Ogni novità appare di solito inopportuna
Immanuel Kant

Nel suo ultimo libro, Il Capitale nell’Antropocene, il filosofo giapponese Kōhei Saitō, paventa, come esito politico della progressiva inabitabilità del pianeta, una soluzione definita come fascismo climatico. In una concettualizzazione parallela, il Nuovo Leviatano, concetto mutuato dal Climate Leviathan, elaborato dagli studiosi Geoff Mann e Joel Wainwright, si caratterizzerà come risultato di un’inerzia programmatica verso l’aumento delle sostanze climalteranti, per «il mantenimento dello status quo» e quindi prono all’imperativo di una crescita economica illimitata che aggraverà in modo consistente gli sconvolgimenti, di fatto irreversibili, del perturbamento climatico. Il Capitalismo della Finitudine volgerà, come supplemento negativo, la crisi ambientale in un’occasione per fare nuovi affari, in un possibile nuovo ciclo di accumulazione del capitale. Lo Stato «farà di tutto per proteggere gli interessi delle classi privilegiate, soffocando severamente la minaccia all’ordine rappresentata dalle vittime e dai profughi ambientali» [1].

L’intensificarsi delle migrazioni, causate dagli estremi della progressiva desertificazione e da bibliche inondazioni, non agiscono in uno spazio neutrale, ma dentro un contesto che mira al dominio degli spazi agricoli, dentro un progetto di appropriazione necessario al comparto occidentale dell’agrobusinnes. Il combinato della catastrofe ecologica e dell’aumentata pressione predatoria sulle risorse, pressione atta a sostenere lo stile di vita imperiale del nord globale (di una sua circoscritta minoranza, in primo luogo), condizionano e radicalizzano in modo evidente le soluzioni politiche già in corso negli ultimi decenni: crisi delle democrazie dette liberali, progressiva oligarchizzazione ed esecutivizzazione delle procedure democratiche, con risorgenza di vecchi e consolidamento di nuovi fascismi.

Guerre e riarmo generale implementano questo scenario prepotentemente regressivo; implementano il reciproco sostenersi, il circolo vizioso, del degrado dei cicli bio-geochimici del pianeta, dell’aumento delle diseguaglianze, della centralizzazione dei capitali, dell’erodersi degli spazi democratici. Non è un caso che una nuova forma di fascismo, quello empiricamente e grossolanamente chiamato Fascismo tecnologico o Fascismo della Silicon Valley, esiga, insofferente a ogni mediazione, l’accelerazione ulteriore di ogni potere decisionale. Ma di questo si dovrà parlare ampiamente e in modo articolato in altra occasione.

La nostra associazione non gode di buona salute riguardo le tematiche ecologiche, solo un fuggevole plauso alla nuova formulazione dell’articolo 9 della Costituzione; nell’ultimo documento congressuale appare, in alcune righe, la nozione di sostenibilità ambientale; nozione da tempo manipolata dal peggior green washing e mortificata da Kōhei Saitō a nuovo oppio dei popoli. Nella prassi politica l’assenza di queste tematiche è pressoché totale, a parte l’operato di alcune sezioni di buona volontà.
Ci si dice che questo non è lo scopo statutario dell’ANPI. Che non siamo un partito politico con un intervento ad ampio raggio. Certo, ma una cosa riguarda la promozione diretta di obiettivi politici, un’altra riguarda il sostegno, l’appoggio esterno, persino una calorosa simpatia ai comitati civici e alle associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente: ove spiccano per numero e impegno i giovani ambientalisti (e antifascisti) organizzati in Extinction Rebellion, Last Generation e nelle mobilitazioni del Friday for Future.

Se prendiamo sul serio la questione, concreta, attuale, matura da tempo, del fascismo climatico, un rinnovamento analitico e nell’agenda politica, che si profila come un elementare adesione al principio di realtà, deve inserirci in questa prospettiva; una risposta teorica e culturale alla desolante insufficienza attuale è prioritaria. Tra l’altro neofascismo europeo, populismo reazionario, e non solo, stanno dotandosi di argomenti e programmi politici che ambiscono a qualcosa di più consistente del negazionismo climatico più rudimentale e grottesco.
Il fascismo fossile, come lo chiama Francesca Santolini nel suo ottimo libro Ecofascisti, pubblicato da Einaudi, si sta “rinnovando” con una propaganda eco-nazionalista, diciamo così, negazionista interpretativa, in via di raffinazione, o, meno grezza. Il British National Party in Inghilterra, il Rassemblement National in Francia, lo Schweizerische Volskpartei svizzero, come anche Vlaams Belang (Interesse fiammingo) in Belgio e l’organizzazione giovanile dell’Alternative für Deutschland in Germania, denunciano il saccheggio e degrado ambientale come il risultato dell’immigrazione “di massa”, della minaccia alle terre europee da parte di individui “senza radici” ed estranei ai confini e alle “tradizioni” secolari dei territori; insomma “sangue e suolo” riassunti nell’immancabile perversa, paranoica, retorica del Grand Remplacement, della Sostituzione etnica.

La manipolazione poi del pensiero della Deep Ecology, si presenta come una bizzarra mistica della natura, sorretta da un progetto di organizzazione politica di stampo militare e gerarchico; sono questi i temi di una pretesa fascistizzazione spirituale, nero-verde, dell’ecologia. Tutto ciò, schematizzando, è un orizzonte sul quale si dovrà agire in primo luogo culturalmente; con l’apporto decisivo e la ricchezza di contenuti da decenni elaborata dall’eco-socialismo. Sempre che ne si riconosca, nel drammatico tempo dell’Antropocene, urgenza e attualità politica. Il nesso con lo svuotamento della qualità della democrazia appare in tutta la sua tragica evidenza. Di questo è necessario, quanto prima, anzi da oggi stesso, avviare un confronto tra di noi.
Marco Sannella, Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio, Milano
NOTE
[1] Kōhei Saitō, Il Capitale nell’Antropocene, Torino, Einaudi, 2024, p. 90.
Pubblicato lunedì 5 Ottobre 2026
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