
Che a Ceuta ci sia stato un attacco è innegabile. Il problema è capire contro chi quell’assalto era, è, diretto. Tutto lascerebbe credere che l’onda umana di 60/70 mila migranti riversatasi fra il 30 e il 31 luglio sulle spiagge di una delle enclave spagnole in Marocco, sia una macchinazione organizzata ai danni di Sánchez e del suo esecutivo che ostinatamente hanno rifiutato di piegare la testa alle pressioni e alle minacce di Trump, della Von der Layen e di Rutte, ma anche a quelle più subdole di Mohammed VI orchestrate ai danni della Spagna.

Le ragioni per questa chiave di lettura ci sarebbero tutte, a cominciare dal riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese fatto dalla Spagna il 28 maggio 2024, e dall’aver, più di recente, rifiutato di concedere agli Stati Uniti l’uso delle basi militari di Rota e Morón in Andalusia e del proprio spazio aereo per le operazioni israelo-americane contro l’Iran.

Sánchez, infatti, pur ribadendo la dura condanna verso le politiche repressive di Teheran, non aveva però voluto che la Spagna fosse coinvolta in una guerra d’aggressione posta “al di fuori delle regole del diritto internazionale”.

Ciò aveva scatenato la dura reazione di minacce di ritorsioni commerciali da parte di Trump. Il governo spagnolo, in sintonia con la maggioranza della popolazione, aveva mantenuto la sua posizione non solo corretta, “per stare – aveva detto l’attrice Susan Sarandon, nel caso di Gaza – dalla parte giusta della Storia”, ma anche capace di attrarre il favore della comunità internazionale, come di fatto era avvenuto nel settembre del 2025 per il riconoscimento dello Stato palestinese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Al vertice Nato de L’Aja, nel giugno di quello stesso anno, Sánchez aveva opposto un netto rifiuto alla richiesta di portare le spese militari al 5% del PIL. Inoltre, in più occasioni ha continuato a denunciare ufficialmente il genocidio palestinese e, poi, ha condannato senza appello l’intervento e la condotta militare statunitense in Venezuela: “in palese violazione della legalità internazionale e del diritto delle Nazioni Unite”.

È evidente quindi che dalle parti Washington, Tel Aviv, Bruxelles e, dobbiamo aggiungere, Roma, non è visto di buon occhio uno che si è ritrovato a essere il riferimento europeo contro l’avanzare di un nuovo ordine mondiale basato sulla violenza e il calpestio della legalità internazionale e del multilateralismo. A riprova di ciò, se mai ce ne fosse stato bisogno, si può ricordare, come ha fatto Internazionale, che lo scorso 30 luglio, mentre il Dipartimento di Stato USA, guidato da Marco Rubio, accusava il primo ministro spagnolo di “facilitare un’immigrazione illegale di massa in Europa”, il rappresentante israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, istigava le bramosie nazionaliste marocchine sostenendo che: “Sarebbe ora che la Spagna spiegasse al mondo perché ha ancora delle colonie in Africa”. “Queste dichiarazioni – ha scritto Alexandre Aublanc su Le Monde – più che un sostegno alla politica estera marocchina, rivelano il chiaro intento di Israele e Stati Uniti di mettere sotto pressione il governo spagnolo”.
Se poi torniamo indietro, nel maggio del 2021, durante il Secondo governo Sánchez, le autorità marocchine avevano platealmente allentato i controlli di frontiera e nel giro di due giorni quasi diecimila migranti erano entrati a Ceuta. In quel caso si era trattato di una vera e propria azione punitiva contro la Spagna che, per ragioni umanitarie, aveva accolto in un ospedale di Logroño, Brahim Ghali, lo storico leader del Fronte Polisario, il movimento indipendentista del Sahara Occidentale appoggiato dall’Algeria che dal 1976 riconosce addirittura la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e ospita i campi profughi saharawi a Tindouf.
Ora, lo scorso 20 luglio, Sánchez ad Algeri è stato protagonista di una visita ufficiale inserita in un contesto teso a rafforzare la cooperazione bilaterale a partire dalla riattivazione di un trattato di amicizia e un incremento delle importazioni di gas naturale attraverso il gasdotto Medgaz. Inoltre, a Madrid, il 23, in seduta straordinaria, la Commissione giustizia del Congresso spagnolo ha approvato un disegno di legge per conferire la cittadinanza spagnola ai Sahrawi nati prima del 1976, quando il Sahara Occidentale era ancora colonia spagnola, nonché ai loro discendenti diretti che ne facciano richiesta.

Due fatti, questi, non proprio ben graditi a Rabat che, il 10 dicembre 2020, in cambio del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale ha aderito agli Accordi di Abramo, siglato un patto trilaterale con Israele e Stati Uniti e, un anno dopo, nel novembre del 2021, ha firmato un piano di cooperazione militare con Israele. Ah, ma si tratta di una pura casualità: il 26 luglio, tre giorni prima dell’“Assalto” a Ceuta, Rabat ha intitolato a Donald Trump la superstrada di 1.055 km per Dakhla, nel Sahara Occidentale.

Lunedì tre agosto, il Ministero degli Affari Esteri marocchino ha però negato di aver agito sotto “pressione o ricatto” quando, il 30 e il 31 luglio, decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine verso Ceuta e oltre un migliaio verso Melilla e, a quanto riporta El Pais, “ha giustificato la mancata risposta delle forze di sicurezza di fronte agli assembramenti a Ceuta, spiegando che un confronto diretto con decine di migliaia di persone avrebbe provocato dei feriti”. Sempre lo stesso Ministero non ha però perso l’occasione per lanciare un messaggio, questo sì palesemente ricattatorio all’EU, denunciando che “il Marocco sostiene un costo annuo di quasi 500 milioni di euro per la gestione delle questioni migratorie, a fronte di finanziamenti europei che non superano i 145 milioni di euro”.

Le stesse fonti diplomatiche marocchine hanno poi categoricamente smentito un qual si voglia “allentamento” delle politiche migratorie o di aver in qualsiasi modo voluto mettere in difficoltà le autorità spagnole per la loro politica di amicizia con l’Algeria e i Saharawi. A fare da detonatore all’assalto a Ceuta, secondo Rabat, sarebbe stata, invece, una lettura distorta della sentenza pronunciata della Corte Suprema spagnola dello scorso 28 giugno che avrebbe prodotto un effetto “chiamata” e spinto migliaia di migranti a tentare l’ingresso a Ceuta. Dietro questa “chiamata” ci sarebbero “i trafficanti di esseri umani” che avrebbero “amplificato la disinformazione online e diffuso” la falsa idea che la sentenza garantisse l’immunità dai rimpatri a chi fosse arrivato a nuoto.
La sentenza in realtà non vieta l’espulsione di chi raggiunge Ceuta irregolarmente a nuoto, ma impedisce il respingimento immediato e automatico: ogni persona deve essere, infatti, prima identificata e deve poter presentare un’eventuale domanda di protezione. E forse, a questo punto, è necessario ricordare che Ceuta e Melilla non fanno direttamente parte dell’area Schengen ed è quindi stata spropositatamente pretestuosa la richiesta meloniana della chiusura di Schengen e dei controlli per i cittadini provenienti dalla Spagna. Infatti, secondo il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, “Schengen non è mai stata a rischio, visto il regime speciale che dal 1991 non permette di lasciare Ceuta o Melilla senza prima fare i controlli di frontiera”.

Lapidario il commento di Francesca Albanese sul Fatto: “Giorgia Meloni volta le spalle all’Europa e ai suoi valori fondamentali, e ci prepara a un peggio che potrebbe nemmeno essere lei a governare. In Italia c’è chi ha visto in questa mossa scomposta un’operazione di sciacallaggio dettata dalla “psicosi Vannacci” che spinge il governo italiano. Non è un dettaglio: è la fotografia di un esecutivo che insegue l’agenda dei suoi concorrenti a destra invece di governare i fatti”.
Comunque, dei “72 mila migranti entrati a Ceuta”, secondo Grande-Marlaska, “70 mila” erano stati costretti a tornare in Marocco nel giro di un paio di giorni. Alcuni di quelli rientrati sono stati arrestati e, per dimostrare l’assoluta estraneità marocchina all’assalto a Ceuta, immediatamente sottoposti a processo. A quanto riporta El Pais: “Undici persone sono state condannate a pene detentive fino a sei mesi. La Procura di Tetouan ne ha incriminato 34 – tra cui cinque minori – per reati quali l’organizzazione di attraversamenti irregolari, l’aggressione alle forze di sicurezza e il trasporto abusivo di passeggeri… Anche i tribunali di Nador – cittadina situata sulla costa settentrionale del Paese – hanno perseguito altre 52 persone per aver tentato di penetrare a Melilla”.
Ma chi sono e che fine hanno fatto i circa duemila giovani mancanti dai conti di Grande-Marlaska, se ne stanno nascosti nei boschi o nei più improbabili antri dell’enclave sospesi nel nulla dell’attesa della loro prossima chimerica occasione? Dalle immagini della spiaggia di Ceuta che ospita le persone che caparbiamente hanno scelto di non tornare al di là della frontiera, di fronte alla difficoltà di traghettare in territorio Schengen, la maggioranza dei più determinati sembra subsahariana, non marocchina.
“Per loro – dice Adriano Boano di Radio Blackout – il superamento di un confine in più è solo uno step del grande Game pianificato e sofferto da mesi e anni. Se i ragazzi in fuga avessero avuto chiaro che arrivavano con fatica in un posto da cui non avrebbero potuto sciamare in Europa senza passare al vaglio dei controlli, avrebbero corso il rischio? Probabilmente sì, perché anche quelli che erano garantiti da un lavoro, oltre a quelli appena usciti per l’amnistia, sono sottoposti alla pressione dei social che da un lato propongono affascinanti modelli occidentali e dall’altro sono schiacciati dal mondo asfittico del regime fascista del monarca maghrebino”.
A fare da controcanto alle parole di Boano, ci sono quelle di Lorenzo Forlani, un freelance e analista esperto di questioni mediorientali e nordafricane: “Il fatto che quanto accaduto possa essere complessivamente attribuito ad una sorta di ‘rappresaglia’ marocchina per le relazioni ispano-algerine, in nessun modo cancella l’istanza sottostante, il desiderio di migrare, in definitiva l’agency di chi ha deciso di superare questa sorta di ‘confine’”.
E quindi, alla fine si torna alla domanda iniziale sull’assalto a Ceuta. Anche se “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, leggere il tutto solo alla luce di ritorsioni contro Sánchez sembra una tesi riduttiva e consolatoria, visto che questa ennesima sporca partita giocata sulle fragili spalle dei figli della fame è parte della mostruosa strategia che, con le parole di F. Albanese, “vuole distruggere l’Europa che non tradisce le promesse di uguaglianza e solidarietà tra i popoli in nome della difesa delle banche e dell’industria bellica”. E il dramma è che quest’opera distruttiva si sta compiendo con la palese complicità “scodinzolante al servizio del padrone statunitense di un nutrito manipolo di leader europei”.
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina.
Pubblicato lunedì 10 Agosto 2026
Stampato il 10/08/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/londa-di-ceuta-nel-nuovo-ordine-della-prepotenza-internazionale/




