La foto ufficialoe del Presidente Lula

La notizia arriva da Brasilia, ma il suo significato attraversa l’intero continente. Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto ancora. A ottant’anni, dopo una campagna elettorale che sembrava poter segnare la conclusione della sua lunga parabola politica, il presidente brasiliano conquista un quarto mandato, rimontando lo svantaggio del primo turno e sconfiggendo Flávio Bolsonaro con il 51,79 per cento dei voti contro il 48,21. Oltre quattro milioni di suffragi separano i due candidati, una distanza sufficiente a stabilire un vincitore inequivocabile, non a cancellare le profonde fratture che dividono il Paese.

Donald Trump (Imagoeconomica, Molly Riley)

Per comprendere la portata del risultato, tuttavia, bisogna guardare oltre il Brasile. Il voto del 25 ottobre interrompe una sequenza di affermazioni delle estreme destre latinoamericane e introduce un elemento di resistenza nel progetto di Donald Trump di ricondurre l’America Latina entro una più rigida sfera di influenza statunitense. Non segna la nascita di un nuovo ciclo progressista, ma impedisce, almeno per ora, che il più grande Paese sudamericano diventi un altro tassello dello schieramento politico costruito attorno alla Casa Bianca. È questa la prima conseguenza geopolitica della vittoria di Lula.

Il Brasile non è soltanto la maggiore economia latinoamericana, ma una potenza diplomatica, industriale e territoriale senza la quale qualsiasi progetto di egemonia continentale incontra un limite strutturale. Controlla una parte decisiva dell’Amazzonia, dispone di enormi risorse naturali, intrattiene relazioni economiche profonde con la Cina e partecipa ai BRICS. Soprattutto, conserva una tradizione diplomatica fondata sulla ricerca dell’autonomia internazionale, che Lula ha reinterpretato attraverso il dialogo con il Sud globale e la difesa di un ordine multipolare.

Trump considera invece l’America Latina uno spazio strategico sul quale riaffermare la preminenza degli Stati Uniti. La pressione commerciale, il ricorso ai dazi, le minacce, la centralità attribuita alla sicurezza e il sostegno politico ai governi ideologicamente affini concorrono a delineare un disegno che richiama, pur in un contesto profondamente diverso, la vecchia logica della dottrina Monroe.

Elezioni in Brasile nel 2022. Una manifestazione a favoe di Bolsonaro davanti l’ambasciata brasiliana in Italia (Imagoeconomica, Giulia Parmigiani)

Non si tratta necessariamente di occupare territori, ma di restringere il margine di autonomia dei governi latinoamericani, subordinandone le scelte economiche e diplomatiche alle priorità di Washington. La rielezione di Lula colpisce questo disegno nel suo punto più delicato. Un Brasile guidato da Flávio Bolsonaro avrebbe potuto rafforzare il fronte continentale vicino a Trump e contribuire a ridimensionare l’influenza dei governi progressisti, invece la continuità della presidenza Lula mantiene aperta la possibilità di una politica estera latinoamericana non interamente condizionata dagli Stati Uniti.

(Imagoeconomica, Ricardo Stucheert)

Sarebbe però un errore interpretare il risultato come una rottura delle relazioni tra Brasilia e Washington. Lula non può permetterselo, né sembra volerlo. Il suo obiettivo è negoziare senza accettare una posizione subordinata, conservando rapporti con gli Stati Uniti, con la Cina e con altri interlocutori internazionali. È la differenza tra un’autonomia esercitata nelle contraddizioni del mondo contemporaneo e una sovranità ridotta a proclamazione ideologica. La sua vittoria offre uno spazio di manovra, non una garanzia di successo.

Il problema argentino

Milei e Bolsonaro (Imagoeconomica)

Se a Washington il risultato brasiliano impone una revisione dei calcoli, a Buenos Aires rappresenta una sconfitta politica per Javier Milei. Il presidente argentino ha costruito una parte rilevante della propria identità internazionale sull’alleanza con Trump e sull’opposizione ideologica alla sinistra latinoamericana, e il suo rapporto con Lula è segnato da una contrapposizione che ha frequentemente prevalso sulle esigenze della diplomazia. La nuova affermazione del presidente brasiliano rende questa posizione più difficile da sostenere. Brasile e Argentina non sono paesi che possano ignorarsi. Le loro economie sono legate da rapporti commerciali e industriali consolidati; il Mercosur costituisce un terreno decisivo per le rispettive strategie di inserimento internazionale. L’Argentina non può sostituire il Brasile con gli Stati Uniti, così come l’affinità politica con Trump non può cancellare la geografia economica del continente.

Milei in visita a Gerusalemme (Imagoeconomica)

Milei si trova davanti a un’alternativa. Può proseguire sulla strada dello scontro ideologico, accettando il rischio di un crescente isolamento nei principali organismi regionali, oppure riconoscere che la politica estera non può essere organizzata esclusivamente secondo le appartenenze ideologiche. Il problema riguarda la capacità dell’Argentina di difendere i propri interessi senza trasformare il rapporto con Washington nell’unico principio ordinatore della propria azione internazionale.

Lula partecipa a un’Assemblea Onu (Imagoeconomica)

Per Lula, al contrario, la relazione con Buenos Aires costituisce una prova della sua capacità di leadership. Se vuole rilanciare l’integrazione sudamericana, dovrà misurarsi anche con governi ostili, evitando che il confronto politico paralizzi le istituzioni regionali. La sua forza dipenderà dalla possibilità di costruire convergenze concrete, non soltanto dalla capacità di denunciare le contraddizioni degli avversari. Esiste, del resto, una differenza sostanziale tra i due progetti. Per Milei l’apertura internazionale tende a coincidere con la liberalizzazione economica e con l’allineamento agli Stati Uniti; per Lula l’integrazione regionale dovrebbe accrescere la capacità dei paesi sudamericani di negoziare con le grandi potenze, proteggere settori strategici e contrastare le disuguaglianze. Due visioni che investono il ruolo dello Stato, le politiche sociali e il significato stesso della sovranità nazionale.

Una possibilità per le sinistre sudamericane

Una immagine della mobilitazione popolare per Lula elettorale

La vittoria brasiliana assume un significato ancora più rilevante se osservata dal punto di vista delle sinistre latinoamericane, reduci da sconfitte, divisioni e difficoltà nel rinnovare il proprio rapporto con la società. Lula dimostra che l’avanzata delle estreme destre non è irresistibile, ma sarebbe una lettura consolatoria considerare la sua rielezione come l’annuncio automatico di una nuova stagione progressista.

Il continente è profondamente cambiato rispetto agli anni nei quali le presidenze di Lula, Hugo Chávez, Néstor Kirchner, Evo Morales e Rafael Correa sembravano annunciare una trasformazione duratura degli equilibri regionali. Quel ciclo trovava un terreno comune nella critica al neoliberismo, nell’espansione delle politiche sociali e nella ricerca di una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Oggi le condizioni sono diverse. Le economie presentano margini più ristretti, le società sono attraversate da nuove insicurezze e la destra radicale ha conquistato una capacità di mobilitazione che non può essere liquidata come semplice manipolazione. La questione della sicurezza, l’insoddisfazione per i servizi pubblici, la precarietà del lavoro, la percezione di un peggioramento delle condizioni di vita e la sfiducia nei partiti tradizionali hanno alimentato un cambiamento profondo. Le estreme destre hanno saputo trasformare queste paure in consenso politico, presentandosi come forze di rottura anche quando difendono interessi economici consolidati. Le sinistre, troppo spesso, hanno risposto richiamando i risultati del passato senza elaborare proposte capaci di affrontare le trasformazioni del presente.

Bolsonaro espone le sue stautette (Imagoeconomica)

La rimonta di Lula indica una possibilità diversa. La mobilitazione popolare, la ricostruzione delle alleanze e la capacità di parlare oltre il proprio elettorato tradizionale possono ancora modificare l’esito di una competizione apparentemente compromessa. Ma il risultato brasiliano contiene anche un avvertimento: quasi metà degli elettori ha scelto Bolsonaro. Non si tratta dunque soltanto di conquistare la maggioranza necessaria a vincere le elezioni, ma di ricostruire un rapporto di fiducia con settori sociali che non riconoscono più nella sinistra uno strumento di miglioramento delle proprie condizioni.

Josè Antonio Kast, presidente del Cile (Imagoeconomica, via UN Web Tv)

Il Cile rappresenta uno dei terreni sui quali questa sfida assumerà un significato particolare. L’arrivo alla presidenza di José Antonio Kast nel marzo 2026 ha segnato una pesante sconfitta per il campo progressista e per l’esperienza politica inaugurata da Gabriel Boric. In questo scenario, la figura di Michelle Bachelet conserva un rilievo che supera la sua storia personale: due volte presidente, interprete di una tradizione socialista e democratica, Bachelet potrebbe contribuire a favorire una nuova convergenza tra le diverse componenti della sinistra cilena. Non esiste, al momento, una sua candidatura presidenziale formalizzata per il prossimo appuntamento elettorale del 2029. La questione politica, tuttavia, è già aperta.

L’esperienza cilena dimostra che la difesa delle istituzioni democratiche, pur indispensabile, non è sufficiente a garantire il consenso. Occorre affrontare la domanda di protezione sociale e sicurezza, sottraendola al monopolio politico delle destre. In questa prospettiva, la permanenza di Lula alla guida del Brasile può rappresentare un riferimento e un sostegno diplomatico, ma non sostituire il lavoro di ricostruzione politica che ciascuna sinistra nazionale deve compiere.

La sconfitta che Bolsonaro non accetta

Brasilia. La scultura “La Giustizia” di Alfredo Ceschiatti davanti al palazzo della Corte Suprema

C’è infine un aspetto della consultazione brasiliana che non può essere considerato una semplice appendice della cronaca elettorale. Flávio Bolsonaro ha annunciato di non riconoscere la vittoria di Lula e di voler chiedere l’annullamento delle elezioni. La contestazione riguarda la decisione della Corte Suprema di prolungare di due ore le operazioni di voto, adottata per fronteggiare le difficoltà nei trasporti e le condizioni meteorologiche che avevano impedito o ostacolato l’accesso ai seggi. La decisione ha suscitato discussioni giuridiche e problemi organizzativi reali, che meritano di essere esaminati dalle istituzioni competenti, ma la richiesta di annullare l’intera consultazione non può essere confusa con il normale esercizio del diritto di ricorso, soprattutto quando viene accompagnata dal rifiuto preventivo di riconoscere una sconfitta certificata dall’autorità elettorale, con uno scarto superiore a quattro milioni di voti.

I manifestanti bolsonaristi invadono il Congresso nel 2023

Il problema è politico prima ancora che procedurale. Ancora una volta il bolsonarismo sembra disposto a riconoscere la legittimità delle elezioni soltanto a condizione di vincerle. È una concezione della democrazia nella quale il voto popolare rappresenta una fonte di legittimazione quando conferma le proprie aspettative, ma diventa sospetto quando le smentisce. Il precedente della presidenza di Jair Bolsonaro e l’assalto alle istituzioni brasiliane dell’8 gennaio 2023 rendono questo atteggiamento particolarmente grave, non perché ogni contestazione elettorale debba essere considerata un tentativo eversivo, ma perché il rifiuto sistematico della sconfitta può contribuire a delegittimare le istituzioni e a trasformare gli avversari politici in nemici da escludere dalla competizione democratica.

Una foto di Lula da giovane

È una dinamica che supera i confini brasiliani. Dall’esperienza statunitense di Trump a diversi movimenti della destra radicale, si è consolidata una pratica politica che utilizza gli strumenti della democrazia rappresentativa per conquistarne il governo, ma tende a contestarne l’autorità quando produce risultati sfavorevoli. Le regole diventano negoziabili, il voto una prova da accettare soltanto se coincide con la volontà del leader. La sinistra latinoamericana dispone nuovamente di un punto di riferimento capace di incidere sugli equilibri continentali. Lula ha riaperto la partita.

Andrea Mulas, storico, esprto di Latinoamerica e di testi constituzionali. autore di numerosi libri, ultimo in libreria per Com Nuovi Tempi è “Ottant’anni giovane. La nascita della Costituzione italiana. Raccolta di testi dei padri e delle madri costituenti”