Quando qualche settimana fa ho scoperto che Mario Avagliano stava per pubblicare una biografia, o meglio un racconto storiograficamente articolato, leggibilissimo e passionale di Giuliano Vassalli, ebbene ho avuto un tremore piuttosto consistente. Dato dal ricordo degli incontri con quell’uomo prezioso e da una stima sentita, con inusitata intensità, per un costruttore della Repubblica democratica quieto ma irreversibilmente piantato nelle sue convinzioni e posizioni. In un dovere libertario che è stato la costola politica, ma prima ancora umana, di tutta la vita di Vassalli.

1999. Massimo Santucci, l’allora direttore del mensile ufficiale della Polizia di Stato “Polizia moderna” mi incaricò di intervistare il Nostro sulla sua attività Resistenziale: fu un protagonista della lotta contro il nazifascismo a Roma. Un ventiseienne ancora solo in odore di giornalismo, tale ero, che stava per fare domande al gigante.

Appuntamento da lui. Lungotevere dei Vallati. Lo attendo su un divano. E poi questo attacco cinematografico: mi arriva con naturale passo di lunga età, senza guardarmi, poi si accorge di me, mi saluta con un lei distante, ma cordiale, come a rappresentare un peso che però andava affrontato. E non solo per motivi di cortesia. Nonostante l’improvviso e forse improvvisato giovanotto, Giuliano Vassalli non voleva, o forse non doveva, smettere di dire.

Mi chiede conferma del tema dell’intervista, e iniziamo. Ebbene, quando si giunge al momento Via Tasso — il carcere nazista dove fu rinchiuso e torturato — abbassa la testa, chiude gli occhi e racconta. Si trattò di pochissimi minuti, forse istanti. Lentamente preciso, una memoria senza acciacchi, con nomi, stati d’animo, anzi d’anima, senso ancora pulsante di quella pesantissima imprevedibilità della prosecuzione della vita. La memoria che ti fa vedere.

Dicevo cinema, sopra. Ecco, e il film non smetteva. La sua vicenda partigiana è piena di persone indimenticabili: tra gli altri, Maurizio Giglio, ucciso alle Fosse Ardeatine a 24 anni Medaglia d’Oro al Valor Militare, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e in particolare Riccardo Bauer, capo della Giunta militare del Partito d’Azione a Roma e membro del CLN. “La cosa che più mi colpì di lui è che subito dopo il secondo conflitto mondiale si ritirò da qualsiasi vita e ambizione politica per dedicarsi all’Associazione benefica Umanitaria di Milano. Custodirò questo grande Patriota nella mia memoria con profonda stima e ammirazione”. Così si espresse in quell’intervista.

Il filo conduttore di questo lavoro di Mario Avagliano sboccia e si sviluppa proprio dall’impegno del combattente Vassalli ma ancora di più dalla sua prigionia nelle mani criminali naziste. L’autore all’inizio del libro scrive: Quando uscirà da via Tasso, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma, non ne uscirà come ne era entrato. Ma una cosa è già chiara: prima di essere il ministro della Giustizia, il presidente della Corte costituzionale, il padre del nuovo codice di procedura penale, Giuliano Vassalli è un uomo trascinato dentro il luogo in cui la legge è stata umiliata.

E ancora, nell’introduzione: Vassalli sarà sempre, nelle diverse vesti che ricoprirà – avvocato, ministro, giudice costituzionale – un difensore delle garanzie, della dignità della persona, della funzione rieducativa della pena. Non per adesione astratta a una teoria, ma per conoscenza diretta di ciò che accade quando il potere non incontra limiti. Il suo garantismo non è ideologico: è esperienziale.

Vassalli, ci suggerisce la narrazione di Avagliano, in tutta la sua esistenza professionale e politica, non è mai uscito da Via Tasso. La sua militanza socialista, anche e specialmente nelle alte evoluzioni istituzionali, si marcò di un’attenzione quasi ossessiva alla dignità della persona, alla realizzazione di una pratica dei poteri – in particolare della giustizia, dell’attività dunque della magistratura – mai separabili dal fondamentale e insopprimibile presupposto di umanità. Il garantismo esperienziale: mai definizione è stata così concretamente rappresentativa.
Due capitoli decisivi del libro (intitolato non a caso “Giuliano Vassalli, legge e Libertà” – ed. Marlin) sono dedicati ai casi Moro e Tortora.

Nel testo è riportato un passaggio di un intervento pubblico di Vassalli in occasione del 24 marzo 1978, anniversario della strage nazifascista delle Fosse Ardeatine: «Trentaquattro anni fa, il lunedì santo, io fui preso dalle SS naziste dopo un lungo agguato e trascorsi la settimana santa (che quell’anno cominciava il 3 aprile) attendendo a ogni ora la morte. […] Quando penso ad Aldo Moro nella prigione delle Brigate Rosse non posso fare a meno di vivere attraverso lui quei ricordi e di immaginarne su questo stesso piano le reazioni. […] Il discorso mi porta a rivolgermi verso i suoi aguzzini. Non riesco a vederli diversi dai nazisti. Leggo e rileggo il messaggio finora trasmesso e vi riconosco la stessa follia ideologica, lo stesso linguaggio brutale e unilaterale, le stesse rivendicazioni di distruzione e di morte».
Il presagio di quello che sarà il suo straordinario e faticoso impegno nell’individuare un percorso giuridico-legalitario per una soluzione umanitaria: la liberazione di Moro. E così ebbe a esprimersi successivamente sulla cosiddetta “linea della fermezza”: «Non si può tacere – e non suoni mancanza di considerazione verso i molti che fanno il proprio dovere con rilevante sacrificio e pericolo – che lo Stato che rifiuterebbe ogni trattativa sarebbe uno Stato che non ha saputo offrire moltissimo ai propri cittadini dal punto di vista della sicurezza personale e della efficienza difensiva e preventiva. […] E allora si può legittimare la domanda se uno Stato, che non sia in condizione di assicurare con la dovuta organizzazione la protezione dei propri esponenti di ogni ordine (commissari, ufficiali e agenti di polizia, magistrati, uomini politici), sia anche del tutto abilitato a rifiutare di porre la propria civiltà e le proprie ragionevoli disponibilità a servizio di quell’opera in cui può forse riuscire: il salvataggio di vite umane in pericolo». Parole di una adamantina coerenza con se stesso.
Sappiamo come si mosse poi tragicamente la storia. E per Giuliano Vassalli il non essere riuscito a salvare Moro resterà per sempre una ferita forse maggiore di quelle che subì nel carcere di via Tasso.

Sul caso Tortora, Avagliano scrive righe illuminanti: «Si è responsabili anche per omissione, per lo stare zitti e noi zitti non vogliamo stare». Per il penalista socialista, il silenzio di fronte a un possibile errore giudiziario è esso stesso una forma di responsabilità. L’assoluzione pronunciata dalla Corte d’appello di Napoli il 15 settembre 1986 e resa definitiva dalla Cassazione il 13 giugno 1987 non chiude soltanto il dramma personale di Enzo Tortora. Dopo sette mesi di carcere, lunghi arresti domiciliari e una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione, il presentatore viene assolto con formula piena. Il caso diventa il simbolo dell’errore giudiziario e alimenta nell’opinione pubblica una riflessione sulla fragilità del sistema processuale e sulla difficoltà dello Stato di riconoscere e riparare i propri errori.

Gli ultimi anni di Vassalli sono segnati da un nuovo protagonismo civile. Nel giugno del 2008 viene presentata alla Camera dei Deputati una proposta di legge tesa a istituire un Ordine del Tricolore che di fatto equiparava Partigiani e repubblichini di Salò con la seguente motivazione: “Questo progetto di legge è coerente con la cultura della pace e di pacificazione della nuova Italia, post-bellica, repubblicana e democratica”. L’ANPI insorge immediatamente e informa Vassalli, che si mette immediatamente al lavoro per produrre una memoria storica e giuridica atta a smontare l’intero impianto della proposta. Ricordo perfettamente quei giorni, il lavorìo di tutta l’Associazione per costruire massa denunciante nel Paese, ricordo la profonda dedizione del giurista: arrivò una mattina nella sede nazionale ANPI un fax con una lunga disanima delle ragioni anti-1360.

Tornava la memoria di Via Tasso, della soppressione della vita e della libertà di essere, pensare e respirare. Ma l’uomo non si limitò a questo. Invitato a prendere la parola al convegno del 13 gennaio 2009, promosso dall’ANPI nella Sala del Cenacolo della Camera, su quel vulnus alla verità storica — tra i partecipanti Partigiane e Partigiani — fece un intervento letteralmente mirabile ed emozionante.

Lo ricorda Avagliano nel libro. “Ribadisce che «In nessuna nazione europea che ha subito le devastazioni del nazifascismo si riabilitano giuridicamente i collaborazionisti». Pochi giorni dopo, il 26 gennaio, prende la parola al Museo storico della Liberazione di via Tasso. Tra gli applausi definisce «disgraziata» la proposta di legge e denuncia l’inaccettabilità di qualsiasi tentativo di equiparare chi combatté contro lo Stato italiano e «coloro che per lo Stato italiano e per la nostra democrazia erano andati combattendo e morendo». È la sua ultima apparizione pubblica. E non è casuale che avvenga proprio a via Tasso, il luogo dove sessantacinque anni prima aveva conosciuto la tortura e il rischio della fucilazione. La sua ultima battaglia pubblica riguarda ancora una volta la Resistenza, la democrazia e la fedeltà alla Costituzione. È come se il cerchio della sua vita si chiudesse là dove tutto, per lui, aveva davvero avuto inizio”.
Il progetto di legge fu ritirato il 28 aprile 2009.
Giuliano Vassalli scompariva a 94 anni il 21 ottobre 2009. E la nuova opera di Mario Avagliano lo riporta con grande merito all’attenzione pubblica.
La storica Simona Colarizi intervenendo alla presentazione del 22 ottobre al Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo — ha evidenziato un valore decisamente condivisibile: “Mario è entrato nel personaggio. L’ha visto dal di dentro e ne ha assorbito la complessità”.
Pubblicato sabato 7 Novembre 2026
Stampato il 07/11/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/il-garantismo-partigiano-di-giuliano-vassalli-nel-nuovo-libro-di-avagliano/





