
Il saggio di Gregorio Carolo nasce dal basso, dal podcast di interviste Le faremo sapere, e amplia la voce di chi lavora, dei loro racconti. “Incoscienza di classe. Corpi, voci e desideri di un tempo libero dal logorio del lavoro” (Meltemi 2026) ci dà così uno spaccato della condizione attuale: lavoratori precari, lavoratori cosiddetti somministrati e professionisti. I giovani nati a cavallo del millennio – la generazione più colpita dalla frammentazione dei contratti e dall’ansia da prestazione – sono i veri protagonisti del libro, che è una efficace radiografia del malessere lavorativo contemporaneo e che spiega come il capitalismo moderno sia riuscito a trasformare lo sfruttamento e la precarietà collettiva in un senso di colpa e inadeguatezza puramente individuale.
Prendendo le mosse dal podcast, l’autore raccoglie le testimonianze dirette di lavoratori nati tra gli anni Novanta e i primi anni Zero per dimostrare quanto l’assenza di solidarietà crei una diffusa e dolorosa “incoscienza di classe”. Del resto, la classe come soggetto sociale, collettivo e rivoluzionario è sparita non solo con le modificazioni del lavoro della società neoliberista, ma anche con l’estinzione dei partiti politici tradizionali, rappresentanti di classi socialmente definite.

Da un pezzo è così, ma questo non vuol dire che il conflitto tra capitale e lavoro sia scomparso, anzi: è soltanto diventato più fluido, frastagliato e locale (fattori che potrebbero essere indizi di debolezza, ovviamente). Scrive Carolo: «A partire dagli ultimi decenni del Novecento, le mobilitazioni collettive sono diventate sempre meno frequenti, meno rumorose e meno incisive. Gli strumenti storici delle classi lavoratrici, il sindacato e il partito, dopo aver svolto nel secolo scorso un ruolo fondamentale per ottenere diritti come il fine settimana libero dal lavoro, le ferie retribuite, lo Stato sociale o il suffragio universale, ai giorni nostri attraversano una crisi di legittimità».

L’autore esplora la sofferenza privata e l’organizzazione gerarchica all’interno di settori chiave dell’economia odierna e tenta, che è quello che più ci interessa, di capire la condizione dei lavoratori subordinati dei giorni nostri. Ci presenta una galleria diversificata, per esempio la manifattura e le agenzie interinali, dove domina il ricatto dei contratti a termine e delle cooperative e dove la paura del mancato rinnovo spinge i lavoratori ad auto-sfruttarsi e a competere coi colleghi invece che ad allearvisi.

Oppure la consulenza aziendale e le Big Four, come per esempio la Deloitte o la KPMG, cioè società che revisionano i bilanci delle aziende quotate in Borsa, di cui Carolo smaschera i finti privilegi legati ai benefit aziendali (come lo smartphone e il laptop nuovi fiammanti) dietro cui si nascondono reperibilità totale, scadenze impossibili, ritmi disumani e burnout.

Invece nel capitolo “Sì, chef!” l’autore ci porta a conoscere meglio la ristorazione d’eccellenza: avreste mai pensato che tra i fornelli potessero allignare il “nonnismo” o un machismo tossico? Ebbene sì: stress estremo e turni interminabili vengono spesso tollerati a spese della salute mentale e fisica (con un preoccupante ricorso a sostanze per non crollare), il tutto condito dalla diffusione sistematica del lavoro nero.

Del mondo della scuola si parla nel capitolo “Mostri, creature e mostriciattoli”, descrivendo l’usura psicologica degli insegnanti e dei docenti di sostegno alle prese con l’isolamento istituzionale e con la progressiva demolizione del welfare pubblico.

Il saggio non trascura poi la logistica algoritmica (capitolo “Luci, beep e algoritmi”), ossia l’analisi della vita all’interno dei magazzini Amazon, dove i lavoratori sono monitorati da scanner e costretti ad adeguarsi alla velocità di robot e procedure di stoccaggio, venendo ridotti a ingranaggi facilmente sostituibili. Tra gli effetti collaterali di chi lavora in uno dei giganteschi magazzini di Jeff Bezos, ci sono anche la patologia del tunnel carpale, problemi muscolari o il continuo inquinamento acustico – come il fastidioso beep beep che si attiva a ogni movimento della merce (ossia praticamente sempre).

Il filo rosso che si dipana sfogliando le pagine è la distruzione del tempo libero o la sua compromissione, nel senso che gli effetti psicologici si riversano oltre l’orario di lavoro, come spiega con tremenda precisione proprio una ex dipendente del magazzino Amazon: «Anche quando ero a casa e dormivo, il mio cervello era talmente entrato in un loop, in un’ottica di ripetitività, che non c’era effettivo riposo mentale. Il giorno dopo mi sentivo più stanca del giorno prima, perché di fatto la mia mente era rimasta là, nel magazzino».

E questo filo rosso conduce a quello che è il centro teorico del saggio, ovvero la fine della dimensione collettiva, dell’elaborazione cosciente delle contraddizioni del lavoro in cui è si è immersi. Da qui la pericolosissima (ma voluta e indotta dal sistema) “privatizzazione del disagio”: in passato, se un lavoratore era in difficoltà ne parlava con un collega e si rivolgeva al sindacato per risolverla politicamente. Oggi, invece, il lavoratore vive il fallimento o il sovraccarico quasi fossero una colpa personale e cerca una risposta individuale, ad esempio pagandosi una seduta di psicoterapia o assumendo psicofarmaci.
La retorica del merito, ossia del modo in cui il sistema spinge le persone a considerarsi “imprenditrici di sé stesse” e a guardare gli altri come ostacoli da superare, fa sì che il collega diventi un rivale e il capo l’unico soggetto verso cui mostrare rispetto e dedizione. È quella che si può definire la “perdita del Noi”, una dinamica che produce proprio l’incoscienza di classe, cioè la fuga nel privato e l’incapacità di agire insieme per cambiare l’orizzonte di vita. È evidente che siamo all’opposto di quella che è stata la working class nel tessuto sociale europeo, ci troviamo di fronte a uomini e donne che non beneficiano più di un insieme di diritti assicurati, ma lavorano in un contesto più fluido ed esposti a prevaricazioni, vista anche la poca presenza ed efficacia delle consuete forze sindacali nel lavoro contemporaneo.

Allora non c’è davvero più speranza di miglioramento? L’autore su questo azzarda un cauto ottimismo: oggi la coscienza di classe potrebbe rinascere e ricomporsi declinandosi come la rivendicazione di un gruppo di lavoratori per determinati diritti, un gruppo che si mobilita (e l’autore ne dà alcuni esempi) in nome della propria emancipazione e della riscoperta della lotta collettiva. L’incoscienza di classe, infatti, è proprio la perdita, l’oblio di quest’ordine comune della protesta e delle richieste che spesso il capitalismo tende a mortificare o a eludere. E si rivendicano non solo diritti conquistati in passato e ora sempre più erosi, ma anche tempo libero, tempo liberato dal lavoro.

Conclude Carolo: «Proiettarsi in un orizzonte di emancipazione, trasformare l’esistente, richiede una volontà collettiva che tenga conto dei molteplici luoghi di conflitto e sappia valorizzarli. È tempo di costruire una nuova società, con radici profonde nei legami solidali tra lavoratori e lavoratrici. Possiamo sentirci liberi di immaginarla, di desiderarla e di lottare per trasformarla in realtà. Riprendiamo coscienza».
Pubblicato martedì 3 Novembre 2026
Stampato il 03/11/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/giovani-lavoratori-di-tutto-il-mondo-dividetevi/





