Il problema non è la gonna. Perché forse all’origine di tutta questa storia c’è un equivoco. Antonio Tajani non stava semplicemente tenendo una lezioncina sulla lunghezza delle gonne. Stava parlando di donne, certo, e lo ha fatto con una metafora machista e a dir poco infelice, «meglio sposare una donna con la gonna più lunga, meno appariscente ma più affidabile», paragonando la scelta politica alla scelta della moglie. Ma quella metafora arrivava dentro una partita politica precisa: quella degli equilibri nel centrodestra e della concorrenza aperta dal nuovo movimento di Roberto Vannacci. La gonna, insomma, potrebbe essere stata anche la stoffa di una metafora politica.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Imagoeconomica, Andrea Panegrossi)

Prima ancora della sottana c’era la politica. Vannacci alla domanda sulla gonna ha risposto a modo suo: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna». E il giorno dopo la polemica è esplosa.

Roberto Vannacci, Futuro Nazionale (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)

Tajani parla. Vannacci risponde. Le opposizioni protestano. Le senatrici entrano in aula con la gonna sopra il ginocchio.

Ora, sia chiaro: il sessismo non diventa meno sessismo perché nasce dentro una schermaglia tutta politicista. E una frase che associa l’affidabilità di una donna al modo in cui si veste merita di essere contestata. Sempre.

Ma la politica non è soltanto la somma delle indignazioni. È anche la capacità di scegliere quale domanda mettere al centro. Perché accettare il terreno scelto dagli altri? Perché lasciare che siano Tajani e Vannacci a stabilire l’argomento della giornata? Il problema dell’agenda politica non è soltanto ciò di cui si parla, ma ciò che smette di essere raccontato mentre si parla d’altro.

(IMagoeconomica, Carino by AI MId)

Mentre ci si divide sulla gonna lunga o corta, sul decoro, sulla ragazza seria e su quella appariscente, restano sullo sfondo le domande che riguardano concretamente la vita degli italiani. Quanto si guadagna. Quanto costa una casa. Quanto bisogna aspettare per una visita medica. Quanto è precario un lavoro.

(Imagoeconimica, Carlo Carino)

Quando si potrà smettere di lavorare. È, quest’ultimo, un interrogativo che porta dritta a una delle questioni più importanti e più rimosse del dibattito pubblico: quella delle pensioni.

La pensione a 64 anni è tornata a essere uno dei pallini politici della Lega. A Pontida Matteo Salvini ha rilanciato la cosiddetta “Quota 64” tra le proposte della Lega per la prossima legge di bilancio.

Sessantaquattro anni: detta così, sembra quasi una conquista. Peccato che, per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996, quei 64 anni arrivino con il conto allegato. Per uscire prima, infatti, bisogna accettare il ricalcolo contributivo dell’intera pensione, rinunciando ai vantaggi della quota retributiva maturata negli anni. Una sorta di “sconto” sull’età pensionabile che si paga per tutta la vita. La libertà di smettere prima, insomma, diventa la libertà di scegliere quanto perdere sull’assegno.

E c’è qualcosa di singolare nel chiamare “flessibilità” una scelta tra continuare a lavorare e rinunciare a una parte della pensione. Dopo una vita di contributi, il messaggio rischia di essere piuttosto brutale: vuoi smettere a 64 anni? Puoi farlo. Ma prima passa dalla cassa. Perché il vero anticipo, in questa proposta, non è quello della pensione: è quello della rinuncia.

Il cicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Matteo Salvini (Imagoeconomica, Clemente Marmorino)

Che per la Lega si tramuta invece in un investimento. Il partito attraversa una fase di difficoltà nei sondaggi e deve confrontarsi anche con la crescita di Futuro Nazionale. Che quota 64 serva anche a riconquistare visibilità e consenso è dunque una chiave di lettura politica possibile. Ma il punto, per chi guarda alla sostanza della questione previdenziale, è un altro. Che cosa significa davvero andare in pensione a 64 anni?

(Imagoeconomica,, Marco Cremonesi)

Perché, diciamocelo senza il trucco delle parole: non è la pensione a 64 anni per tutti. Oggi l’uscita a 64 anni sembra essere una porta. Ma è una porta con diverse serrature. E per chi non possiede le chiavi, la libertà si sposta più avanti. Basti solo pensare che tra le condizioni ipotizzate figurano almeno 25 anni di contributi e il raggiungimento di una soglia minima dell’assegno, attualmente pari a 1.638,72 euro lordi mensili.

Dietro ogni discussione sull’età pensionabile non c’è soltanto un numero scritto in una legge. C’è la possibilità, per ciascuno, di progettare una parte decisiva della propria esistenza. C’è qualcosa di profondamente paradossale dentro una formula che la politica pronuncia ormai con la tranquillità con cui si annuncia il meteo: aspettativa di vita. Una formula apparentemente innocente. Neutra. Si vive più a lungo, ci spiegano. Dunque si può lavorare più a lungo. E così, con la magia delle statistiche, un anno guadagnato alla vita rischia di diventare un anno sottratto al riposo. Una curva demografica si trasforma in un turno di lavoro.

Una media statistica diventa un parametro che sposta in avanti il momento della pensione. La statistica non va in pensione. Ci va una persona. È qui che la politica italiana sulle pensioni mostra tutta la sua contraddizione.

Elsa Fornero, è stata ministra del lavoro e delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013 nel governo Monti (Imagoeconomica, Andrea Di Biagio)

La destra ha costruito una parte importante della propria storia politica sulla promessa di superare la Fornero. E oggi che cosa abbiamo? La Fornero non è stata cancellata. Abbiamo invece un sistema nel quale l’età ordinaria per la pensione di vecchiaia è di 67 anni nel 2026 e salirà a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028, per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita. E poi 67 anni e sei mesi, e poi….

(Imagoeconomica, Carino by AI Mid)

Nel frattempo ci viene raccontata la possibilità di andare in pensione a 64 anni. Ma il punto è proprio questo: possibilità per chi? Perché una cosa è annunciare una soglia. Un’altra è costruire un sistema nel quale quella soglia sia concretamente raggiungibile da una platea ampia di lavoratori. È una differenza enorme. E il dibattito politico dovrebbe partire da qui.

Una persona che oggi ha vent’anni, trenta o quarant’anni non conosce ancora con certezza il momento nel quale potrà smettere di lavorare. Il traguardo si muove mentre corri. E questo viene presentato come una necessità tecnica. Ma l’automatismo non è una legge della natura. È una scelta politica. La speranza di vita è una statistica. Non è una persona.

(Imagoeconomica, Carino by AI Mid)

È una media calcolata su una popolazione. Non dice quando morirà Mario, quando morirà Lucia, quando il muratore potrà smettere di sollevare pesi, quando l’infermiera potrà smettere di lavorare di notte, quando l’autista potrà finalmente scendere dall’autobus. La statistica non conosce la schiena di chi ha lavorato quarant’anni. Non conosce le ginocchia pesanti. Non conosce il turno di notte. Non conosce l’ansia del precario. Non conosce una madre che ha lavorato fuori casa e poi ha lavorato gratis dentro casa. Non conosce il corpo di chi a sessant’anni non ha più quello che aveva a trenta.

La media statistica non va in pensione. Ci va una persona.

E allora perché mai dovremmo accettare come una legge naturale che l’aumento della durata media della vita debba produrre automaticamente l’aumento della durata della vita lavorativa? Perché? Chi lo ha deciso? E soprattutto: chi ha stabilito che la maggiore longevità debba tradursi automaticamente in più anni di lavoro? Questa è la domanda che la politica dovrebbe affrontare.

Perché dietro l’apparente neutralità dei numeri c’è una scelta di enorme portata. Si può decidere che una parte dell’aumento della longevità venga restituita alle persone sotto forma di più anni di pensione. Oppure si può decidere che venga trasformata in più anni di lavoro. Sono due idee diverse della società.

(Imagonoeconomica; Sara Minelli)

Nella prima, se la medicina, la scienza e le condizioni sociali consentono alle persone di vivere più a lungo, una parte di quella conquista può tradursi anche in più anni dedicati alla famiglia, agli interessi, alla cura degli altri, alla possibilità di vivere senza il lavoro come unico orizzonte. Nella seconda, la longevità diventa una variabile del sistema previdenziale che tende a spostare in avanti l’uscita dal lavoro.

Abbiamo conquistato anni alla morte per rischiare di consegnarne una parte al lavoro. E questo meriterebbe una discussione molto più seria di quella sulla lunghezza di una gonna.

(Foto Letizia Bordoni)

Sostenibilità finanziaria e automatismo previdenziale non sono sinonimi. La prima è una necessità da governare. Il secondo è una scelta politica. E le scelte politiche possono essere cambiate. Si possono discutere le entrate. Si può intervenire sulla qualità e sulla quantità dell’occupazione. Si può combattere il lavoro povero. Si può aumentare la produttività. Si può affrontare la questione demografica. Si possono discutere le priorità della spesa pubblica. Si può discutere anche di una diversa distribuzione del carico fiscale.

Quello che non si può fare è raccontare agli italiani che esiste una sola legge possibile: vivete più a lungo, dunque lavorate più a lungo.

(Imagoeconomica, Saverio De Giglio)

Perché non è una legge della natura. È una decisione. E chi governa dovrebbe avere almeno la coerenza di dichiararla.

Perché mentre ci si accapiglia sull’orlo delle gonne, milioni di persone stanno cercando di capire quanti anni dovranno ancora lavorare. Questa dovrebbe essere la domanda. Anzi, a dirla tutta la domanda è: quanto deve lavorare un essere umano prima di finalmente disporre del proprio tempo? Con o senza gonna.