudice, ma non è così. Se il PM, mi ha convinto accolgo la sua tesi, diversamente no. Il PM è il primo organo di garanzia del cittadino poiché fa le indagini anche a favore dell’indagato, e in un numero sterminato di casi, chiede l’archiviazione. Il PM è un magistrato che si è formato per fare anche il giudice, dunque la sua formazione è a tutto tondo e non è un mero accusatore. La percezione che alcuni avvocati hanno, è che agisca in combutta con il giudice, ma così non è, anzi un buon PM, se si rende conto dell’innocenza di una persona ne chiede l’assoluzione: con la riforma si vuole che diventi una sorta di avvocato dell’accusa, al di là che si possa essere innocenti o colpevoli. Gli avvocati vogliono questa riforma perché intendono il processo come conflitto”.

La Corte Suprema del Minnesota (Usa)

“Non si può cambiare la Costituzione sulla percezione – prosegue Nuzzo – se così accadesse, avremmo messo un tassello verso una figura di PM che si avvicina al PM americano che non potrà permettersi di perdere il processo, anche se l’accusato è innocente. Peraltro, è un vero peccato che siano pochi i PM che passino a fare i giudici e viceversa: chi ha svolto entrambi i ruoli, ne conosce meglio i meccanismi, le necessità e i limiti, e ha una visione unitaria del processo, che rende la sua funzione più equilibrata. Se passasse questa riforma, il pericolo più grande lo correrà il cittadino più debole che non può permettersi di pagare grandi avvocati e dovrà difendersi davanti in un processo farsa in cui il giudice non sa nulla e il PM trasformato in un avvocato dell’accusa, porta avanti la sua tesi accusatoria. Il 22 e 23 marzo, come in un processo penale sarete i giudici della Costituzione accusata di non essere performante. Se ritenete come me, che la magistratura debba rimanere indipendente e non sottoposta al controllo dell’esecutivo, anche a vostra garanzia, e che la Costituzione non vada cambiata, vi invito a votare No”.

La professoressa Carmela Capolupo

Carmela Capolupo, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Napoli Federico II. “Il sistema delle garanzie si trova nell’ultima parte della Costituzione poiché è quello che la blinda – ha precisato – la rende impermeabile alle possibili degenerazioni del potere. È un sistema che si fonda sul principio che non esistono poteri illimitati. È un’idea che ci sembra scontata ed è un bene, perché significa che la limitazione dei poteri fa parte del nostro Dna, il che è un indicatore attendibile dello stato di buona salute del nostro sistema democratico. Voterò No, lo sostengo in giro per il Sud e non prefiguro scenari apocalittici. Ricordo però, che qualche anno fa captai dalla tv un’affermazione della giudice Apostolico di Catania che, sull’individuazione dei porti sicuri, affermava il principio del primato del Diritto dell’Unione Europea sul Diritto interno e fui colpita dalla dichiarazione di qualcuno del governo, che disse che i magistrati non potevano sovrapporsi alle decisioni del governo perché era un organo sorretto dalla legittimazione popolare. Un brivido percorse la mia schiena e un tarlo mi si insinuò nella mente: mi ricordai di ciò che mi diceva Elisa Springer sopravvissuta ad Auschwitz, ovvero di non dare mai per scontate le libertà. Le libertà non sono mai acquisite una volta per tutte, ma bisogna sorvegliarle con un occhio aperto e uno chiuso. L’esito di questa riforma è imponderabile, poiché la sua attuazione è demandata al legislatore ordinario senza alcuna indicazione che possa orientarne le scelte, cosa che ci consentirebbe di ipotizzare gli scenari configurabili”.

Palazzo Montecitorio (Imagoeconomica, Carino)

“La Costituzione – spiega la professoressa Copolupo – fissa i principi e poi demanda al legislatore la successiva attuazione, ma non può farlo in assenza totale di regole o di indicazioni, deve sempre contenere un indirizzo al legislatore. Nella Costituzione c’è un progetto politico, le linee di sviluppo di una società sulle quali il legislatore si deve orientare per dare attuazione agli istituti costituzionali. Se una disposizione costituzionale, come è questa della riforma, consente al legislatore di fare tutto e il suo contrario, siamo di fronte a una regola costituzionale che non sta facendo bene il suo mestiere. E rispetto ai numerosi rinvii in Costituzione, va precisato che un conto era la vaghezza delle norme costituzionali nel 1948 tutte da costruire, altro è la vaghezza delle norme costituzionali quando c’è molto da demolire e poi da ricostruire. Inoltre, un conto è il ceto politico che deve attuare questa riforma, un altro era quello del 1948! Fare del referendum uno strumento del tutto distorto rispetto alla sua originaria funzione, è la conseguenza dello scontro politico: chi propone la riforma persegue lo scopo dell’approvazione plebiscitaria su tutta la linea politica del governo. È la prima volta che una legge di revisione costituzionale arriva nelle aule parlamentari così com’è stata formulata dal governo: non sono state prese in considerazione neanche le proposte emendative dei consiglieri del CSM eletti in quota ai partiti di maggioranza, come ad esempio, Felice Giuffré. Si è giustificato con la necessità di doverla approvare in tempi brevi, per poter poi approvare anche il premierato”.

(Imagoeconomica)

“Quanta intolleranza per i tempi della democrazia grondano queste parole! Siamo in una stagione fortemente contrassegnata da una tensione dei rapporti tra i poteri: del resto, da una democrazia avanzata come quella americana, ci viene un monito, considerando che l’unico limite che si è dato il presidente americano è la sua morale. Da costituzionalista, collocandola in un’ottica di sistema, mi chiedo se la riforma così com’è, sia congruente e realizzi gli obiettivi che si propone e come si possa pensare, se non con ilarità, che i magistrati che fino a ieri interagivano tra loro, improvvisamente non lo facciano più.

La stessa creazione di due CSM potrebbe creare un’eterogenesi dei fini, per non parlare del sorteggio, un’offesa per i magistrati. I membri laici scelti dal Parlamento con quale maggioranza saranno scelti? Questa riforma supera forse il problema delle correnti? E perché dovrebbe? Il sorteggiato non vivrà certo in una bolla arelazionale, ma farà accordi, convergenze. L’Alta Corte disciplinare inoltre a che serve? Mi preoccupa molto questo intento riformatore. Negli Anni Ottanta, un gruppo di giuristi socialisti mise a punto un progetto di riforma tra cui l’obbligatorietà dell’azione penale e la responsabilità civile dei giudici, che però non creò preoccupazioni all’assetto democratico, in cui facevano da contrappeso presidi come i grandi partiti e le grandi organizzazioni dei lavoratori. Oggi la democrazia è molto indebolita: da oltre un decennio il baricentro della decisione politica si è progressivamente dislocato dalle aule parlamentari al governo, sia a seguito di alcune leggi elettorali, che della scellerata riforma che ha ridotto i parlamentari, a scapito del meridione”.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

“Lo stato della nostra democrazia è indebolito – conclude Capolupo – se questa riforma dovesse superare il vaglio della consultazione popolare, l’ultima preoccupazione dal 23 marzo in poi è per la separazione delle carriere. È in corso la discussione di una nuova della legge elettorale e inoltre, se passasse il premierato, ci troveremmo in una situazione senza precedenti, in cui Il potere dell’esecutivo non sarebbe bilanciato da alcun contrappeso. È opportuno spiegare alle persone che il 22 e il 23 marzo andremo a votare per scegliere tra questa Costituzione e un’altra Costituzione, tra una certa idea della democrazia e un’altra. Oltre un secolo fa, un senatore americano, John Porter Stockton, disse che le Costituzioni sono come Ulisse, che si fece legare al palo della nave per non cedere alle sirene: le Costituzioni sono come catene alle quali gli uomini si dovrebbero legare nei momenti di lucidità, per non morire di mano suicida nei giorni della follia”.

Floriana Mastandrea, giornalista, presidente della Sezione ANPI Ariano-Ufita