Otto donne per il progetto artistico “888”

Ottant’anni fa le donne italiane andarono a votare per la prima volta nella storia del Paese. Arrivarono ai seggi con la stessa compostezza con cui avevano attraversato la guerra: le staffette, le operaie, le contadine, le maestre, le ragazze che avevano fatto la Resistenza senza chiedere permesso. Suore comprese. E il diritto di scegliere chi eleggere e di essere elette, di dire la propria, non fu regalo ma restituzione guadagnata sul campo, il riconoscimento politico di ciò che il mondo femminile aveva fatto nella lotta al nazifascismo. Se vuoi una democrazia che respiri, devi darle la voce delle donne, no? Era passato appena un anno da quando tutto il territorio nazionale viveva nella pace conquistata dalla guerra partigiana. Si ricominciava, si ricostruiva: case, strade, lavoro, fiducia. La Repubblica nasceva dentro quella stagione di mani che rimetteva insieme ciò che il fascismo e il conflitto avevano provato a cancellare. L’articolo 11 della Costituzione diverrà la Liberazione trasformata in principio, scelta di un popolo, o almeno della sua stragrande maggioranza, che aveva conosciuto la guerra abbastanza da decidere di non volerla più.

Solo da pochi anni sono cominciati a uscire studi e libri importanti sul ruolo fondamentale delle donne nella lotta di Liberazione.

Per esempio, ci si sta accorgendo che attraverso le staffette partigiane si realizzava la prima intelligence femminile e popolare al mondo. Gli strumenti sofisticati delle grandi aziende del web durante la Resistenza non c’erano, ma correvano sulle biciclette delle donne consentendo in montagna ai diversi gruppi armati di non cadere nelle imboscate nazifasciste, di avere contatti tra loro e con i territori. È una restituzione tardiva, ma proprio per questo ancor più significativa.

Nel 2026, in tutta Italia, l’ANPI sta celebrando l’anniversario del voto con iniziative che intrecciano memoria, diritti, partecipazione, arte. Proiezioni, incontri, cammini, spettacoli: un mosaico di voci che restituisce la forza di una conquista che non è mai definitiva e che oggi, in un mondo attraversato da guerre e violenze, torna a parlare con urgenza di pace, dignità e libertà. Voto delle donne e pace. È la stessa storia, la stessa radice. Dalla base ai vertici, l’Associazione non ha mai smesso di difendere l’articolo 11 e di prendere parola sui conflitti di oggi – Gaza, Ucraina, Iran.

Vogliamo raccontarvi “888, Voce madre, il cammino segreto del canto”, un progetto creato da una musicista e vocalist, Marta Mazzocchi, e dal critico d’arte Vittorio Erlindo. Abbiamo chiesto loro il senso dell’iniziativa e perché l’hanno pensata. Ecco cosa ci hanno detto.

Vittorio Erlindo

Vittorio Erlindo, ottant’anni dopo il voto delle donne cosa racconterà l’iniziativa?

La parola libertà è un sostantivo femminile. Lo è da sempre e per sempre rimarrà parola vicina al cuore delle donne. Il suo sviluppo moderno lo dobbiamo alla rivoluzione francese e all’illuminismo. Un periodo storico che ha cambiato non solo la Francia ma l’intera Europa e il mondo. Bene sta facendo l’ANPI a celebrare con incontri e proiezioni gli 80 anni dal voto delle donne perché la sinistra se vorrà vincere avrà bisogno del loro voto e del voto dei giovani. Le donne sono contro tutte le guerre perché ne pagano più volte la violenza: la disgregazione delle famiglie, la fame, la perdita della forza lavoro maschile, e in questi ultimi decenni di guerre nel mondo, pagano con la vita, insieme ai loro bambini, la distruzione di abitazioni, scuole e ospedali civili. Le percentuali dei morti, a seconda delle diverse guerre, vanno dal 3% al 10% dei militari mentre i civili dal 90% al 97%. Donne, bambini e anziani pagano il prezzo più alto. Gli eserciti non si fanno più guerra tra loro ma fanno guerra alle popolazioni civili. L’obiettivo è fare paura al popolo in modo che non possa nemmeno pensare di ribellarsi.

Come è nato il progetto?

Il progetto è nato in casa mia, ma io l’ho solo scritto. Se posso dire, nasce su tre parole che sono anche le iniziali del mio cognome. ER – ER – ER. Errante, eretico, ero(t)ico. Marta vive prevalentemente in furgone e l’erranza sancisce i cardini della sua vita. È eretica come me o forse anche più. Dirige il coro dell’ANPI di Melegnano, è di quella sinistra che non concede scappatoie. Erotica ed eroica come tutte le donne del mondo. Come critico d’arte da anni lavoro al di fuori di qualunque sentiero artistico consolidato e sono convinto che ogni opera, ogni rassegna artistica abbia l’obbligo morale di confrontarsi col nuovo che il presente ci dispone ogni giorno davanti a noi. Sempre più violento sempre più preoccupante.

Le voci madri delle cantanti si frappongono al frastuono “musicale” di questi tempi. Si collegano all’antico e a ciò che resta della musica popolare. Con delicatezza e con sapienza si collegano alla dolcezza e alla crudezza delle regole di Francesco rispetto alla Chiesa allora imperante, così come all’arroganza della politica di questi giorni. Otto donne per onorare un voto tenuto represso per millenni e ricordare tutti i diritti e le conquiste, dal divorzio all’autodeterminazione del proprio corpo nell’interrruzione di gravidanza, ottenuti con tante lotte, che Francesco avrebbe loro dato 800 anni prima. È questo il ritardo di cui parlavo. È dentro questo orizzonte che nasce “888”, un progetto che non assomiglia a niente di già visto, ideato da Marta Mazzocchi, una musicista e una vocalist incredibile. Io, appunto, l’ho solo scritto.


Marta Mazzocchi, ci può anticipare lo spettacolo e le sue tappe?

Un cammino reale e simbolico: 345 chilometri a piedi, dal Santuario della Beata Vergine delle Grazie, nel mantovano, fino alla Basilica di San Francesco ad Assisi. Dodici paesi, quattro regioni, una linea che attraversa paesaggi, comunità, memorie e ferite della storia italiana. A percorrerlo saranno otto donne. Ogni tappa prevede incontri, canti, a cominciare da Bella Ciao, letture, testimonianze. Ci saranno le monodie francescane, i canti di lavoro e di lotta, le storie delle sibille, delle mondine, delle partigiane. Una drammaturgia che vuole restituire alle comunità un modo collettivo di camminare, ricordare e scegliere.

Marta Mazzocchi (dal profilo Fb)

Cosa l’ha spinta a immaginare uno spettacolo come “888”, un intreccio di più linguaggi artistici?

L’idea nasce intorno a una delle innumerevoli peregrinazioni della mia vita, alla ricerca di melodie che affondano le radici in tempi lontanissimi. Durante la Settimana Santa, mi trovavo nel cuore della Sardegna, a Bosa, per ricerche sulle tradizioni polivocali paraliturgiche, insieme a un collettivo di ricercatori e performer. Questa esperienza di comunità artistica, dove il suono non ha mai ceduto al silenzio, mi ha ispirato questo progetto collettivo. Quando si va alla scoperta di riti e tradizioni, l’intreccio è la dimensione di partenza di tutto, per me. Scovare nell’ombra, quegli angoli del paese dove le persone si fermano a parlare, mentre snodano reti da pesca, intrecciano cesti, giocano a carte, bevono vino, con il loro dialetto, o lingua, come forse sarebbe più corretto affermare. Quegli scorci esistono ancora, anche in questo tempo dove regna l’individualismo e la solitudine, ma ricercarli vuole dire mettersi in cammino, calcare la terra, saper decifrare le storie fatte anche di parole a noi sconosciute, dove il gesto entra in maniera così evocativa e lampante da rendere tutto il resto superfluo, e la musica è in grado di unire, da sempre, persone, culture e luoghi. Il canto è la voce di tutti i popoli.

Perché “888” ?

Sono da sempre affascinata dai numeri, la mente di un musicista è molto più analitica di quello che una visione sommaria possa lasciar intendere, il ritmo, il rapporto tra le note, i gradi delle scale, la misura, la frequenza, tutto è numero nella musica. Per la scuola pitagorica, la musica era l’espressione udibile delle leggi cosmiche. Pitagora scoprì che dividendo una corda vibrante con rapporti matematici semplici, si ottenevano gli intervalli perfetti. L’ottava, basata sul rapporto 2:1, incarna l’idea di unità nella diversità. Nel suo blasonato teorema, ci parla, non a caso di triangoli, il numero 3 sotteso e non esplicito si fa evidente nel trittico del numero 8.

Lo spettacolo itinerante mette insieme due anniversari molto diversi: gli 80 anni del voto delle donne e della Repubblica e gli 800 anni del Cantico delle Creature. Che relazione c’è tra questi due mondi?

Leggendo il cantico delle creature, una delle prime cose che indubbiamente balza agli occhi, è la compartecipazione del maschile e del femminile, che si fondono in un’unica entità, completa. La partecipazione attiva della donna nel tessuto sociale e politico del nostro Paese era, ed è, necessaria e indispensabile in uno Stato in cui la Costituzione affonda i suoi valori negli ideali di un’uguaglianza non di facciata, come affermava a soli 25 anni Teresa Mattei, una delle 21 Madri costituenti.

Nel lessico dei simboli numerici, “88” è usato in contesti molto lontani dai valori della democrazia. Cosa significa quell’otto in più?

Nella legge del sette teorizzata dal filosofo George Gurdjieff, ogni processo di sviluppo o cambiamento nell’universo non è continuo, ma procede per stadi, il passaggio a un’ottava superiore rappresenta un salto di coscienza o di livello vibratorio. In musica questo passaggio corrisponde al semitono tra le note si e do, o come vuole la solmisazione, mi e fa, e rappresenta un momento di arresto, serve uno shock per la ripresa dell’evoluzione e il conseguente slancio fino all’ottava. Mi piace pensare che l’umanità intera possa abbandonare la simbologia 88, ancora purtroppo cosi attuale, i momenti di arresto vissuti, a livello mondiale, del biennio 2020/21, e gli shock di nuovi genocidi, nuovi conflitti, nuovi poteri forti, lo stesso vile sentimento di chi usa armi e violenza contro bambini, donne, anziani e uomini nel fiore degli anni, questi shock dovrebbero avanzare, per passare a un livello di coscienza superiore e di potere spirituale, di cui l’888 nel suo significato cabalistico si fa numero. Questa idea ternaria, mi è giunta proprio nel momento della piena pandemia e isolamento sociale, ascoltando musica nella mia stanza, col mondo chiuso a chiave. La cosa che mi dava più sollievo erano i Valzer di Strauss, mi immaginavo questo ritorno al contatto, alla danza, questo moto liberatorio collettivo scandito dal movimento ternario.

In che modo la spiritualità francescana parla al presente?

È difficile tradurre in poche righe un concetto così vasto, posso dire quello che è stato per me: visualizzo questa fiaba, se così si può definire, per evocarne la magia del messaggio, come un testimone, che una moltitudine di uomini e donne, nel passare dei secoli, si sono presi cura di portare fino a noi, impreziosendolo e arricchendolo con sfaccettate forme di lettura e reinterpretazione, molto spesso trasversali al messaggio religioso cristiano, così come era anche la figura di San Francesco stesso. In questo anno di ricerca e ispirazione per me molto significative sono state le riletture per esempio di Dario Fo, del delirio narrativo del suo Mistero Buffo, e soprattutto il film “uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini.

Come ha scelto le tappe del cammino?

Anni fa, visitando un santuario sui monti Sibillini, nelle Marche, sono rimasta affascinata dalla rappresentazione pagana delle Sibille, celata nella volta dietro l’altare, queste oracolanti precristiane, disperse in luoghi disparati, mi hanno dato l’idea di vedere ogni tappa come una sorta di oracolo, che poteva prendere forme diverse, mutare, come fa il paesaggio stesso che andremo a percorrere. Più di pensiero è scaturito dalla figura femminile e controversa di Matilde di Canossa, l’idea del filosofo Pico della Mirandola, le partecipanze agrarie di San Giovanni in Persiceto, le tradizioni musicali e coreutiche dell’appennino bolognese, coi suoi maggi e i suoi violini, un’ esperienza personale di formazione sul canto armonico fatta a Chiusi della Verna, nella piccola chiesetta di Michelangelo, il lupo che accompagna iconograficamente la figura di San Francesco, si sono trasformati in oracoli, tutti diversi, ma ognuno parlante. Ogni luogo racconta una storia che non vedo l’ora di ascoltare.

Perché iniziare ogni serata con “Bella Ciao”?

È un canto di lotta, e di lotta ancora oggi purtroppo si tratta, non siamo arrivati a un punto di stasi estatica dell’esistenza dell’uomo e della donna sulla terra, dobbiamo continuare a lottare, sempre e con tutti i mezzi a nostra disposizione, contro ogni ingiustizia. L’hanno detto in tanti, è vero, ma non si può smettere di farlo, non è un lusso che possiamo concederci in questo presente.

Ha costruito un repertorio musicale che va dalle mondine a Piero Ciampi, dal medioevo a Mercedes Sosa, cosa lega canti di lavoro, canti di lotta, tradizioni popolari e monodie francescane?

È l’intreccio del vissuto musicale di otto donne che hanno deciso di mettere in condivisione la propria intimità artistica e renderla respiro comune.

Perché realizzare un docufilm del progetto?

Perché mi piacciono le fiabe, e questa credo possa essere bella da raccontare… C’erano una volta 8 donne…

Se dovesse descrivere “888” con una sola immagine, quale sarebbe?

L’infinito.