
La guerra che verrà
Non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.
Bertold Brecht

Ormai la guerra della propaganda e quella delle armi sono la stessa cosa. Si intrecciano, si fondono e fanno un tutt’uno. Guerra e politica, politica, guerra e propaganda sono la stessa cosa, una è la continuazione dell’altra ribadirebbe Carl von Clausewitz.

Sembra che le classi dirigenti attuali in tutto il mondo, le più squalificate e screditate da decenni, non conoscano altro modo per sopravvivere e perpetuare un potere insano ingannando i cittadini. Pochi sono i gruppi dirigenti sia degli Stati sia dei partiti che si distinguono per equilibrio e per rifiutare come inevitabile la logica delle armi, della guerra e naturalmente di una propaganda finalizzata soltanto allo scontro e intrisa di bugie.

C’è in Europa la Spagna di Sanchez che si distingue, ma trova nemici nelle destre dedite allo sciacallaggio come si è visto nella recente vicenda dell’enclave di Ceuta in Marocco; ci sono diverse associazioni e movimenti, laici e cattolici, pensiamo a Pax Christi, a Beati i Costruttori di Pace o alle posizioni del Papa e di molti prelati; poi Rete italiana Pace e Disarmo, Movimento Nonviolento, e altri. Ci sono qualificate minoranze negli Stati Uniti ma non certo la maggioranza del Partito Democratico.

Ci sono alcuni Paesi asiatici e sudamericani, in primis il Brasile. C’è il Canada e a modo suo anche la Cina. Non pochi se volete. Ma è vasto il deserto arido di chi sa parlare solo il linguaggio delle armi. Dalla Russia di Putin all’America di Trump e, diciamolo senza timori di smentita, anche dai gruppi dirigenti ucraini si sente solo parlare di armi. Il presidente Zelensky sembra un rappresentante di commercio alla ricerca di commesse militari e di rifornimenti di armi.

Intanto, tra una guerra e l’altra, il criminale gruppo dirigente israeliano sta massacrando un intero popolo. E non ci si nasconda sempre dietro l’inaccettabile tragedia del 7 ottobre, che va condannata senza alcun indugio. Sono più di ottant’anni che il popolo palestinese subisce un’aggressione costante e viene espropriato della propria terra e del diritto a esistere.
La recente guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, con le conseguenze economiche gravi per mezzo mondo, sono l’esempio più evidente del disprezzo che le grandi potenze hanno per i principi della Carta dell’ONU. Carta che è sistematicamente violata dalle grandi potenze. Per l’intervento in Iran non solo non c’è stato il consenso dell’ONU, ma Trump ha scatenato il conflitto non avvisando gli alleati europei e non tenendo in alcuna considerazione il loro parere e i loro interessi.
E sembra miserevole la giustificazione che danno le destre, sostenendo che in fondo gli USA sono una democrazia e combattono un regime autoritario e dittatoriale come quello degli Ayatollah. A parte che sulla democrazia americana ci sarebbe molto da discutere, ma ora l’attacco all’Iran vede con gli USA, oltre a Israele, anche la più grande “democrazia” del Golfo, l’Arabia Saudita. Paese che solo se ti permetti di criticarlo e poi, per qualche ragione, devi recarti in una loro ambasciata, hai una grande probabilità di uscirne in scatola, tipo Simmenthal.

Di pace e di trattativa gran parte dell’Occidente a guida americana parla solo come risultante di una eventuale sconfitta del nemico russo. E stendiamo un velo pietoso sulle socialdemocrazie europee, ormai lontane da quelle di Willy Brandt o di Olaf Palme. Lo stesso si può dire dei partiti della sinistra. Berlinguer viene agitato da alcuni per coprire le inammissibili incapacità di parlare il linguaggio del confronto, della trattativa, della diplomazia, della pace. Gli Stati, o meglio i governi, pensano che l’industria delle armi sia la principale fonte per creare lavoro e benessere. Per far accettare questa idea scellerata si agita lo spettro della sicurezza, della difesa necessaria. La pace è un fantasma lontano.
Dappertutto alberga la vergognosa propaganda di chi sostiene che le armi servono per garantirci la libertà. Naturalmente costoro il nemico, il futuro aggressore lo hanno già creato: è la Russia di Putin e a seguire la Cina. Poi il fatto che un conflitto con migliaia di bombe atomiche in circolazione sarebbe la fine di tutto e di tutti, non viene mai considerato. La propaganda di guerra e lo spettro di un conflitto imminente servono soprattutto per gli affari: tutti sanno che la guerra nucleare sarebbe la fine di tutto e di tutti, ma agitarla serve agli interessi e all’ingordigia delle industrie delle armi. E allora vai avanti con la storia della Russia che invade l’Europa e magari il mondo intero.

Eppure la Russia, al di là dei torti e delle ragioni, dopo quasi 5 anni sembra incapace di trovare una soluzione vincente in Ucraina. Certo questa guerra non è e non è mai stata una guerra solo contro l’Ucraina, ma uno scontro tra Russia e Occidente. Ma se la Russia dovesse invadere l’Europa (e credo che non abbia né le intenzioni né le capacità di farlo), per occuparla dovrebbe svuotare degli abitanti il suo intero territorio.

Armi, armi e ancora armi. Per i fanatici sostenitori dei fabbricanti di armi, queste sarebbero le chiavi per garantire la libertà. Del progresso e del bene della popolazione nessuno si dà pensiero.

Potremmo dire a questi scellerati che il Mahatma Gandhi senza uno schioppo, ma soltanto con la forza delle idee e del diritto universale alla libertà e all’autodeterminazione, riuscì a sconfiggere il più grande impero della storia moderna: la Gran Bretagna.

Ma vorrei soffermarmi sulla questione Ucraina, perché è il conflitto più intriso di propaganda, di obiettivi secondari (esempio: non acquistare gas e petrolio dai russi, ma quello più costoso e più scadente proveniente dagli USA). Del resto non sono stati gli ucraini, con il certissimo consenso americano, a minare i gasdotti Nord Stream 1 e 2 colpendo gli interessi vitali della Germania e di gran parte dell’Europa? La crisi della Germania, ormai ex motore d’Europa, è più che evidente nel piano Volkswagen di licenziare 100mila lavoratori e di chiudere 4 stabilimenti. E altre aziende automobilistiche e non solo hanno piani di drastica riduzione del personale e della produzione. E non è sempre una questione legata alla Intelligenza Artificiale, ma piuttosto all’egoismo e al profitto. L’Italia sarà tra le più colpite da questa crisi perché, con l’indotto, ha un rapporto stretto con l’industria tedesca.

Il fatto vergognoso è che su questi processi le socialdemocrazie, a iniziare da quella tedesca, e i partiti che si definiscono socialisti non proferiscono verbo. Ho iniziato ponendo in testa all’articolo una cartina sulle divisioni etniche, linguistiche e non solo esistenti in Ucraina. La fonte è la rivista “Limes”, di Lucio Caracciolo. Naturalmente so che, con l’aria che tira tra le file della sgangherata dirigenza politica in circolazione, il rischio di essere imputati di “putinismo” è scontato.

Non nego che ci siano in circolazione degli sprovveduti che si considerano di sinistra e che giustificano la scelta di Putin di scatenare una guerra per far valere degli interessi, sbagliati o giusti che siano. Tra questi ci sono anche i nostalgici dell’Unione Sovietica, che confondono quella storia con quella della Russia oligarchica e capitalista di Putin. Ivan Della Mea, che di sinistra lo era davvero, definiva costoro “cervelli gauche, marijuana di sinistra”. E poi qualcuno che si professa di sinistra dovrebbe chiedersi come mai personaggi alla Vannacci o Marine Le Pen o Salvini e non solo, certamente non filo sovietici, zoppichino dalle parti di Putin.
La Russia sovietica avrà avuto mille torti, commesso mille errori, compiuto anche cose profondamente sbagliate. Ma una cosa le va riconosciuta: tentò di cambiare il mondo colpendo al cuore il capitalismo e la proprietà privata fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nessuno tentò l’impresa in quei termini, neppure la Cina. Fu su questo, chiamiamolo sogno che tenta di vestire la realtà, che l’esperienza sovietica suscitò ondate di consenso e di speranza in tutto il mondo. Anche se il progetto era più intriso di ideali che di capacità di gestire il passaggio da un sistema a quello opposto. Lenin cercò una soluzione intermedia e transitoria con la NEP (Nuova Politica Economica), ma poi Stalin, con la statalizzazione forzata, semplificò tutto con i risultati che tutti conosciamo. In ogni caso da Stalin a Trotskij, da Kruscev ad altri dirigenti, nessuno scappò in Occidente con i soldi truffati al popolo come accade con gli oligarchi del tempo di Putin.
Ma ritorno a “Limes” e alla questione Ucraina. Intanto va detto che l’Ucraina che abbiamo di fronte, rappresentata nella cartina di “Limes”, non è l’Ucraina sostanzialmente russa e russofona con cui Lenin trattò, lasciandola libera di scegliere se aderire al progetto sovietico, cosa che fece nel 1922.

Quella che vediamo è l’Ucraina risultata dal II Conflitto mondiale. Potremmo dire l’Ucraina di Stalin, che include popolazioni di diverse etnie e nazionalità. È l’Ucraina della espansione sovietica avvenuta dal 1939 al 1945. Per rendere evidente la questione e per comprendere i conflitti in atto tra popolazioni di nazionalità diversa e spesso storicamente nemiche, mi permetto di proporre altre cartine sempre da fonte “Limes”.
Dal 1939 al 1945, la dimensione territoriale e il quadro delle nazionalità mutarono completamente rispetto all’Ucraina sovietica del 1922. La Repubblica Ucraina di Lenin aveva una superfice di circa 440.000kmq. Si limitava all’area centrale e orientale. Anche la capitale all’inizio non era Kiev ma Charkiv. Kiev divenne capitale soltanto nel 1934. Con Stalin e con la II guerra mondiale vengono incorporate la Galizia e la Volhynia, precedentemente polacche, la Rutenia e parti della Romania.

Poi Stalin “ricompensò” la Polonia dandole un pezzo di territorio della Germania sconfitta. Successivamente, nel 1954, con Krusciov, vi fu il trasferimento amministrativo della Crimea all’Ucraina, che raggiunse l’estensione attuale di 603.550 kmq. Tra l’Ucraina del 1922 e quella attuale c’è una differenza di circa 163.500 kmq. Praticamente mezza Italia. Se si vuole davvero affrontare la questione Ucraina, non per dare patenti di ragione o torto, ma per capire, credo che non si possa prescindere dalla storia della compattazione forzata di popolazioni che spesso erano state nemiche storiche, ad esempio come quella russa e quella polacca: la Russia ha sempre considerato la Polonia come la porta da cui si poteva passare per invaderla. E non era propaganda. Basta pensare a Napoleone e a Hitler.
Capire quindi se si vuole poi incidere e cambiare. Ma con i politici attuali è tempo perso.

Dopo il 1991, con il crollo dell’Urss e l’indipendenza dell’Ucraina, non si sono mai sopiti i conflitti e le rivendicazioni. Nel 1991, con due successive votazioni referendarie, gli ucraini prima decisero di rimanere nella nuova Unione Sovietica proposta da Gorbaciov e poi, sempre nello stesso anno, scelsero l’indipendenza, a dimostrazione dell’esistenza di un quadro di estrema confusione e divisione tra i cittadini. Il conflitto territoriale rimase sempre aperto, con diverse intensità a seconda del periodo. Persino Eltsin tenne aperta la questione del ritorno alla Russia della Crimea.

E il motivo è che le varie nazionalità presenti non si sono mai del tutto integrate. Anzi. La presenza di popolazioni polacche, russe, russofone, ungheresi, rumene e altre ancora dà il senso delle immense contraddizioni presenti in un territorio che si presenta come un mosaico disomogeneo. Anche chi si dichiara ucraino subisce nei fatti il condizionamento delle culture, e degli eserciti, che hanno formato l’attuale Ucraina. Il fatto che le elezioni fino al 2014 siano state vinte di volta in volta da filorussi o da filoccidentali dà il senso della difficoltà della convivenza e di quanta incertezza regni tra i cittadini. Le divisioni, più che su questioni programmatiche, di merito, sono sempre state legate a questioni di nazionalità, di lingua e anche di religione tra cattolici, che sono legati a Roma ma con caratteristiche proprie, e ortodossi fedeli a Mosca e poi ortodossi autocefali legati alla chiesa di Costantinopoli. La questione religiosa ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario nelle vicende ucraine.

Se poi ci mettiamo le non trascurabili ascendenze nazionaliste e filo naziste, chiarissime nella II guerra mondiale con “l’eroe” Stepan Bandera, che un governo filoccidentale nel 2010 elevò ad eroe nazionale (per le proteste interne ed internazionali il titolo fu revocato nel 2011), e se ci mettiamo anche le bande di Azov attive nei fatti delittuosi di Odessa e nelle azioni contro le popolazioni russe e russofone del Donbass, che volevano, queste, dopo i fatti di Maidan del 2014, staccarsi dallo Stato che avevano visto sorgere senza che ci fosse stato un voto a determinarlo, abbiamo un quadro in cui districarsi diventa quasi impossibile.
E quanto accadde nel 2014 con i moti di Maidan, la pesante intromissione americana con Victoria Nuland (quella che mandò a quel paese la UE che, con alcune voci autorevoli, fece sentire il proprio dissenso su quanto stavano facendo gli americani del governo democratico del premio Nobel per la pace Barack Obama), finì per rendere incontrollabile la situazione. Il rovesciamento del governo che legittimamente aveva vinto le elezioni con Jianukovyc fece il resto.
Poi diventò tutto più difficile. Vendette e contro vendette e violenze dilaganti. Intanto la Crimea si proclamò indipendente nel 2014 e ritornò alla madre Russia.
Alcuni leader europei e di altri Paesi, come Erdogan, tentarono delle mediazioni. I democratici Usa e i conservatori inglesi sabotarono sempre tutto, facendo saltare gli accordi 1 e 2 di Minsk, mentre Francia e Germania, senza spendersi molto, per non irritare l’alleato di oltreoceano, cercarono di sostenerli.

E qui c’è la pesante responsabilità russa e di Putin: se invece di prepararsi alla guerra dal 2014 al 2022, avesse premuto sugli occidentali più aperti, non saremmo in questa situazione che pare irrisolvibile, soprattutto se ci mettiamo anche i giochi dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Ora con i mutamenti politici avvenuti nella UE, con un’Europa spostata nettamente più a destra, a cominciare dalla Germania, con gli USA che sono una mina vagante che non si sa dove possa esplodere, con le socialdemocrazie prive di idee e ormai a rimorchio delle componenti conservatrici, tutto diventa più difficile se non impossibile, anche alla luce del fatto che l’ONU, che dovrebbe essere l’arbitro naturale, è priva di poteri reali e dilaniata da veti e contro veti.
In questa situazione, se non ci sarà una vittoria netta (molto improbabile), di uno dei due ormai evidenti contendenti, Ucraina di Zelensky + Europa/contro Ucraina filorussa +Russia, il conflitto rischia di protrarsi per un tempo indeterminato, con momenti di pausa e momenti di ripresa armata. Zelensky rischia ormai di essere una figura divisiva anche in patria: di recente è entrato in conflitto anche con la Polonia per avere dato la patente di eroi ucraini ai membri di una organizzazione militare nazionalista che collaborò anche con i nazisti, l’UPA, che contribuì, nella seconda guerra mondiale, a uccidere migliaia di patrioti polacchi.

Siamo di fronte a un’Ucraina che si spopola, corrosa dalla corruzione, con un’economia ormai totalmente di guerra. All’inizio Zelensky ebbe anche l’appoggio dei russofoni e del Donbass. Cercò anche di bloccare, senza successo, le sortite dei nazisti di Azov. Si recò più volte a Mosca cercando la via del dialogo. Certamente non trovò nell’autocrate russo molto ascolto. Putin ormai aveva deciso la soluzione armata. Forse la riteneva più facile di come si è poi dimostrata.

Lo Zelensky attuale sembra pensare solo alle armi e alla guerra. Sembra non comprendere che è necessario un compromesso che possa anche comportare delle rinunce territoriali, che però dovrebbero essere confortate da un voto popolare nelle regioni che vogliono l’indipendenza. Pare però che questo scenario non sia nelle corde né di Putin né di Zelensky, né dell’Europa. A sostegno della tesi che l’Ucraina non è un unico blocco contrario all’invasore russo, consiglierei la visione di un filmato di Purgatori su La7 che dava molte informazioni utili sulla natura del conflitto. Al momento pare che l’unico linguaggio conosciuto dai protagonisti di questa storia sia quello della guerra.

Non so quanto questo faccia bene all’Ucraina, che si sta trasformando in una sorta di cavia da laboratorio per sperimentare droni e altre armi adatte per le guerre convenzionali. Ma questo conflitto non giova neppure all’Europa e alla Russia, che sottraggono risorse ai problemi sociali, ai salari e alle pensioni, devastando inoltre l’ambiente con bombe di ogni tipo. L’unico che sembra soddisfatto della situazione è Trump. Si è defilato dal conflitto e vende gas e armi ben pagate all’Europa che vi partecipa.
Venendo alla questione di principio che alcuni soloni occidentali sollevano. È vero che l’intervento russo ha violato un principio della Carta ONU: non si modificano i confini con le armi o con la forza. Ma se c’è chi vuole separarsi e chi non accetta nemmeno di discutere, diventa impossibile soddisfare le due rivendicazioni opposte.
E poi l’Occidente su questo dovrebbe stare solo zitto. Chi ha sfasciato la Jugoslavia alimentando i nazionalismi? Chi ha bombardato la Serbia favorendo il distacco del Kossovo? E i tantissimi conflitti scatenati dagli USA, spesso con l’appoggio dell’Europa? Non solo Jugoslavia e Kossovo. Pensiamo al Vietnam, all’Iraq, alla Libia. Mettiamoci anche Cuba con la Baia dei Porci e con l’illegale blocco attuale. E poi le continue intromissioni USA in America Latina. Il Cile di Allende ce lo dimentichiamo? E si potrebbe continuare. Nessuna di queste operazioni ha avuto l’autorizzazione ONU. Nemmeno gli interventi, prima sovietico poi americano in Afghanistan, furono mai autorizzati dall’ONU. Solo in seguito fu autorizzato qualche intervento per ragioni umanitarie.
Come si può vedere se si è in buona fede e non inzuppati nella propaganda, nessuno è innocente. Credo che si dovrebbe trovare la strada, non imposta manu militari, per cercare di fare rimanere unita l’Ucraina, anche se con una forte autonomia dei territori (è a parte la questione della Crimea), oppure per favorire, però per blocchi territoriali compatti e con il voto popolare confermativo, la separazione. Si parlò a suo tempo del modello Alto Adige. Esempio luminoso: un tempo in Italia c’era chi sapeva pensare e guardare lontano.
Tutte queste considerazioni sono solo per fare capire che se si continua a vedere solo il buono da una parte e il cattivo dall’altra non si esce dal dramma. Un dramma che colpisce innanzitutto le popolazioni civili direttamente o anche indirettamente coinvolte.
La partita alla fine o sarà risolta dall’ONU, con un accordo condiviso anche dalle grandi potenze, o non avrà soluzione. Dall’Europa, purtroppo, da questa Europa diretta da amebe, per ora non c’è da attendersi nulla. Nella situazione attuale il conflitto, anche se si ferma, rischia di essere un bubbone dormiente pronto a riesplodere.
La guerra, come dice Brecht, colpisce sempre, sia dalla parte dei vincitori che da quella dei vinti, la popolazione più povera e indifesa.
Pubblicato venerdì 28 Agosto 2026
Stampato il 28/08/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/finestre/ucraina-il-teatro-della-propaganda-che-ha-cancellato-la-politica/


