Le immagini del film Odissea sono del distributore per l’Italia: la Universal Picture, che ringraziamo

Successo al botteghino previsto (ma andato oltre ogni benevola aspettativa). Vista la caratura artistica del regista Christopher Nolan attesa di un nuovo probabile capolavoro. Per quanto ormai siano diversi anni che mi diletto di critica cinematografica, mi dichiaro un po’ spiazzato dal successo globale di un’ulteriore versione di un testo (filmico e\o letterario) già più che conosciuto: resto legato all’idea che il cinema debba cercare storie e vie narrative nuove, il ricorso alle opere già realizzate sta diventando il segno di una fatica a concepire qualcosa di inedito. Ma tant’è: il pubblico, bene o male, resta sovrano. Del resto Nolan è uno dei pochi autori capace di esprimere sceneggiature e dinamiche narrative con uno stile riconoscibile, e nel suo cinema resta chiaro un intento culturale e politico di livello.

Matt Damon protagonista dell’Odissea di Nolan

Di questo film si è già scritto massivamente: per cui procedo per suggestioni e riflessioni che arrivano quando tante altre opinioni le avete già lette. Mi perdonerete se non esce qui molto di nuovo.

Un’opera ricca di riferimenti così intensi, archetipali, come la splendida avventura di Odisseo di ritorno dalla guerra di Troia, vero paradigma del viaggio esistenziale prima ancora che fisico, spaventerebbe chiunque volesse metterci le mani, visti anche i risultati delle precedenti versioni filmiche.

Da L’ile de Calypso di Georges Méliés (1906)

Da Georges Méliés che realizza un cortometraggio su una parte minima del testo ne L’ile de Calypso addirittura nel 1905, si passa alla prima organica rappresentazione delle vicende del poema ne L’Odissea di Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan: film muto di 44 minuti, che nel 1911 dimostra che il cinema può già confrontarsi con soggetti visivamente così impegnativi.

Da L’Odissea di Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan: (1911)
Kirk Douglas è Ulise nel film di Mario Camerini (1954)

La prima versione realizzata in chiave kolossal (sia pure nella sensibilità del cinema italiano: producono De Laurentis e Ponti) è del 1954, Ulisse, con la regia di Mario Camerini e Kirk Douglas che presta le fattezze al protagonista. Dato interessante: Penelope e Circe hanno lo stesso volto, quello della meravigliosa Silvana Mangano.

Forse l’immaginario collettivo nel nostro Paese è però legato a un film televisivo del 1968, Odissea, diretto da Franco Rossi in collaborazione con Piero Schivazappa e Mario Bava.

Irene Papas nel cast della miniserie Rai del 1968

Colpì molto il cast, con Bekhim Femhiu e Irene Papas nei ruoli principali: produzione internazionale, godette dell’introduzione a opera del poeta Giuseppe Ungaretti. La tv ripropose il soggetto, secondo la dinamica di quelle che poi sono diventate le serie televisive (da noi il termine sceneggiato televisivo si è estinto da tempo), con una grande produzione statunitense nel 1997, diretta da Andrei Konchalovsky e interpretata da Armand Assante.

Dal film di Luciano Piavoli Nostos (1989)

A questa essenziale rassegna (se si va sulle versioni a cartoni animati o ai riferimenti indiretti si allungherebbe di molto) aggiungo due titoli di altri registi italiani. Luciano Piavoli realizza nel 1989 Nostos – Il ritorno, opera sperimentale di grande valore poetico; Itaca – Il ritorno diretto da Uberto Pasolini nel 2024: come suggerisce il titolo, si sofferma soprattutto sulle vicende di come Ulisse recupera il trono e l’amore di Penelope. Sono Ulissi dolenti e segnati dalla guerra e le difficoltà del ritorno, con la perdita del proprio equipaggio come espressione del lutto di fronte a un fato che non fa sconti.

Da Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos (1995)

Ci sono poi due film d’autore che rimandano al poema omerico, ma contestualizzandolo in altro modo. Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos (1995), pone la vicenda di un regista nel naufragio collettivo delle guerre nei Balcani degli anni 90 e conclude il film con l’assedio di Sarajevo, invertendo il percorso di un Odisseo che piomba nel cuore del conflitto, non può fuggirne.

Da Fratello, dove sei? di Joe ed Ethan Coen (2000)

Chiudiamo con il geniale e brillante Fratello dove sei? (2000) di Ethan e Joel Coen, che ambientano una Odissea non ortodossa negli Stati Uniti degli anni a cavallo tra 1920\30: Everett Ulysses evade dal carcere per impedire alla moglie Penny di risposarsi e incontra una serie di personaggi ispirati a Omero. Godibilissimo, colonna sonora meravigliosa.

E l’Odissea di Nolan, quindi? Ce ne vuoi parlare?

Dal film Odissea di Nolan

Del poema il regista trattiene il più, opera le sue cesure, reinterpreta, definisce i personaggi secondo prospettive proprie. Le rielaborazioni non sono arbitrarie, di fatto il rispetto del poema originario è garantito, anche se la figura di Ulisse appare in sottotono, un eroe a volte confuso e tormentato, talvolta per eccesso. Ci si sofferma molto sulla guerra, della narrazione di Iliade si conserva la pietas verso gli sconfitti tradotto nel senso di colpa dei vincitori: ricordiamo che molti degli artefici della caduta di Troia vivranno un ritorno drammatico.

Ulisse rimane segnato da come la sua astuzia si è tradotta nel massacro. Inevitabile il riferimento al film precedente del regista, Oppenheimer (2023): l’uomo che ha la principale responsabilità della produzione dell’arma più letale, l’ordigno nucleare, è corroso dal senso di colpa perché il suo ingegno ha spalancato la porta ai poteri più oscuri dell’umanità.

Odisseo fa aprire con l’inganno di un falso dono le porte della città che sarà annientata e si fa travolgere dalla coscienza di quanto ha agito in dispregio alla legge di Zeus, quella dell’ospitalità a chi ha bisogno, norma che riassume in sé la prospettiva etica della cultura greca. Sul piano della condanna della guerra ci siamo: il messaggio è limpido, sia pur contraddetto da un finale violento, in cui il re di Itaca stermina da solo i pretendenti di Penelope, in una sequenza di impronta molto USA.

Questa prospettiva si definisce nell’insistenza con cui si parla di genti del mare dalla cui invasione guardarsi, come la possibile fine della propria cultura: fino al comprendere che non esiste un nemico esterno, ma solo quello che si può diventare a sé stessi quando si negano i propri presupposti etici e si dimenticano gli aspetti migliori della radice culturale da cui si origina. In questa chiave e in quella di un cast multietnico – che ci ricorda che non è di Itaca che stiamo parlando, ma degli Stati Uniti di oggi – risiede la lettura politica del film, che è chiara: l’impero tradisce la propria identità quando smarrisce la prospettiva di un essere nella giustizia dell’accoglienza e della pietà.

Presumo che negli States la maggior parte degli spettatori non terrà conto più di tanto di ciò: ma il senso di angoscia nel contemplare la folla di coloro che dalla guerra non torneranno – Ulisse guidato da Tiresia entra in contato con loro visitando l’Ade: una delle scene più riuscite – la dice lunga sul giudizio su chi l’ha scatenata, pervertendo l’ingegno umano a pura follia distruttiva.

Qualche recensione sottolinea una visione femminista: non mi pare che Nolan si distingua in tal senso. Del resto le eroine di Omero sono già ben definite di per sé, emergono dalla tradizione classica greca come riferimenti di una umanità per molti aspetti sottomessa, ma sicuramente più consapevole e risolta, anche sul piano degli ideali etici. Qui le figure di Circe (che ha una sua efficacia visiva notevole) e di Calipso sopravanzano su quella di Penelope, a cui il film non aggiunge in dignità rispetto al poema, in una lettura del personaggio tutto sommato convenzionale.

Qualche altra parola sulla dea Calipso, che più che amante di Ulisse risuona come la sua psicoterapeuta: artefice di un dialogo capace di riportarlo alla coscienza di sé, con il buon aiuto di fiori di loto a guisa di psicofarmaco, lo guida al ritorno, pur soffrendo le conseguenze della separazione. “Rinuncia a combattere. Rinuncia al controllo e vivi. È un atto di fede che non hai mai fatto” dice all’eroe che sta per consegnarsi al mare su una zattera di fortuna. Ragionevole come consiglio: molto da psicoterapeutica contemporanea.

Sul piano visivo il regista angloamericano dimostra di sapere il fatto suo: non tutto sfolgora (Polifemo così così, Scilla e Cariddi insomma), ma l’impianto della rappresentazione per immagini, locations incluse, ci offre il meglio di quanto può offrire il cinema contemporaneo.

Sul cast mi resta la perplessità di un Odisseo così yankee come Matt Damon (altro che Elena interpretata da Lupita Nyong’o, afrodiscendente: questo a me va benissimo, le polemiche cretine le lascio al razzismo di profilo infimo) e un Telemaco sbiadito. Per il resto: il cinema non è solo arte, è un’industria. Rassegniamoci a operazioni di marketing che peraltro sono state in passato anche più invadenti riguardo a interpreti e adattamenti. Se ricordate Troy di Wolfgang Petersen (2004) sapete bene che Nolan poteva fare di peggio (peraltro questo film sull’Iliade doveva dirigerlo proprio lui).

Uscisse un Oscar per Elliott Page, attore trans, interprete di un personaggio che nell’Odissea non c’è, Sinone, e che qui invece ha un ruolo importante, sarebbe meritato.

Un film che avrei apprezzato di più con un finale diverso: nel poema il suo ripartire da solo secondo l’indicazione di Tiresia (vera coscienza critica della tradizione classica greca) illumina il destino nobile di Ulisse, per certi aspetti il riscatto dalla presunzione che spesso lo ha condotto all’errore: la missione di portare conoscenza per redimere un’intelligenza cangiante ma non sempre ben utilizzata, nel servizio a chi ignora.

Insomma: non è il capolavoro di Christopher Nolan (i miei preferiti restano Dunkirk e Oppenheimer, per certi aspetti Il cavaliere oscuro) ma averne, filmoni così. Il cinema deve vivere anche del successo: e della sua capacità di rivitalizzare, magari anche in modo controverso, gli archetipi culturali dell’umanità.

Un velo di tristezza nel considerare che ci vuole un film perché ci si possa riappassionare a un testo fondamentale come l’Odissea… segnalo in tal senso un libro bellissimo di qualche anno fa, anche come balsamo per chi vedrà il film e non lo apprezzerà: Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea di Daniel Mendelsohn (2019: Edizioni Einaudi). Un testo che ci fa capire, una volta di più, quante risorse abbiamo nel nostro genoma di sognatrici e sognatori, artefici di poesia, ma soprattutto capaci di ricordare sempre le motivazioni etiche che possediamo per dire di no alla guerra, al dolore ingiusto, alle logiche del dominio.

Che sia agli dei o agli uomini, ci possiamo ribellare.