
La guerra scatenata il 7 ottobre del 2001 da George W. Bush e Tony Blair, sotto il nome di Enduring Freedom, contro l’Afghanistan sia per stanare e uccidere bin Laden, responsabile degli attacchi terroristici dell’11 settembre dello stesso anno negli Stati Uniti, sia, a loro dire, per liberare il popolo afghano, in particolare le donne, dall’oppressione talebana è finita con una stretta di mano tra la Casa Bianca e i talebani che, il 15 agosto del 2021, ha portato al ripristino della situazione precedente. I talebani sono tornati al governo del Paese. Chi spiega al popolo afghano il senso delle 176.000 vittime e del numero imprecisato di mutilati e mutilate? Secondo Save the Children, nei vent’anni di conflitto circa 33.000 bambini e bambine sono stati uccisi o mutilati.

Il ritiro precipitoso e disordinato degli ultimi contingenti statunitensi, i cui aerei sono stati presi d’assalto da una popolazione terrorizzata che, aggrappandosi a ogni parte possibile dei veivoli, sperava di poter scappare dalla violenza e ritorsione talebana, spiega meglio di tante parole quello che già si sapeva, ossia che nei piani degli occupanti non c’era certamente la liberazione del popolo afghano, riconsegnato in fretta e furia ai talebani per alleggerire i costi economici e umani, 2.456 soldati statunitensi morti, pagati dagli Stati Uniti in vent’ anni di occupazione. Nessuno in possesso di un po’ di realismo e onestà intellettuale ha mai creduto alla favola dell’intervento militare come strumento necessario per la democratizzazione dell’Afghanistan. E infatti, a quasi venticinque anni dall’avvio di Enduring Freedom, l’Afghanistan è tutto tranne che un Paese democratico.
Grazie a un’iniziativa di Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) le donne dell’organizzazione femminista e laica Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), fondata nel 1977 in Afghanistan, hanno potuto raccontare la situazione attuale del loro Paese. Rawa accusa l’imperialismo statunitense di aver riportato i talebani al potere. Cinque anni dopo il loro reinsediamento “i talebani non sono cambiati. L’ unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati”. Con il supporto finanziario e l’accesso alla tecnologia controllano in modo pervasivo le persone. Il grosso problema del loro ritorno è che “questa volta sono stati normalizzati”. Rawa ha sempre insistito affinché al governo talebano non venisse dato alcun riconoscimento internazionale, né direttamente né indirettamente. Tuttavia sta avvenendo proprio il contrario. Recentemente, l’Unione Europea ha ricevuto una delegazione talebana per discutere il tema dei rimpatri. È una notizia che fa riflettere sulla direzione sbagliata che ha ormai preso su molti temi e in particolare quello migratorio. Come è possibile immaginare di rimpatriate uomini e donne in un Paese dove le libertà fondamentali sono negate e la vita dei cittadini e delle cittadine, per il suo governo, non vale niente?

La riconquista a tavolino del potere da parte dei talebani è stata inizialmente contestata dalla popolazione con manifestazioni di piazza contro di loro e i loro alleati. Ma con il passare del tempo le donne di Rawa hanno cambiato tattica ritenendo che è “attraverso la lotta clandestina che possiamo salvare i nostri membri. Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. Quindi, stiamo cercando di salvare i nostri membri, di preservare il nostro potere e di condurre lotte clandestine, di dare voce all’Afghanistan, di concentrarci sull’istruzione e su attività simili in questa terribile situazione, perché i talebani sono alla ricerca degli attivisti e delle attiviste. I talebani controllano i social media, come Facebook, per individuare gli attivisti e le attiviste che pubblicano post contro di loro. I membri che lavorano in Rawa, stanno usando diversi metodi per combattere i talebani.

Continua Rava: “Quindi, in questo difficile scenario, abbiamo alcune attività clandestine. Non agiamo pubblicamente, ma pubblichiamo articoli e documenti sulla situazione in Afghanistan e svolgiamo anche altri compiti. In occasione del 15 agosto abbiamo sempre pubblicato dichiarazioni e annunci su Facebook, sul nostro sito web e su altri media a cui abbiamo accesso. Queste sono le nostre attività, oltre ai nostri corsi, alle nostre squadre sanitarie, alla distribuzione di cibo e simili”. Nonostante la prudenza esercitata, diverse donne sono state arrestate dai talebani. L’intera popolazione afghana soffre, ma le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto perché sono spogliate di qualsiasi ruolo sociale e politico. Sono ombre che camminano per le strade sotto il peso del burqa, che non toglie solo il respiro ma anche quella linfa vitale rappresentata dall’ esercizio del diritto fondamentale all’autodeterminazione.

La società afghana è il prodotto evidente e tangibile di una politica dominata dalla concezione iperpatriarcale della società, dove la segregazione di genere è totale, tanto da fare parlare Rawa di apartheid di genere. La condizione delle donne è tragica. I matrimoni precoci sono un aspetto drammatico che si accompagna al divieto, per le ragazze, di “accesso alle scuole secondarie e alle università. Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica; i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione ma di una segregazione sistematica. Per questo la chiamiamo apartheid di genere. Si tratta dell’esclusione e del controllo sistematico delle donne, semplicemente perché sono donne. Non hanno accesso a nulla, non possono fare nulla. Non solo è vietato alle donne l’accesso agli uffici o lavorare fuori casa, ma è vietato anche il lavoro da casa”.
Probabilmente l’Afghanistan è il luogo più difficile al mondo dove poter vivere la propria condizione naturale di donna. Per questo il lavoro di Rawa è così importante perché costruisce delle possibilità investendo sull’istruzione, per creare coscienza critica, e sulla formazione professionale, per dare un sostegno a famiglie che vivono in povertà ma anche per offrire una forma di realizzazione a quella parte di società che è costretta a vivere segregata. Ovviamente tutto avviene in gran segreto. I corsi sono clandestini e le insegnanti conoscono molto bene la popolazione delle zone in cui vengono organizzati. Rischiano molto perché i talebani possono fare irruzione durante la lezione e arrestare tutte. Insegnanti e alunne sono preparate a questa possibilità così si ingegnano per evitare di essere accusate di trasgredire la legge studiando e imparando. È una vita fatta di tante sfide che mescolano la determinazione di non lasciare seppellire i propri sogni dalla brutalità della società patriarcale talebana con la necessità di muoversi con astuzia all’interno di un sistema violento e totalitario che non tollera trasgressioni. Una vera e propria lotta per la sopravvivenza.

Rawa garantisce anche il supporto medico e infermieristico. Durante gli ultimi terremoti avvenuti nel Paese le donne sono state lasciate sotto le macerie perché non avevano più un familiare uomo, quel mahram che è sostanzialmente il loro tutore e in assenza del quale una donna non può fare praticamente nulla. L’aiuto degli uomini è indispensabile perché “questa lotta, queste attività senza l’aiuto dei membri maschili delle nostre famiglie e dei nostri gruppi sono impossibili, perché le donne non possono uscire di casa senza il mahram. Loro sono i principali aiutanti e sostenitori, ci stanno accanto, ci sostengono e ci appoggiano nel nostro lavoro”. In un contesto così fortemente repressivo non è facile ribellarsi ma “nella provincia del Badakhshan la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i talebani e il loro regime. I talebani combattono contro gli abitanti del Badakhshan perché professano una religione diversa e cercano di costringerli a convertirsi. Dicono loro che non sono musulmani, che non possono vivere in Afghanistan e che, se vogliono vivere in Afghanistan, devono cambiare religione”. Il controllo totale della popolazione è possibile grazie all’ impiego dei sistemi tecnologici. I talebani sono sempre alla caccia di informazioni sulle persone e “il Ministero del Vizio e della Virtù – sostiene Rawa – utilizza la rete con questo scopo e alcuni operatori di telecomunicazioni, tra cui dei funzionari, ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche. Quando ci sono manifestazioni, come quella che c’è stata nella provincia di Herat, individuano le persone che hanno partecipato tramite i numeri delle loro schede SIM. Si rivolgono agli operatori di telecomunicazioni e chiedono loro di fornire le informazioni, le registrazioni vocali”.

Ai talebani piacciono i soldi e il potere. Quest’ultimo è esercitato attraverso le minacce e la violenza mentre per il denaro fanno ampio ricorso alla corruzione e al pizzo. Lo sanno bene le Ong che ancora sono presenti nel Paese e il cui “modo di operare, di realizzare i loro progetti è diverso rispetto agli anni passati – spiegano le donne di Rawa – Le organizzazioni hanno familiarità con le regole che i talebani hanno stabilito. Il governo ha imposto alle Ong il divieto di fare alcuni progetti, come quelli rivolti alle donne. Organizzare un corso di formazione per donne è proibito, non è possibile, non si possono fare quei progetti, ma se si opera clandestinamente, si può continuare”. Dunque per consentire alle donne di esprimere le loro capacità e i loro desideri occorre operare clandestinamente e rischiare di essere imprigionate, torturate e perfino uccise. Alcune organizzazioni “per fare approvare i progetti versano dei soldi al Ministero dell’Economia. Ci sono persone all’interno del governo talebano che lavorano per questo scopo: quando le organizzazioni si recano al ministero dell’Economia per l’approvazione del progetto, queste persone, che fungono da collegamento, dicono loro di versare una determinata somma di denaro per fare approvare il loro progetto”.

Combattere contro un sistema così repressivo e corrotto è reso ancora più difficile dalla propaganda talebana che si adopera per restituire un’immagine della società diversa, perché non traspaiano le sofferenze della popolazione. Ma lavorano contro l’informazione corretta anche quei turisti che postano video che descrivono strade sicure, donne che ballano e cantano spensierate all’aperto. Fanno il gioco, consapevolmente o inconsapevolmente, dei talebani. Secondo Rawa, “questi video non fanno altro che nascondere la situazione attuale in Afghanistan. È un grande progetto in cui diversi youtuber vengono in Afghanistan, realizzano video e mostrano al mondo intero che ora in Afghanistan la situazione è migliore”. Tuttavia non entrano in contatto con la realtà afghana, fatta di diritti negati, povertà, violenza e terrore. Rawa ritiene che questo sia un grande progetto faccia che deve condurre alla normalizzazione dei talebani agli occhi del mondo. In Afghanistan la paura accompagna la vita delle persone perché infrangere qualsiasi regola raramente ha conseguenze non violente. Per strada, racconta Rawa, “si può vedere il Ministero del Vizio e della Virtù che arresta alcune donne per questioni legate all’ hijab. Dopodiché, vengono trasferite in prigione e vengono maltrattate. I talebani abusano sessualmente di loro, le molestano sessualmente, usano la violenza sessuale e le stuprano durante le procedure carcerarie, minacciandole con le armi. Sappiamo di diverse donne che sono state abusate dai talebani nelle carceri. Sappiamo che alcune donne hanno abortito in ospedale dopo essere state abusate dai talebani in prigione. E sono state anche abusate dall’esercito talebano nelle carceri”.

Davanti a tanta precarietà e violenza il popolo afghano non è tutto silente e sfida i suoi governanti. In Badakhshan, recentemente, “la gente comune ha organizzato delle manifestazioni contro i talebani. Quando un membro dell’esercito talebano ha abusato e violentato alcune donne di quelle famiglie, gli abitanti del villaggio sono insorti, si sono ribellati all’esercito talebano e alle politiche dei talebani. Sappiamo che tutto il popolo afghano rifiuta gli ideali dei talebani, la loro pressione sulla popolazione, sulla gente comune e sulle donne in Afghanistan. Alcuni giorni fa degli abitanti della provincia di Herat, nell’area di Jebrail (dove si concentra la comunità hazara di Herat, ndr) hanno manifestato contro i talebani e le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, che avevano arrestato alcune donne in questa zona. Quando quelle donne sono state arrestate a causa dell’hijab, la popolazione di Jebrail è insorta contro i talebani. Si è ribellata e ha organizzato manifestazioni contro l’esercito talebano, contro il Ministero del Vizio e della Virtù”.

I talebani usano la repressione e le loro azioni prendono di mira le donne, le persone che scendono in piazza e si oppongono a loro. Quindi, si tratta di una sorta di pressione sistematica, una pressione sistematica sulle donne, sulle famiglie e su tutte le persone che vivono in Afghanistan sotto il dominio dei talebani. E tutti sanno che né i talebani né chi li sostiene lavora per il popolo afghano. Ciononostante, “i talebani stanno stringendo accordi con Paesi stranieri, delle alleanze. Non possiamo accettare questo tipo di politiche e le respingiamo categoricamente”. Sebbene l’oppressione del governo afghano non conosca sosta, il coraggio di quelle donne che non si arrendono e lottano dall’interno per il cambiamento in senso democratico della società afghana non si è spento. Rawa è parte trainante di questa forza. Le sue attiviste sanno che la lotta è complicata perché “il lavoro di Rawa è stato molto difficile nelle diverse fasi verificatesi in Afghanistan fino ad ora. Non ci arrenderemo mai, non rinunceremo mai al nostro obiettivo, al nostro percorso, a tutte le attività che svolgiamo per le donne afghane. Per Rawa, più la situazione si fa difficile più cresce il suo impegno per le donne, per il popolo afghano. Quindi continuiamo per la nostra strada. Stiamo lavorando più duramente di prima per le donne afghane, per le donne di tutto il mondo (tessendo anche relazioni con donne in altre parti del globo, ndr).

“Pertanto – è la conclusione delle donne di Rawa – una delle nostre parole più potenti è lotta, solo lotta e lotta, perché attraverso la lotta possiamo trovare la nostra strada, possiamo resistere di fronte alle grandi potenze del mondo e possiamo anche migliorare la condizione delle donne afghane. Lottando contro i fondamentalisti, contro l’imperialismo statunitense e le potenze e le alleanze di questi Paesi”.
Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv
Pubblicato giovedì 3 Settembre 2026
Stampato il 03/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/afghanistan-parlano-le-donne-solo-attraverso-la-lotta-possiamo-trovare-la-nostra-strada/



