
Chi visita Padova e, in particolare, sosta nella centralissima Piazza delle Erbe non può fare a meno di notare sulla facciata di Palazzo Moroni (sede del Municipio) una carta geografica che rappresenta l’impero coloniale fascista. Naturalmente questa non è la sola traccia del regime mussoliniano: tante ne possiamo trovare percorrendo tutta l’Italia da Nord a Sud.

Monumenti, edifici, lapidi, nomi di strade e piazze: il fascismo ha lasciato dietro di sé una gigantesca eredità materiale. Ricordo un giro fatto a Tresigallo, singolare paese emiliano: percorrendo il suo corso centrale, sembra di essere catapultati in un contesto urbano totalmente fascistizzato. Si pensi ancora, per esempio, alla toponomastica delle città, travolta e stravolta in epoca fascista: nomi di città, contrade, regioni africane o battaglie vittoriose e cognomi di eroi morti in nome dell’impero.
Emanuele Ertola, storico dell’Università di Siena, ha da poco pubblicato un saggio che analizza il modo in cui l’Italia, dal 1943 a oggi, ha convissuto con l’imponente eredità fisica ed edilizia del Ventennio.
Il libro mappa e analizza la presenza di caserme dismesse, Case del Fascio poi riconvertite, scritte sui muri, statue e affreschi coperti e poi riscoperti, uffici postali, edifici istituzionali, ospedali, colonie estive, palestre… insomma una pulsione architettonica straripante. Il fascismo, come scrive l’autore, attraverso l’occupazione dello spazio pubblico aspirava all’eternità con «opere progettate per sopravvivere al tempo e restare». Aspirazione alla durata che caratterizzava anche il nazismo: in un suo saggio memorabile, dal titolo Hitler secondo Speer, Elias Canetti ricordava come i monumentali progetti edilizi del dittatore ambissero a una durata plurimillenaria, più longeva delle stesse piramidi egiziane.
Non solo Ertola illustra, per quanto brevemente, un campionario di edifici del regime, ma ricostruisce – ed è la parte più cospicua del volume – il dibattito su questa pesantissima eredità attraverso un percorso cronologico diviso in tre fasi principali.

La prima fu l’immediato dopoguerra, caratterizzato da forti spinte di rottura, ondate di iconoclastia e tentativi di cancellazione simbolica per marcare la distanza dalla dittatura. Significativa la distruzione di simboli del regime già all’indomani del 25 luglio 1943. Busti del dittatore rotolarono per strada in balia del furore popolare e di gesti dissacratori, come quello che racconta Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca (un capolavoro misconosciuto della letteratura italiana del 900). D’Arrigo racconta di un busto di ‘gesso bronzato’ che, dopo essere stato sottratto alla Casa del Fascio di Reggio Calabria, alcune donne usavano come pitale: «pipìaci, bella, pipìaci nella testa dello scellerato».

Ertola rammenta anche che i governi di Liberazione intervennero, per esempio con direttive, per rimuovere le intitolazioni fasciste delle strade, ma certo molto si lasciava fare a livello locale. Ertola conclude precisando che comunque la «distruzione era un’eccezione, non la regola», e del resto si pensi alla sopravvivenza più eclatante: il Foro Italico a Roma.

La seconda fase è quella degli anni del boom economico, durante la quale si ha un lungo periodo di “convivenza silenziosa”, in cui le strutture sono riutilizzate per fini pratici e democratici, quasi depurandole dal significato ideologico originario (o ignorandolo). Nell’impossibilità concreta di fare tabula rasa dell’espressione materiale del regime, lo Stato repubblicano ha risignificato – come scrive Ertola – gli edifici fascisti: così la Casa Littoria di Bergamo è diventata sede di uffici che vanno dall’Ispettorato del lavoro all’INPS, o sede di associazione come l’ANPI o di enti come l’ENEL. Allo stesso tempo, nel corso dei decenni, di molti di quegli edifici si è persa la memoria storica e un generale oblio sembra essere calato su quelle tracce, ricoperte dalla loro funzione attuale. Insomma, la storia di una nazione è anche una storia di rimozioni e di elusione del proprio passato.

Torniamo ancora a Padova: lo studente che oggi entra al Liviano, una delle sedi dell’Università, raramente viene informato, o si informa da sé, sull’origine degli affreschi alle pareti. Sono opera di Massimo Campigli e vennero dipinti tra il 1939 e il 1940: rappresentano l’apoteosi del lavoro, dello studio e della continuità del regime con il mondo romano. Si tratta in ogni caso, a essere sinceri, di una delle grandi opere di Campigli, ma sarebbe bene contestualizzare quei 250 metri quadrati di affreschi e ricordare sempre l’ideologia fascista che la sosteneva.

La terza fase riguarda il dibattito contemporaneo, sviluppatosi a partire dagli Anni Ottanta, quando si sono riaccese battaglie culturali sulla gestione di questo “patrimonio difficile”. L’autore nota in particolare la cosiddetta defascistizzazione delle ‘tracce fasciste’, soprattutto di quelle artistiche, che sembrano smarrire il passato storico in cui sono state create e le loro finalità ideologiche: «il criterio estetico regna su tutto il resto: sul soggetto rappresentato, sulle ragioni del committente e dell’artista stesso, sul messaggio che veicola e sui sentimenti che suscita».

Cosa fare allora? Rimuovere e distruggere le tracce del passato fascista? Obliare e occultare, abbandonare? Musealizzare oppure risignificare, e cioè mutare di senso e significato l’eredità di quel passato senza libertà? Un esempio di questo tipo sono l’Arco della Vittoria e l’ex Casa Littoria di Bolzano. Quest’ultima è diventata un centro di documentazione sul nazifascismo in Sudtirolo. Lo storico Ertola propende, dunque, per la storicizzazione del monumento o del manufatto edilizio, senza abbandonarsi soltanto, quando c’è, alla contemplazione estetica. Ridotto unicamente a questa, il passato – e il passato di un regime totalitario – rischia di diventare accettabile e, perché no, anche desiderabile e imitabile in prospettiva futura.

Più cauti, ma è solo un dettaglio, occorre a mio avviso essere circa l’ipotesi avanzata dall’autore secondo cui un edificio o monumento fascista possano esercitare effetti subliminali sull’ignaro passante (l’esempio che Ertola porta è la statua fascista in Piazza Vecchia a Bergamo).

Credo che la persuasione subliminale funzioni in altri modi e, anche fosse, perché allora non dovrebbero agire sull’inconscio di uno spettatore anche monumenti di altre epoche o con altri riferimenti (si pensi al Monumento al Partigiano di Piazzale della Pace, a Parma)? In ogni caso, la lettura di questo saggio rappresenta un’ottima occasione e un buon antidoto per non farsi ammaliare dalle tracce architettoniche e artistiche del fascismo, che periodicamente qualcuno torna a decantare.
Pubblicato giovedì 3 Settembre 2026
Stampato il 03/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/litalia-che-cammina-tra-le-ombre-del-passato-convivere-con-leredita-del-fascismo/



