Alice Weidel Afd, Ulrich Siegmund, Tino Chrupalla, politici Alternative Für Deutschland, AFD, festeggiano la vittoria in Sassonia-Anhalt (Imagoeconomica)

Il 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, un piccolo Land della Germania orientale, poco più di due milioni di abitanti, più o meno quanto la provincia torinese, l’AfD ha preso il 43,8 per cento dei voti. L’affluenza è arrivata al 77,8 per cento. È un voto dalla dimensione politica enorme: l’AfD ha sbancato proprio mentre molti più cittadini tornavano alle urne. Nel 2021 l’affluenza era stata del 60,3 per cento. Cinque anni dopo è cresciuta di 17,5 punti. Quasi otto elettori su dieci hanno scelto di partecipare. È un dato che dovrebbe interessare anche noi italiani, abituati a una disaffezione ben più profonda: alle politiche del 2022 votò il 63,9 per cento degli aventi diritto.

Ulrich Siegmund

Il partito guidato localmente da Ulrich Siegmund ha ottenuto 39 seggi su 83, tre in meno della maggioranza assoluta. La CDU è crollata al 17,2 per cento; SPD, Verdi e Linke sono rimasti tutti sotto il 10 per cento, mentre il BSW ha superato di poco la soglia del 5. L’AfD è una formazione di estrema destra, classificata dal servizio tedesco di protezione costituzionale come estremista a causa del suo nazionalismo, delle ossessioni anti-immigrazione e revisioniste sulla storia tedesca. Nata nel 2013, l’AfD ha conosciuto una forte crescita soprattutto dopo il 2021. Poi la svolta: nel 2025 con la conquista del 20,8 per cento e 152 seggi al Bundestag, diventando la seconda forza nazionale. Nel 2026 i sondaggi nazionali hanno portato l’AfD attorno al 30 per cento, in alcuni casi davanti alla CDU-CSU.

Intanto a votare la formazione in Sassonia Anhalt non sono stati soltanto pensionati nostalgici dell’Est. E nemmeno unicamente persone con poca istruzione né solo estremisti ideologici. Ha sfondato soprattutto tra gli uomini, tra i lavoratori manuali e tra le persone che dichiarano una situazione economica difficile. Tra gli operai il consenso è arrivato addirittura intorno al 59 per cento: quasi sei su dieci. In Sassonia Anhalt, dove i salari sono inferiori alla media nazionale e l’economia basata su polo chimico industriale è in forte crisi per i rincari, può aver pesato il rancore per un posto di lavoro perduto, il costo dell’energia per le famiglie, la rabbia contro l’immigrazione (nonostante sia quasi la metà rispetto al resto del Paese), la sensazione di essere diventati invisibili per una politica che parla molto di futuro e poco di vita quotidiana. Il fatto è che l’AfD ha capito quel sentimento, reale anche quando nasce da una percezione più che da una condizione oggettiva. Lo ha trasformato in una narrazione semplice, brutale, potentissima: qualcuno vi ha tolto qualcosa, noi sappiamo chi è stato, noi ve lo restituiremo.

Per intenderci: la Spd, che ha leggermente aumentato i voti, ha puntato su welfare e aumento dei salari La Linke ha proposto case accessibili, sanità, trasporti pubblici e lavoro sicuro. Tutte questioni concrete. Eppure è scesa all’8,6 per cento. Il trionfo a valanga dell’AfD non è arrivato dalla sinistra, ma dal collasso della CDU (che ha ceduto all’ultradestra ben 83.000 voti) e soprattutto da un colossale ritorno alle urne di decine di migliaia di astensionisti. Forse perché una parte dell’elettorato non cerca soltanto una risposta alla domanda “come vivrete meglio?”, ma a “chi siete diventati?”. E l’AfD ha risposto alla seconda domanda.

In Sassonia-Anhalt l’AfD è arrivata attorno al 40 per cento tra i 18 e i 34 anni. Un risultato che obbliga a cambiare il racconto. Perché quei ragazzi non sono la generazione della nostalgia della DDR. Molti non erano ancora nati quando il Muro è caduto. Non hanno conosciuto la frontiera tra Est e Ovest, non hanno vissuto il 1989, non hanno sperimentato sulla propria pelle la divisione della Germania. Per loro quella storia appartiene già ai libri. Eppure proprio una parte di quelle generazioni guarda all’AfD.

La Germania Ovest ha impiegato decenni per costruire una cultura pubblica della responsabilità verso il nazismo e la Shoah. La Germania Est seguì un’altra strada: si proclamò Stato antifascista e collocò il nazismo soprattutto nella storia del capitalismo occidentale. Poi arrivò la trasformazione economica dopo il 1989 con le privatizzazioni. Fabbriche chiuse o vendute, milioni di posti di lavoro scomparsi, emigrazione verso Ovest. Per molti significò l’ingresso nella precarietà, nella perdita di status, nella sensazione di essere arrivati in una Germania che aveva già deciso come doveva essere il futuro.

Da allora le distanze economiche si sono molto ridotte. L’Est non è più quello degli anni Novanta. Ma le distanze psicologiche sono più resistenti. Il dato regionale si inserisce infatti in una tendenza nazionale. Alle elezioni federali del 2025 l’AfD aveva raggiunto il 21 per cento tra i 18-24enni, il 24 per cento tra i 25-34enni e il 26 per cento tra i 35-44enni. Ha imparato a parlare anche a chi la Germania divisa non l’ha mai conosciuta. La destra radicale è ormai capace di penetrare in fasce sempre più larghe della società.

E Ulrich Siegmund, 35 anni, ha costruito una parte della propria popolarità non mostrandosi come il politico che arriva dall’alto. Sembra quello che incontri per strada. E il meccanismo funziona perché la politica, prima ancora di convincere, deve far sentire qualcuno riconosciuto. La propaganda contemporanea non dice necessariamente: leggi il mio programma. Dice: guardami. Programma che pure ha fatto presa: “remigration”, nazionalismo culturale, riduzione dell’integrazione europea, rapporti più stretti con la Russia, fine del sostegno militare all’Ucraina e ritorno all’energia tradizionale. Ma a condizionare il voto in modo decisivo è stata soprattutto una potente componente emotiva. Il punto non è chiamare fascista chi vota AfD, chi preferisce costruire auto invece di carri armati, è non smettere di riconoscere quando una forza politica comincia a rendere normale ciò che ieri sembrava incompatibile con la democrazia.

La questione riguarda l’Europa e il mondo: il voto di Sassonia-Anhalt non è finito il 6 settembre. Il 20 di questo mese toccherà a Berlino e al Meclemburgo-Pomerania occidentale. Nel 2027 arriveranno altri Länder. Se non ci saranno elezioni anticipate per il Bundestag. E il 2027 già si annuncia come un “super-anno” per i big della UE, chiamando alle urne i quattro Paesi più popolosi dell’Unione dopo la Germania: in Francia le presidenziali si terranno in primavera 2027, ad agosto si voterà in Spagna, a novembre in Polonia.

Roberto Vannacci (Imagoeconomica, Sara Minelli)

In Italia si tratta di capire se si rispetterà la scadenza naturale del governo Meloni, autunno 2027, o se la numero uno di FdI opterà per elezioni anticipate. Sullo sfondo, la partita sulla nuova (ignobile) legge elettorale e sulla gestione delle coalizioni, mentre cresce a destra la formazione legata a Roberto Vannacci. L’ex generale eletto a Strasburgo due anni fa ha già aderito formalmente a Europe of Sovereign Nations – ESN, il gruppo più a destra dell’emiciclo, fondato e guidato proprio dall’AfD. Nel frattempo ha costruito Futuro Nazionale, che nei sondaggi SWG di settembre è arrivato al 7,5 per cento, superando Forza Italia e Lega. Al di là ovvie diversità tra i due Paesi, il movimento di fondo è riconoscibile. Le destre radicali europee non si sentono più eccezioni nazionali. Si sentono parte di una stessa stagione politica.

A novembre gli Stati Uniti offriranno un altro banco di prova: il 3 si voterà per tutti i 435 seggi della Camera e per 35 del Senato. Anche negli Usa il voto sarà attraversato da questioni che ormai dominano molte democrazie occidentali: costo della vita, immigrazione, sicurezza, sfiducia nelle istituzioni, guerra culturale, identità.

Nelle destre contemporanee, infatti, sia in Europa sia a livello globale, la questione identitaria è il vero pilastro ideologico e il principale motore di consenso. La linea di faglia si è spostata sullo scontro tra globalismo e sovranismo. E pone dovunque la stessa domanda. Quanto può resistere una democrazia quando la paura diventa programma politico?

Il 18 e 19 settembre, proprio mentre la Germania tornerà alle urne, a Marzabotto, città martire, si terrà l’incontro “La democrazia, i suoi nemici e le sue sfide”. Promosso dal Comune in sinergia con l’ANPI, il Comitato Regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto, l’Istituto nazionale Ferruccio Parri e l’Istituto Alcide Cervi, vedrà la partecipazione di storici, politologi ed economisti (prevista inoltre una terza giornata conclusiva a Casa Cervi, Gattatico, il 10 ottobre).

Un convegno in un tempo in cui la democrazia scricchiola, la memoria diventa la sua prima linea di difesa. Nel luogo in cui il passato continua a interrogare il presente tornare a porsi le domande giuste: mentre crisi economiche e conflitti (la terza guerra mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco)mettono sotto pressione le democrazie occidentali, avanzano forme di potere dai nomi diversi ma con radici comuni: autoritarismi, autocrazie, tecnocrazie, “democrature”.

Per porsi domande giuste nel luogo in cui il passato continua a interrogare il presente su un tema urgente in un mondo scosso da conflitti improvvisi (la terza guerra mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco) e da crisi economiche che mordono la vita quotidiana, la democrazia occidentale sotto pressione come mai dal secondo dopoguerra, alla vigilia di importanti elezioni in Paesi dove avanzano forme di potere dai nomi diversi ma con la stessa radice: torsioni autoritarie, autocrazie, tecnocrazie, “democrature”.

Per difendere la democrazia — e soprattutto per aggiornarla alla realtà di oggi — serve prima di tutto capire. Analizzare, scomporre, distinguere, riconoscere cause ed effetti. E poi immaginare risposte nuove. È ciò che si propone il convegno, riunendo studiosi di primo piano: da Colin Crouch, teorico della “postdemocrazia”, a Marc Lazar, storico e sociologo della politica. C’è anche un’ambizione ulteriore: parlare alle generazioni più giovani. Per questo, accanto alle voci accademiche, ci sarà l’intervento teatrale di Andrea Pennacchi, portando sulla scena un antifascismo vivo.

Perché molto spesso la democrazia non muore urlando, ma quando ci abituiamo a chi la spegne un pezzo alla volta.