A Romics, alla fine della giornata, tutti si tolgono il costume. A Palazzo Chigi, invece, nessuno ha fretta di farlo. Alla convention di cosplayer che si è chiusa pochi giorni fa a Roma potevi incontrare una principessa, un supereroe, un personaggio di un manga, un cattivo intergalattico o una creatura che non sapevi collocare nemmeno dopo tre ore di spiegazione. Nessuno si scandalizza. Anzi, più il travestimento è strambo ed esagerato, più funziona. Il gioco consiste proprio nel dichiararlo: io oggi sono questo. Non sono davvero Batman, non sono davvero Sailor Moon. Sto giocando con un’identità, la sto mettendo in scena, e proprio per questo sono libero di farlo.
Nessuno scambia il costume per la persona. A Romics il costume non mente. Anzi, dice la verità in un modo paradossale. Dice: oggi voglio essere altro, provare un’identità diversa, giocare con il mio corpo, con il mio genere, con la mia immagine, con quello che gli altri si aspettano da me. In questo c’è qualcosa di profondamente liberatorio.

Poi c’è la politica italiana. E qui è tutta un’altra storia. Qui il costume non serve a liberare, ma a nascondere. Giorgia Meloni, in questi anni, ha dimostrato una notevole abilità nel cambiare guardaroba senza apparentemente cambiare personaggio. L’underdog, la donna del popolo che rifugge i salotti, la sovranista, la conservatrice, la patriota, la leader europea, l’atlantista, la statista. Una vera rivoluzione tessile la sua. La politica contemporanea sembra essersi trasformata in un atelier. Si indossa il vestito giusto, si aggiusta il linguaggio, si cambia l’inquadratura, si corregge la postura, si seleziona la frase che funzionerà meglio sui social. Meloni, in questo senso, è stata straordinariamente efficace. Ha capito una cosa che molti suoi avversari continuano a non cogliere: nella politica spettacolare non vince necessariamente chi ha l’argomento migliore, ma chi riesce a costruire il personaggio più riconoscibile.

Il punto vero è capire allora cosa c’è sotto il vestito. Ebbene, sotto il travestimento resta la storia politica di chi lo indossa. Restano una concezione del potere, del conflitto, delle istituzioni, dei diritti e del dissenso che non diventano magicamente liberali perché vengono raccontate con il linguaggio della responsabilità istituzionale. Il grande cosplay della politica italiana tende a farci dimenticare che non bisogna giudicare un governo dal costume che indossa, ma da ciò che fa quando pensa che nessuno lo stia guardando. Ma qui il problema diventa più grande di Giorgia Meloni. Perché il degrado della politica contemporanea non consiste semplicemente nel fatto che i politici mentano. I politici hanno sempre mentito, più o meno. Non è nemmeno una novità che facciano promesse che non mantengono. La novità è che ormai la politica sembra avere rinunciato persino alla necessità di distinguere tra realtà e rappresentazione.

Non deve più convincerti che una cosa sia vera. Le basta farti credere che lo sembri. Meloni ha capito che il potere contemporaneo non ha più bisogno di governare: deve continuamente mettere in scena il proprio governo. La premier non deve per forza essere una premier. Deve sembrare una premier. Rapida, decisionista, rispettata. Prendiamo il caro carburanti. Esempio perfetto di “travestimento”. Dopo settimane nelle quali il prezzo della benzina e del diesel era diventato un problema evidente, il governo ha adottato misure temporanee sulle accise. Poi, magicamente, è arrivata Eni, società a controllo pubblico, con il suo price cap: dal 28 settembre benzina a un massimo di 1,99 euro al litro e gasolio a 2,19, per trenta giorni, con la possibilità di arrivare fino alla fine dell’anno.
Una bella notizia naturalmente. E proprio per questo una notizia politicamente molto conveniente per il governo. Naturalmente Eni precisa che la decisione è stata presa autonomamente e senza pressioni indebite. Ci mancherebbe. Il Cane a sei zampe ha “semplicemente” deciso di fare una cosa che, guarda caso, il governo aveva tutto l’interesse a vedere accadere. Palazzo Chigi ha ringraziato. Meloni ha portato a casa un risultato politico, mostrando urbi et orbi quanto la sua moral suasion funzioni. E il problema degli extraprofitti delle compagnie, sul quale nella maggioranza si discuteva, si è improvvisamente fatto meno urgente. Hanno insomma, sia Descalzi sia Meloni, indossato un travestimento: il grande manager quello dell’uomo preoccupato e sensibile alle angustie degli automobilisti e al futuro energetico del Paese, la premier quello della politica che si fa valere, che indirizza senza forzare.
È tutto perfettamente legittimo? Sì, almeno nei termini in cui è stato raccontato. Dire che quel favore “non sarà gratis” sarebbe facile. Non sappiamo quale sia il prezzo, né se un prezzo esista davvero. Ma la domanda resta. Perché quando una grande società a controllo pubblico – interessata tra l’altro al grande business prossimo venturo del nucleare – interviene in modo così favorevole su un problema politicamente esplosivo, mentre il governo può contemporaneamente presentare quell’intervento come un successo della propria azione, il minimo che una democrazia dovrebbe pretendere è trasparenza.

E torniamo a Romics. Chi si traveste da Superman o da Uomo ragno non pretende di avere davvero i superpoteri. Chi si veste da Darth Vader non chiede che il Parlamento approvi una legge sulla Morte Nera. Chi gioca con il proprio genere non pretende di cancellare quello degli altri. Il costume è dichiarato. La politica del governo Meloni, invece, sembra sempre più interessata a farci credere che il costume sia la persona. Ed è qui che il travestimento diventa ideologico. Perché chiamare “pragmatica” e “rigorosa” una cultura politica autoritaria e securitaria non la rende perciò stesso moderata e accettabile. Così come chiamare “statista” chi ha semplicemente imparato molto bene a stare dentro una fotografia istituzionale non significa aver prodotto un uomo di Stato.

Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto lei. Perché anche le opposizioni hanno ormai un guardaroba di costumi piuttosto fornito. C’è il costume dell’unità. Quello della responsabilità. Quello del campo largo. E poi ci sono le primarie, l’ennesimo grande spettacolo della politica italiana. Tutto molto democratico, tutto molto partecipato, tutto molto rassicurante, per carità. Forse persino troppo. Perché tutti sono impegnati a decidere chi dovrà guidare l’opposizione, mentre nessuno si domanda abbastanza seriamente come si possa vincere contro questa destra.
Pubblicato domenica 11 Ottobre 2026
Stampato il 11/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/il-grande-cosplay-della-politica/





