A tre anni dal 7 ottobre 2023, il bilancio della devastazione inflitta alla Striscia di Gaza è agghiacciante. L’offensiva israeliana ha causato la morte di oltre 77mila persone, di cui 21mila minori, e il ferimento di altre 175mila. Un computo che peraltro non include chi è rimasto sepolto sotto le macerie. Soltanto negli ultimi mesi, dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, è stato ucciso un bambino al giorno secondo l’Unicef. Inoltre, fame e malattie hanno provocato una gravissima crisi umanitaria, le cui vittime sono più difficili da stimare ma sono molto probabilmente nell’ordine delle decine di migliaia. Atti compiuti deliberatamente al fine di assassinare quante più persone possibile e causare gravi danni fisici e psicologici ai superstiti, prendendo di mira anche i più vulnerabili. Atti volti a rendere impossibile la vita dell’intera popolazione palestinese di Gaza. Atti che rientrano pienamente nella definizione giuridica di genocidio, come concluso, tra gli altri, da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e da esperti come Omer Bartov, Raz Segal, Amos Goldberg e Daniel Blatman.

La giornalista Anna Maria Selini

Già due anni fa la giornalista Anna Maria Selini scriveva che la catastrofe è tale da richiedere termini nuovi per descriverla. Domicidio, la distruzione massiva degli edifici residenziali e commerciali. Ecocidio, cioè danni gravissimi alla biodiversità e agli ecosistemi. E scolasticidio, perché scuole e università sono state rase al suolo, e oltre 20mila studenti e mille tra docenti e impiegati amministrativi sono stati uccisi. Intere generazioni hanno visto violato il diritto allo studio, e compromessa la possibilità di sperare in un futuro migliore attraverso la formazione.

Luisa Morgantini (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

Tante sono le iniziative di solidarietà internazionale sorte in reazione a questi efferati crimini. Tra di esse c’è l’attivazione di corridoi universitari per ospitare all’estero almeno alcuni dei tanti giovani palestinesi intenzionati a proseguire gli studi nonostante le circostanze. In Italia, questi canali hanno consentito di evacuare 229 studenti gazawi tra settembre 2025 e maggio 2026. Arrivati nel nostro Paese dopo aver attraversato Israele e Giordania, sono stati accolti in ventuno università italiane e stanno proseguendo il loro percorso accademico grazie alle borse di studio del Ministero dell’università e della ricerca, che coprono anche vitto e alloggio. Ne abbiamo parlato con Luisa Morgantini, fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo.

Luisa, come valuti questa esperienza finora?

(dal sito di Assopace Palestina)

Non ho seguito nel dettaglio le procedure che hanno assicurato il loro arrivo in Italia. Sul piano didattico so che la loro preparazione era del tutto adeguata agli standard delle università italiane. Tra loro ci sono ingegneri, medici, avvocati. Essendo stati abituati, loro malgrado, a studiare in una situazione di totale distruzione umana e materiale, possiedono una creatività e una tenacia incredibili, nonostante gli infiniti traumi subiti. Allo stesso tempo, i servizi di accoglienza previsti del governo italiano sono stati molto limitati. Spesso non sono stati offerti loro corsi di italiano. Sul piano legale rimangono delle incertezze: potranno fare la domanda di asilo, diventando rifugiati se verrà accolta, o dovranno limitarsi a spostare la residenza qui, in quanto studenti? E potranno chiedere il ricongiungimento con i loro tanti familiari rimasti a Gaza, che rischiano ancora di morire? Senza le associazioni che li seguono, rischierebbero di finire per strada. A chi è arrivato tramite corridoi umanitari per ricevere cure negli ospedali italiani è andata anche peggio.

In che modo Assopace Palestina ha sostenuto questi studenti?

Ho incontrato alcuni di loro in un evento sulla Palestina organizzato all’Università di Parma dai fisici statistici. Così ho scoperto che vengono da tante città diverse della Striscia – Jabalya, Nuseirat, Rafah, Khan Yunis, Gaza City – e che non si erano mai visti prima di arrivare in Italia, pur essendo rimasti in contatto durante tutto l’iter che ha consentito loro di venire qui. Ho quindi pensato che come associazione avremmo potuto offrire loro uno spazio per conoscersi, e li abbiamo invitati a Supino, in Ciociaria, dove AssoPace Palestina ha organizzato il Centro Bab el Shams, “la porta del Sole” in arabo. Oltre ad essere la sede fisica dell’associazione, è un importante luogo di aggregazione e di scambi interculturali, organizzato in diverse case. Prende il nome dal titolo del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury, ma è anche il nome di un villaggio palestinese dove in una sola notte i comitati popolari hanno eletto un sindaco e impiantato tende, una moschea, una chiesa. L’esercito israeliano lo ha distrutto nel 2013, cacciando gli abitanti. Fa parte del piano governativo di unificare le colonie costruite nella zona E1 della Cisgiordania, tra Jericho e Gerusalemme.

Anagni (Frosinone), uno dei paesi visitati dagli studenti palestinesi in Italia

Com’è andata questa esperienza presso il vostro Centro?

Straordinaria. Abbiamo ospitato cinquanta degli studenti gazawi per una settimana, dal 16 al 23 agosto scorso. Ci sono state discussioni, ma anche momenti conviviali. Hanno deciso di fare una cena di cibo palestinese in piazza: la cucina ha grande importanza nella loro cultura come nella nostra. E poi abbiamo fatto una visita a Roma con le Guide Turistiche per Gaza, un trekking sui Monti Lepini e una giornata al mare a Sabaudia, ospiti di un’amica. È stato stupendo vedere il loro coinvolgimento e la loro gioia per essere insieme. Anche l’ospitalità e la solidarietà della gente di qui è stata fantastica. Persone da tutta la Ciociaria hanno portato cibo e lenzuola, pulito le case, partecipato a una raccolta fondi. In più gli studenti hanno incontrato i sindaci di Supino, Ceccano e Anagni, che si sono detti interessati a costruire un gemellaggio con una città della Cisgiordania. Cercheremo di organizzare altre esperienze del genere, in modo da preservare questa rete tra studenti gazawi, aiutarli nel loro percorso e con le loro rivendicazioni. Vogliamo anche farli conoscere a studenti italiani, e far incontrare bambini palestinesi e italiani, come già fatto in passato.

Cosa fa Assopace Palestina in Italia?

Organizziamo incontri con rappresentanti dei Comitati popolari di resistenza nonviolenta e di altri gruppi e organizzazioni sia palestinesi, come Al-Haq e Youth of Sumud, sia israeliani che fanno co-resistenza con loro, come Refusnik e Combatants for Peace. Collaboriamo alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), organizziamo manifestazioni e facciamo pressione sulle istituzioni, ad ogni livello, perché cessi la complicità con l’occupazione militare israeliana e si sostenga il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Infine organizziamo viaggi di conoscenza e solidarietà dall’Italia che consentono di vedere Palestina e Israele di persona. Il filo conduttore è sempre quello di mostrare la cultura palestinese nella sua bellezza e creatività per rompere lo stereotipo, costruito ad arte, per cui quel popolo è composto solo da eterne vittime o da estremisti, e in ogni caso dev’essere sempre controllato da qualcun altro senza poter decidere per sé.

E in Palestina come operate?

Masafer Yatta

Appoggiamo le iniziative di resistenza nonviolenta espresse dalla società palestinese, per aiutare a garantire i diritti di questo popolo nonostante l’occupazione. Ad esempio, abbiamo un progetto per sostenere il diritto allo studio dei giovani di Masafer Yatta. Inoltre partecipiamo a una campagna chiamata Faz3a. Volontari internazionali vanno a sostenere contadini e pastori nelle aree dove Israele pratica la pulizia etnica, i cui abitanti sono attaccati ormai ogni giorno da soldati, poliziotti e coloni. A questo sforzo partecipano anche numerosi gruppi di cittadini israeliani: fanno anche loro interposizione e vengono attaccati con maggiore violenza rispetto agli altri attivisti, perché considerati dei traditori. Anche i volontari internazionali corrono dei rischi: non sono più protetti dai passaporti, la loro presenza non è più un deterrente. Una volta l’esercito di Israele, pur restando un occupante, non attaccava indiscriminatamente: dal 7 ottobre invece sì. Quest’anno sono partiti cento volontari, è difficile ma fondamentale assicurare la loro partenza, gli attacchi contro le città e i villaggi della Cisgiordania sono continui.

Grazie alla vostra attività avete un punto d’osservazione privilegiato sulla questione palestinese. Cosa si prova?

1982. Massacro di Sabra e Chatila

Io seguo la Palestina dal 1982, dal massacro di Sabra e Shatila. Ho visto intere generazioni, conosciuto intere famiglie, sviluppato amicizie, partecipato a matrimoni e funerali, ospitato delegazioni palestinesi in Italia e fatto interposizione tra i soldati israeliani. Purtroppo, non sempre trovo un autentico interesse verso la vita vissuta dai palestinesi. Urlare nelle piazze è indispensabile, certo, ma conoscere direttamente le loro esperienze e coglierne gli aspetti più veri e umani è tutta un’altra cosa. Addirittura c’è qualcuno che vive comodamente in Italia e li rimprovera perché non partecipano tutti alla lotta armata. Quando vivi sotto occupazione, resistenza può essere qualunque cosa. Anche solo continuare a respirare, a vivere nel posto in cui si abita, a mandare i figli a scuola malgrado l’occupazione militare. La differenza fondamentale tra palestinesi e israeliani, infatti, è che i primi amano profondamente la loro terra, la proteggono e difendono, mentre i secondi vogliono solo possederla. Poi non sopporto di sentir dire che non c’è il Gandhi, non c’è il Mandela palestinese. Ci sono eccome, penso ai prigionieri politici picchiati, abusati e stuprati in carcere, che chiediamo vengano liberati. Come Marwan Barghouti: nonostante sia in carcere da più di 24 anni è un leader per l’unità dei palestinesi amato e riconosciuto, non solo dai giovani, e sostenuto da tutte le forze politiche.

E cosa avete imparato dai palestinesi?

Marwan Barghouti

Soprattutto la capacità di trattenere la commozione e la rabbia. Queste persone non dormono a causa degli attacchi dei coloni, ad ogni spostamento vengono umiliate ai checkpoint, hanno amici e familiari imprigionati per anni anche senza accuse e che a volte muoiono in carcere. Eppure riescono a controllare le emozioni, non riuscirebbero a sopravvivere altrimenti, anzi: verrebbero subito ammazzate. Capisco un volontario internazionale che si mette a piangere davanti a un palestinese. Però ci vuole sangue freddo, non possono essere loro a consolarci. Dobbiamo essere uno strumento di solidarietà concreta. Andare là, poi tornare qui e agire, in particolare facendo pressione sui governi perché impongano sanzioni contro Israele. Agire per la libertà dei palestinesi ma anche per la nostra, cittadini come siamo di Paesi che si sono riscoperti colonialisti e suprematisti, con governi alleati di uno Stato genocidario. Per citare una bellissima frase che ho letto sui cartelli nelle ultime manifestazioni, “volevo liberare i palestinesi ma sono loro che hanno liberato me”.