La Carta delle Nazioni Unite è stata firmata il 26 giugno 1945 a San Francisco ed è entrata in vigore il 24 ottobre 1945
art. 1 comma 2
Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul
rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti
e dell’Autodeterminazione dei popoli, e prendere
altre misure atte a rafforzare la pace universale.
art. 2 comma 4
I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali
dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale
o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra
materia incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

Oggi si discute molto dell’intangibilità, indivisibilità e inviolabilità, dei confini di uno Stato, della sua sovranità e autonomia politica e del grave vulnus che si consumerebbe qualora ci fosse un intervento di natura militare finalizzato a modificare con la forza gli equilibri esistenti. Rimane un po’ nell’ombra l’altra questione: il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Questioni non semplici: se si seguissero senza regole internazionali condivise le sirene etniche o i nazionalismi ottusi si produrrebbe un disastro immane. Ma come far fronte ai problemi relativi ai conflitti che sorgono non è di facile soluzione. Un intervento di natura militare per modificare i confini violerebbe i principi della Carta delle Nazioni Unite, che è stata sottoscritta praticamente da tutti gli Stati membri dell’Onu, a partire da quelli principali, che hanno vinto la Seconda guerra mondiale, che sono stati i fondatori dell’Onu e che detengono anche il diritto di veto. Ma anche il nodo non risolto dell’autodeterminazione dei popoli, che è nella Carta, pone seri problemi.

A considerare un vulnus l’intervento di forza, tramite l’azione militare o la minaccia o altra forma di pressione illecita, furono anche molti governi di piccoli Stati con problemi non risolti riguardanti le nazionalità presenti al loro interno. Tutti cercavano la stabilità dopo una guerra lunga e drammatica. E anche Stati usciti sconfitti dalla Seconda guerra mondiale, ma in qualche modo accettati con una posizione di riguardo dai vincitori, come è stato per l’Italia grazie al sacrificio delle forze partigiane e antifasciste che contribuirono alla sconfitta del nazifascismo, hanno sostenuto la posizione dell’immodificabilità dei confini.

Per l’Italia si trattò di conservare il possibile, nella consapevolezza che a est, in particolare, dei territori sarebbero stati inevitabilmente perduti a favore della Federazione jugoslava, che si collocava tra i vincitori della guerra. Questo non fu possibile per Germania e Giappone. Le principali potenze si apprestavano a controllare il mondo post guerra e a dividersi il potere e le zone di influenza, ma anche gli Stati più piccoli avevano i loro interessi da tutelare. Spingevano invece con forza per modificate i vecchi assetti quei Paesi che ancora subivano un colonialismo ormai in crisi. Una crisi alimentata, per ragioni diverse, sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Sovietica, che avevano obiettivi diversi da quelli del vecchio colonialismo, e erano decisi a imporre una loro nuova forma di supremazia.

In questo contesto noi italiani riuscimmo ad eludere alcuni pesanti rivendicazioni francesi ad ovest, ma non tutte le rivendicazioni della Jugoslavia ad est. La Jugoslavia prese possesso di ampi territori che in precedenza erano dello Stato italiano o occupati dal regime fascista. Persino Trieste, che era rivendicata dalla Jugoslavia, rimase in sospeso come protettorato anglo-americano per diversi anni prima di ritornare all’Italia. La Jugoslavia sedeva di diritto tra i vincitori ed aveva un potere contrattuale che gli sconfitti non possedevano. Oltretutto la posizione di Tito, promotore dell’organizzazione dei “Paesi non Allineati” e in contrasto con l’Urss di Stalin, non era sgradita agli angloamericani. La Francia, guidata dal generale De Gaulle, avanzò richieste non da poco come risarcimento dell’aggressione fascista del 1940: la Valle d’Aosta, parti non irrilevanti delle province di Torino e di Cuneo e le zone di Imperia e Ventimiglia in Liguria. I francesi entrarono anche militarmente in alcune zone del territorio italiano col chiaro intento di annetterle.
Furono gli angloamericani, Truman in particolare, e anche il movimento partigiano italiano, il CLN, che si opposero all’intervento militare francese. Gli angloamericani non volevano indebolire la nascente Repubblica e dissuasero i francesi dall’insistere. Alla fine l’Italia rinunciò soltanto a territori limitati, circa 709 kmq, a favore dei francesi. Riuscimmo invece a mantenere il possesso dell’Alto Adige, che era geograficamente, linguisticamente e storicamente austriaco. Ci riuscimmo dopo lunghi scontri con una popolazione che non accettava l’appartenenza all’Italia e che fu possibile convincere solo offrendo un serio progetto di autonomia che passò in un clima di tensione e con una maggioranza risicata all’interno della Svp (Sudtiroler Volkspartei). Vi fu un’opposizione filo austriaca che usò anche l’arma del terrorismo per far valere le proprie ragioni.

Questo fu il caos postbellico, non solo in Italia, ma anche in molte altre realtà europee e asiatiche. Districarlo non fu semplice anche perché tra i principali protagonisti della vittoria ormai non c’era più la stessa intesa instauratasi durante il conflitto. Si stava entrando in quella che è stata chiamata Guerra fredda. L’armonia, che già scricchiolava verso la fine della guerra, finì ufficialmente con il discorso di Winston Churchill a Fulton (Usa) il 5 marzo 1946. La Carta delle Nazioni Unite risale al 1945, in una fase in cui i vecchi accordi del periodo bellico ancora tenevano. Se fosse stata definita in seguito sarebbero sorti certamente diversi problemi.
Ma veniamo alla Carta e alle sue contraddizioni. La Carta delle Nazioni Unite, che è molto esplicita sull’inviolabilità dei confini e sulla sovranità garantite a ogni Stato, non lo è altrettanto sulle questioni dell’autonomia e dell’indipendenza rivendicate da popoli di territori interni ad uno Stato. Tali popolazioni sembrerebbero non avere il diritto di scindersi, anche se ci sono articoli della Carta che sembrano alludere a tale possibilità.

L’Onu era appena nata ma a contare, fin da subito, furono le grandi potenze, soprattutto le due principali, e quindi l’interpretazione di ciò che prevede la Carta era aleatoria, nei fatti subordinata ai diversi, e spesso conflittuali, interessi postbellici. Si era inoltre entrati nella fase terminale del vecchio colonialismo, che coinvolgeva in particolare la Gran Bretagna e la Francia, spesso restie a cedere i territori considerati loro possedimenti, in opposizione ai movimenti che intendevano liberarsi dal vecchio e consunto giogo coloniale per costruire una propria identità nazionale e un proprio Stato indipendente. Anche Paesi di enormi dimensioni come l’India o alcuni Paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente furono protagonisti di questo scontro tra vecchio e nuovo.

Oggi, dopo l’intervento militare della Russia in Ucraina, ma anche a seguito delle scorribande militari di Israele sia in Palestina che in Medio Oriente, questa materia, immutabilità dei confini e autodeterminazione dei popoli, è ritornata prepotentemente all’ordine del giorno ed è molto discussa, con interpretazioni delle parti in conflitto sicuramente non coincidenti. L’intervento russo ha provocato conseguenze economiche e politiche, sanzioni, corsa sfrenata agli armamenti, annunci di una guerra mondiale prossima ventura, non più soltanto quella a pezzi indicata da Papa Francesco. Il ricorso alle armi nucleari viene da più parti evocato come minaccia in modo del tutto irresponsabile da classi dirigenti tra le peggiori mai viste. Anche la crisi energetica è conseguenza di questo scontro.

Giornalisti e politici di poca memoria e di scarsa cultura ne parlano come se fosse la prima volta che uno Stato viene invaso da potenze straniere, come se la Carta delle Nazioni Unite non fosse stata e non fosse ripetutamente violata. Ricordiamo che la Carta non proibisce solo l’intervento armato, ma anche forme di minaccia che possano favorire sia il rovesciamento del potere costituito, sia lo smembramento di uno Stato. Eppure ciò è accaduto e accade spesso e non solo con le guerre di Israele o della Russia: pensiamo alle minacce e alle regie esterne che hanno portato ai tanti golpe in America Latina o al rovesciamento in Egitto del governo dei Fratelli Musulmani, che possono anche non piacerci, ma che avevano vinto legittimamente le elezioni.

Potremmo fare mille esempi di aggressione a Stati sovrani (Iraq, Libia, Siria) o di interventi diretti e indiretti degli Stati Uniti in Centro e Sud America o, sempre degli Usa con i loro alleati, in Jugoslavia, Serbia, Kossovo. In questi ultimi casi gli interventi furono sollecitati irresponsabilmente da molti Stati europei. Quasi sempre, nella destabilizzazione degli assetti di molti Paesi in violazione della Carta delle Nazioni Unite, i principali protagonisti sono stati gli Usa. E si potrebbe continuare. Naturalmente, chi interviene militarmente ha sempre pronta, per il pubblico credulone, che va sistematicamente ingannato con l’aiuto di una stampa funzionale al potere, una “validissima” giustificazione per dire che l’intervento consolida libertà e diritti e non viola nessun principio dell’Onu.
Ma parliamo di una guerra che si consuma sotto i nostri occhi contestualmente a quella Ucraina: la guerra di Israele contro i palestinesi, contro il Libano, la Siria e ora anche contro l’Iran.

A onor del vero, anche se non è ancora e in realtà non è mai stata di fatto uno Stato, la Palestina, sottoposta a continui smembramenti da parte di Israele, è stata dichiarata Stato con confini stabiliti dall’Onu. Questi confini sono sempre stati variabili fin dal 1948, a seconda di come procedevano gli scontri con le forze di liberazione palestinesi e prima ancora con le guerre arabo-israeliane. Questo accadeva quando ancora i principali Paesi arabi, liberatisi dal colonialismo, avevano forte la coscienza di dover tutelare i loro fratelli palestinesi. Ma non ci sono più i Nasser o i Boumédiène, e ora la posizione araba verso i palestinesi è molto più tiepida.

Questa situazione e i conseguenti conflitti ormai durano da quasi ottant’anni e anche oltre considerando ciò che accadde dopo la caduta dell’impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale. Oggi c’è infatti una Autorità Nazionale Palestinese riconosciuta sia dall’Onu che da molti singoli Stati, la maggioranza degli Stati dell’Onu. Questo dà all’Autorità Nazionale Palestinese lo status di uno Stato con molti poteri riconosciuti dall’Onu, ma non le dà il diritto di voto in Assemblea. Su questo c’è il veto statunitense.

Lo Stato palestinese, anche se definito dall’Onu, è sempre stato una sorta di miraggio, una bella promessa, ma anche una delle tante fandonie che i potenti si raccontano per mettersi a posto la coscienza e cercare di tenere a bada una popolazione che spesso è vista come un fastidioso impiccio dagli Stati che contano, compresi gli attuali Stati arabi. Dobbiamo constatare che nessuno ha mai cercato seriamente di trovare una soluzione stabile e duratura al problema. Sembrò che il miraggio potesse diventare realtà con Arafat e Rabin, che però furono entrambi messi a tacere. Il suprematismo Occidentale ignora le violazioni che gli fanno comodo, e condanna, invocando la Carta, soltanto la Russia o altre realtà che considera avverse. Per Israele non va oltre qualche rimbrotto. Le limitazioni alle importazioni dei prodotti dei coloni israeliani sono meglio di niente, ma non si va oltre, tacendo sul fatto che i coloni sono protetti dal governo Netanyahu.

E per giustificare i timidi provvedimenti nei confronti di Israele, non si tiri sempre in ballo il 7 ottobre e l’orrenda strage fatta da Hamas, creatura peraltro favorita da Israele in funzione anti Arafat e anti Olp (come a volte avviene, il cane ha morso la mano di chi lo ha alimentato per i propri scopi. Basti pensare a Bin Laden in Afghanistan). Se poi risultasse vero che Netanyahu era informato dell’attacco di Hamas, come sostengono fonti credibili, allora la vergogna cadrebbe tutta sul governo sionista.

I palestinesi hanno subito e ancora subiscono tanti 7 ottobre e anche di peggio, sia a Gaza che in Cisgiordania. Forse a pesare è la coscienza sporca di quanti all’Onu, nel 1947, decisero di scaricare sul mondo arabo e sulla terra abitata dagli arabo-palestinesi la tragedia subita dal popolo ebraico. Ricordiamo che i due proponenti principali furono l’Unione Sovietica di Stalin e gli Stati Uniti di Truman. Gli inglesi, che dopo la fine del dominio ottomano ebbero il controllo di quelle terre, se all’inizio favorirono le migrazioni di popolazioni ebraiche, poi pensarono che sarebbe stato meglio bloccarle e non condivisero, ma subirono le decisioni di Stati Uniti e Unione Sovietica che per motivi diversi sostennero la nascita di Israele in quelle terre.
Ci furono anche gruppi di ebrei, il futuro primo ministro Begin ad esempio, che diventarono terroristi contro gli inglesi che contrastavano la formazione dello Stato sionista. Se non ci fosse stato il sostegno di Unione Sovietica e Stati Uniti, che determinarono la decisione dell’Onu, molto difficilmente il sogno sionista si sarebbe potuto realizzare. Certo sarebbe stato un fatto di grande valore universale se le convergenze tra Rabin e Arafat avessero permesso di avviare un percorso di convivenza e di pace. Ma c’è stato chi lo ha impedito. E ora la questione rischia di essere talmente incancrenita da non avere soluzione. Ormai si prospettano decenni e decenni ancora di conflitti inzuppati nel terrorismo. Fenomeno inevitabile in quella situazione.

Tornando a Russia e Ucraina. Anche gli ultimi tentativi di disinnescare il conflitto da parte degli Stati Uniti sembra non abbiano portato a risultati concreti. Potremmo assistere a qualche tregua, vedere una qualche disponibilità a trattare da parte di Putin per fare un favore a Trump, impegnato nelle elezioni di Medio Termine, ma poco di più. Gli Usa si dichiarano ottimisti. Staremo a vedere, anche se sembra certo che la guerra continuerà nei prossimi mesi. L’Europa invece non fa che parlare di armi e di guerre future, aprendo autostrade ai partiti di estrema destra come si è visto in Sassonia-Anhalt. È indubbia la responsabilità dell’Amministrazione Merz, che promuove una corsa sconsiderata agli armamenti mentre le fabbriche chiudono. Merz sostenuto da una ormai logora socialdemocrazia. Purtroppo questa sciagurata politica bellicista è praticata anche dalla Commissione Ue e da molti Stati europei.

Credo che l’intervento militare della Russia in Ucraina sia stato e sia da considerare tuttora un fatto grave, che va condannato. Altri sono i modi per far valere, sempre che ci siano, le proprie ragioni. E delle ragioni c’erano. Prima tra tutte l’impegno, anche se non scritto, assunto con Gorbaciov in cambio del ritiro sovietico dalla Germania Orientale, a non estendere la presenza della Nato oltre la Germania. Impegno violato dai governi americani, uno più bugiardo dell’altro. Anche dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, il 1° luglio 1991, la Nato ha continuato ad armarsi e ad espandersi, dimostrando di non essere affatto un’alleanza difensiva.

E ci fu, dopo i fatti di Maidan del 2014, la possibilità da parte russa di non prepararsi alla guerra come unica possibilità, cercando invece una soluzione equilibrata e pacifica. In Germania c’era Merkel e non Merz, in Francia c’erano i socialisti: tutti contrari, anche se con grande cautela per non irritare il padrone d’oltreoceano, alle scelte dell’amministrazione Obama tese a proseguire l’espansione a est della Nato. Il premio Nobel per la pace, Obama, a parole sembra sempre cercare il dialogo, ma nei fatti ha continuato la solita politica imperialista degli Stati Uniti. Questa politica bellicista non poteva che essere vista come una provocazione dalla Russia. Ricordiamo le frasi sprezzanti di Victoria Nuland contro i leader Ue contrari alla politica americana sull’Ucraina. I conflitti e le contraddizioni aperte in Ucraina sono di natura etnica, linguistica, religiosa. È difficile far convivere popolazioni che provengono da storie diverse e spesso sono state sobillate dalle contrapposte fazioni e messe una contro l’altra.

Ma ricordiamo però che le guerre si provocano anche con atti che innescano tensioni di diverso tipo, e tensioni intorno alle vicende ucraine ne abbiamo constatate fin troppe, spesso in violazione della Carta delle Nazioni Unite. In questo gli Stati Uniti di Obama, di Biden e di Clinton e le forze più reazionarie dell’Ucraina sono stati sempre in prima fila. E anche i russi non si sono tirati indietro. Trump è stato ed è tuttora più interessato agli affari e ai vantaggi che può ricavare da questi conflitti, che a volte cerca di fermare anche se senza risultati, e a volte infiamma come in Iran.
L’espansione della Nato a est, disattendendo gli impegni assunti con Gorbaciov, è stata una provocazione scatenante. E tutto ciò che è seguito ha portato alla situazione odierna.

È dal 2014 in poi che, coperti dagli Stati Uniti, i governi ucraini, sia con il golpe di Maidan, che con l’appoggio dato agli squadristi fascistoidi di Azov affinché intervenissero militarmente nel Donbass, alimentano tensioni e scontri. Anche le forze governative, unitamente ai fascisti di Azov, sono intervenute con violenza nel Donbass, a Odessa e altrove per reprimere, compiendo dei veri e propri eccidi. Certamente la Russia di Putin ha i tratti di un’autocrazia, pratica una politica torbida, è indifferente e spregiudicata sulla natura delle proprie alleanze, ma far passare l’Ucraina come una culla della democrazia richiede un grosso sforzo di fantasia. Recentemente il governo di Zelensky ha proclamato eroi i gruppi di militari ucraini che nella seconda guerra mondiale hanno, collaborando con i nazisti, trucidato migliaia di soldati polacchi. Questo ha fatto infuriare la Polonia. E ricordiamo che nel 2010 il massimo “eroe nazionale” ucraino è diventato Stepan Bandera, uno che era più nazista dei nazisti. Nel 2011, per le forti proteste interne ed internazionali, dovettero ritirargli lo status di eroe nazionale.

Questo stato di cose ha ulteriormente alimentato, dopo il golpe di Maidan, le tensioni con le popolazioni russe e russofone che decisero di dichiararsi indipendenti. Tutto ciò ha finito per far scoppiare la guerra e il massacro di popolazioni che continua da una parte e dall’altra. Naturalmente Putin ha pensato solo a soluzioni di forza e non alla trattativa e alla diplomazia. Ma nemmeno le altre parti in causa hanno seriamente cercato soluzioni diverse. Solo inizialmente da parte di Merkel e di altri ci fu un debole afflato a favore della trattativa. La Turchia, le va riconosciuto, ha intrapreso molti tentativi di mediazione. Anche Macron si era inizialmente mosso perché fossero accolti gli accordi di Minsk, ma inglesi e americani hanno fatto di tutto per far fallire ogni mediazione. Oggi purtroppo per l’Europa sono in campo i cosiddetti “volenterosi”, che peggiorano e intorbidiscono un quadro già grave.

Nel primo periodo dopo i fatti di Maidan le posizioni della Ue erano, come si è detto, più aperte al dialogo. Oggi no, sia per responsabilità Occidentale che per colpa dei russi e degli stessi governanti ucraini. Tutti hanno disimparato il linguaggio della trattativa e della diplomazia: conoscono solo l’efficacia dei droni e delle altre armi di distruzione e di morte. Tutti dovrebbero andare in Vaticano ad apprendere l’arte del dialogo e del compromesso. I Papi, da Francesco a Leone, sono tra i più fermi sostenitori del dialogo, del disarmo e della pace.
Ora la situazione si è un ulteriormente ingarbugliata, con gli Stati Uniti che hanno scaricato sull’Europa la responsabilità di continuare la guerra e di sostenerne i costi. I soldi per le armi però li mette l’Europa e li incassa Trump. Di trattative, di diplomazia e di seri propositi di porre fine al conflitto nemmeno l’ombra, solo tentativi deboli e non risolutivi, come quello recente degli Usa.

Questo riporta al problema più generale posto all’inizio: l’Onu nel 1945 ha affrontato con lungimiranza la questione dell’intangibilità dei confini degli Stati e quello dell’autodeterminazione dei popoli? Quello dell’intangibilità dei confini di uno Stato certamente sì, anche se questo principio però, come si è visto, è stato ripetutamente violato e non solo dai russi. Sul come queste due questioni sono state affrontate si può essere in accordo o in disaccordo, ma il fatto è che generano contrasti tutt’oggi. Certamente il principio dell’autodeterminazione dei popoli è tuttora nel limbo. È questa una contraddizione aperta. All’interno di uno Stato ci possono essere più nazionalità, diverse etnie che, per ragioni diverse, non riuscendo a convivere, ritengono di avere il diritto di separarsi. Non si tratta qui di giudicare se ciò è giusto o sbagliato. Unità e convergenza, se possibili, sarebbero sempre la scelta migliore, ma purtroppo è successo spesso che non ci fossero le condizioni per stare insieme. Pensiamo alla questione indiana dopo la fine dell’impero coloniale britannico. India e Pakistan e successivamente il Bangladesh si sono separati con motivazioni prevalentemente religiose e con conflitti feroci non del tutto sopiti.

La Carta del 1945 affronta la questione dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli in maniera confusa, contraddittoria e limitata. Nella pratica lascia che accada quel che accade e poi, a fatti avvenuti, lascia libero ogni schieramento di spargere la propria “verità”. Sono stati tutelati tramite l’Amministrazione Fiduciaria, anche giustamente, i Paesi usciti dal dominio coloniale e che cercavano l’indipendenza. Si prevede nella Carta il diritto all’autonomia per quelle realtà che hanno specificità di varia natura (lingua, religione o altro) non risolte, ma sull’indipendenza che può essere rivendicata quando le nazionalità di uno Stato non riescono a convivere, la Carta rimane confusa e latitante. E il testo risulta diversamente interpretabile. La questione dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli nella Carta è accennata in modo confuso e poco risolutivo negli articoli 1, 55 e 76, ma come si possa concretizzare l’indipendenza non è detto. C’è un accenno all’autonomia, ma all’interno di uno Stato sovrano.

Molte potenze militari, non solo la Russia, come si è detto, hanno nel tempo, non solo dopo l’adozione della Carta delle Nazioni Unite, violato il principio dell’intangibilità degli Stati. Si potrebbe fare un trattato solo sulle violazioni effettuate dagli Stati Uniti. È dai tempi dell’enunciazione della dottrina Monroe, nel 1823, che gli Usa intervengono su quello che considerano “il cortile di casa”. Ora, tra le altre cose, vorrebbero annettersi anche il Canada, mica bruscolini. E naturalmente la Groenlandia. Fanno gola i giacimenti di risorse energetiche che ci sono ora che i ghiacci si stanno sciogliendo. E poi c’è la rotta polare che non può essere lasciata al monopolio russo. Nel passato lontano, tra le varie sortite nel cortile di casa andrebbe ricordato che gli Usa provocarono, nel novembre 1903, la separazione di Panama dalla Colombia, perché volevano avere il controllo sul canale che avrebbe unito i due oceani, i cui lavori iniziarono subito dopo la separazione, nel 1904. Ricordiamo la guerra di Corea, conseguenza della spaccatura in due della penisola dopo la Seconda guerra mondiale. Venendo a tempi più vicini, ricordiamo il Vietnam: i francesi, prima di essere stati costretti ad andarsene, favorirono nel 1954 alla Conferenza di Parigi sull’Indocina, la divisione in due del Paese. Poi gli americani, subentrati, tentarono di consolidare la separazione. Solo la sconfitta li dissuase.

E poi ci sono le vicende che hanno portato alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. E non si venga a dire che in fondo la Jugoslavia era composta da più Repubbliche. Certo, ma erano legate in un unico Stato. E più degli altri, insieme alla Germania di Helmut Kohl, ad alimentare le differenze di interessi che aprirono la strada al disastro e a terribili eccidi furono gli Stati Uniti. Ma insieme a Stati Uniti e Germania, molti in Europa fecero di tutto per distruggere lo Stato federale jugoslavo, sollecitando gli appetiti nazionalisti. Anche il governo italiano di centro-sinistra ci mise del suo in negativo. La separazione dalla Serbia del Kossovo è stata un’altra violazione dell’intangibilità dei confini di uno Stato.
Gli Stati Uniti sono un Paese di smemorati: non ricordano che repressero con la forza chi voleva separarsi nella guerra di secessione intrapresa dagli Stati del Sud nel 1861. Si contano dunque a decine, lontani e recenti, gli interventi tesi a rovesciare governi non graditi alle grandi potenze, che pure godono di condizioni privilegiate, di potere, all’interno dell’Onu. In questo inizio di terzo millennio c’è stato il secondo intervento americano in Iraq, poi l’intervento in Libia, provocato da Francia e Gran Bretagna, seguite (non mancano mai) dagli Stati Uniti a presidenza Obama. Anche l’Italia si unì senza troppo entusiasmo alla liquidazione di Gheddafi. Ricordiamo, oltre all’Iraq, la Siria. Nel groviglio mediorientale si perde il conto degli interventi esterni finalizzati o a cambiare governi o a spezzare i Paesi. Pensiamo a quante realtà che si ritengono Stato legittimo ci sono oggi in Libia. E poi pensiamo all’Africa, al suo caos di etnie e di confini tracciati col righello a suo tempo dalla Gran Bretagna o dalla Francia. Confini tracciati dagli ex occupanti e che sono stati e saranno elementi di conflitti continui.

Poi ci sono realtà dove i conflitti e le spinte separatiste sono sopite, ma non scomparse. L’Irlanda del Nord, la Catalogna e i Paesi Baschi hanno avuto delle condizioni di autonomia che hanno sopito, non annullato, le volontà secessioniste (sull’Irlanda ci ha messo lo zampino Trump, facendo infuriare gli inglesi). È stato possibile in Spagna grazie a governi socialisti che ebbero illuminazioni simili a quelle che noi avemmo con l’Alto Adige. Ma con le destre ottuse che premono, un giorno tutto potrebbe essere rimesso in discussione con esiti catastrofici, anche col risorgere del terrorismo. Ed è sempre aperta la questione Taiwan, anche se i cinesi ragionano in termini di decenni, se non di secoli. Quando fu chiesto a Chou En Lai cosa pensasse sulla Rivoluzione Francese, rispose che era ancora troppo presto per esprimere un giudizio compiuto. Sono riemerse persino le questioni delle quattro isole giapponesi dell’arcipelago delle Curili acquisite dai russi alla fine della guerra, su cui i giapponesi non hanno mai smesso di rivendicare la sovranità perduta. Ma altre questioni in Asia sono ancora ben lontane dall’essere risolte, soprattutto quelle tra India e Pakistan. Pensiamo al Kashmir conteso tra India e Pakistan, con il coinvolgimento, con proprie rivendicazioni, anche della Cina. E, anche se oggi con sembrano più esserci elementi di conflitto, non dimentichiamo il tema dell’appartenenza del Tibet: è della Cina o ha diritto all’indipendenza?
Si dovrebbe avere la consapevolezza che queste divisioni, questi contrasti a volte violenti, non sono soltanto l’esito delle guerre del Novecento, ma vengono da più lontano. Quello che è considerato il primo Stato ad entrare nella modernità, la più longeva democrazia moderna, la Gran Bretagna, ha tuttora aperte le questioni delle sue nazionalità. La Scozia, e non solo tiene, sempre accesa la fiammella della separazione e dell’indipendenza (non basta quindi l’autonomia). Ora, se persino in Gran Bretagna le questioni delle nazionalità non sono mai state messe definitivamente alle spalle e consegnate alla storia, ciò sta a significare che i problemi hanno una radice profonda. Servirebbe un Onu con l’autorevolezza per poterle governare e risolvere.

L’unico Paese che si è separato consensualmente senza grandi drammi credo sia stato la Cecoslovacchia, che ha dato vita alla Cechia e alla Slovacchia nel 1993. Risalendo nel tempo ci furono la Svezia e la Norvegia, unite in un’unica monarchia, che si separarono consensualmente nel 1905. Anche Serbia e Montenegro si separarono con un referendum nel 2006 e Singapore e Malaysia nel 1965. Negli ultimi due casi ci furono non poche tensioni. Poi ci sono i piccoli rigurgiti di presunto indipendentismo come quelli, ormai estinti, della Lega e Liga in Nord Italia, nella favoleggiata quanto inesistente Padania.

Le questioni aperte sono tantissime. La Carta del 1945 ha cercato di chiudere il cerchio sulla base degli equilibri sortiti dalla guerra. Ma le contraddizioni rimasero e per certi versi il tempo le ha esasperate. Certamente oggi l’Onu non ha né la forza né l’autorevolezza per porre rimedio alle tante questioni rimaste aperte. Ma l’equilibrio seguito alla Seconda guerra mondiale col tempo si è logorato, per non dire consumato. Rispetto ad allora sono entrati in campo, con un ruolo che allora non potevano avere, Paesi come la Cina e l’India. Le due potenze principali della seconda guerra mondiale vedono con gli anni scricchiolare il ruolo che le rese protagoniste assolute nella lunga guerra fredda che seguì il conflitto mondiale. L’Unione Europea cerca di darsi un volto unitario per contare nel contesto internazionale, ma prevalgono i nazionalismi e l’incapacità di darsi una politica estera comune. E non parliamo della Gran Bretagna, con i piedi divaricati tra le due sponde dell’oceano. Ora riemerge persino il ritornato appetito dell’Argentina con la motosega di Milei che ripropone la questione sulla sovranità delle Falkland o Malvine. Pare non sia bastata una guerra. E oltretutto senza la “mano de dios” di Maradona.

Ci sono Paesi, come l’Italia, che hanno in Costituzione l’indivisibilità dello Stato. La nostra Carta la prevede all’articolo 5, nei Principi Fondamentali. Potremmo chiederci se sia giusto. La norma fu decisa in un tempo in cui i pericoli di smembramento della Repubblica erano reali: in Alto Adige, ma anche in Sicilia, c’erano forti pulsioni separatiste. E il separatismo ha sempre covato in Sardegna. Avevamo ancora aperte questioni con la Jugoslavia, il confine orientale non era stabilizzato. Fu giusto quindi introdurre la norma tesa a dare una fisionomia alla nascente Repubblica. Oggi direi che l’unità del Paese sarebbe meglio conservarla e irrobustirla con la persuasione, l’adesione convinta dei cittadini, anziché con un’imposizione. L’articolo 5 indica come essenziale anche la promozione delle autonomie locali. Ma su questo si è fatto poco e male.

Con l’Alto Adige siamo riusciti a risolvere un conflitto che ormai è lontano. Del resto non è facile che ti venga concessa un’autonomia estesa come quella altoatesina, garantita peraltro da due Stati: Italia e Austria. L’Italia propose la stessa soluzione anche per risolvere le questioni ucraine e il conflitto nel Donbass. A proporla, gli va riconosciuto, fu il primo ministro del tempo (2014/15), Matteo Renzi. Ma in Europa e nella Nato trovò soltanto sordi e ciechi. I problemi emergono e continueranno ad emergere. L’Onu dovrebbe dare delle risposte ai quesiti che rimangono aperti. Ma l’Onu è solo una grande idea, con poteri e forza per imporsi tendenti a zero. Lo si voglia o no a decidere sono sempre le potenze che hanno il diritto di veto e poche altre, che rimarrebbero decisive per la loro forza anche se non avessero più il diritto di veto.
L’Occidente, la vecchia alleanza guidata dagli Stati Uniti, non ha più né la forza politica attrattiva di un tempo, né la supremazia economica e militare. Alleanze come i Brics si affacciano e fanno proseliti. Servirebbero intese e convergenze che non si trovano e non si troveranno se da parte Occidentale non si comprenderà che è finito il tempo che tutti si inchinavano alla supremazia Usa. La Carta delle Nazioni Unite andrebbe rinverdita rispetto a queste problematiche. Altri documenti meno conosciuti seguirono la Carta delle Nazioni Unite. La Carta di Algeri, ad esempio, che ebbe Lelio Basso tra i promotori. O altri documenti proposti da intellettuali che si ponevano la questione sia delle libertà che dell’autodeterminazione dei popoli. Nulla però che abbia inciso. La Carta delle Nazioni Unite del 1945 rimane ancora l’atto con cui occorre misurarsi.
La domanda quindi resta. Possiamo fare gli struzzi ed eluderla, ma resta. È una domanda che richiederebbe una risposta complicata, scabrosa, difficile: popoli omogenei per territorio, lingua e religione hanno diritto ad autodeterminarsi se non riescono, per responsabilità loro o di altri, a convivere in armonia nello Stato in cui vivono? Certo sarebbe meglio andare oltre lo Stato e l’idea di Patria optando per una soluzione internazionalista. “La nostra patria è il mondo intero” cantavano i vecchi socialisti. Ora però il socialismo europeo è afono. Ma se la patria unica e internazionale non è ora possibile, servirebbe almeno individuare percorsi transitori per evitare guerre e orrori legati ai contrasti economici, etnici o religiosi. Solo un atteggiamento passivo o un’ottusità codarda e semplicistica può opporsi a questa prospettiva.
Giuliano Varnier, presidente provinciale ANPI Treviso
Pubblicato sabato 24 Ottobre 2026
Stampato il 23/10/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/la-carta-delle-nazioni-unite-ha-81-anni-nellera-trump-il-compleanno-piu-difficile/



