Enza Lasalandra

Orgogliosamente nipote di Tommaso Lasalandra, il nonno partigiano a cui il Consiglio Regionale della Puglia e l’ANPI, nel trentennale della Costituzione, hanno assegnato il Diploma di Benemerenza con Medaglia Commemorativa, Enza è una sensibile poetessa, attrice, autrice di teatro e regista di cinema indipendente (Diamond Produzioni Indipendenti). La sua ricerca artistica si concentra sull’esplorazione dell’animo umano e sulla lettura della società contemporanea. Affronta tematiche come la disabilità, la sicurezza sul lavoro, la violenza sulle donne, i disturbi alimentari e le malattie degenerative come la SLA, tema del suo ultimo cortometraggio, “Gli unicorni volano liberi”.

La registra e autrice Enza Lasalandra con il padre Carlo (da Facebook)

Nonno partigiano, antifascista e comunista e perciò perseguitato dal regime fascista, con il confino e il carcere, Enza è figlia di emigrati da Cerignola (FG) a Torino, dove nasce nel 1963. “Dai genitori imparai presto il senso di indipendenza, libertà e rigore. Mia madre Nicoletta, che da piccola in Puglia lavorava in una sartoria, aveva molta fantasia e disegnava gli abiti per tutte le sorelle (erano 6)”, ci racconta.

Giunta a Torino non mise a frutto la sua abilità, ma lavorò prima in una fabbrica di fiori di plastica, poi chiese al Comune la licenza per vendere abbigliamento: il suo creativo banchetto attirava gente persino dalla vicina Francia. Era una donna libera che mi ha insegnato la felicità e l’indipendenza: le sono molto grata. Quando un giorno vide il fratello aggredire la moglie con una sedia, esortò la cognata a liberarsi, rendendosi autonoma. Purtroppo è venuta a mancare sei anni fa. Ho scritto anche dei testi teatrali dedicati a lei. “Mio padre Carlo, fortunatamente ancora in vita, da piccolo faceva il cuoco, poi andò a lavorare alle poste dove fece il fattorino, il postino e il ripartitore, fino a diventare capo ripartitore. Mi ha insegnato la fermezza, la serietà e il non essere ricattabile. Scrive anche lui dei racconti incredibili: in futuro, risorse permettendo, mi piacerebbe realizzarci un film”.

Regista cinematografica, attrice, autrice e produttrice indipendente: come ti sei formata?   

I miei temi a scuola venivano letti davanti alla classe, tanto che furono le stesse insegnanti a suggerirmi di scrivere ovunque, conservare ciò che scrivevo e preservare quel dono, che un giorno avrebbe potuto servirmi. E avevano ragione!  Dopo aver frequentato Ragioneria, ho fatto un anno e mezzo di Giurisprudenza, ma per me era un indirizzo troppo “tecnico”. Ai tempi si trovava facilmente lavoro, così iniziai a lavorare. Mi appassionava la Medicina, avevo superato i test per iscrivermi, ma due eventi mi cambiarono i programmi: la prematura morte di mio fratello e il fatto che fossi in attesa di Alessio, il mio secondo figlio. Avevo circa trent’anni, mi dissi che ero grande abbastanza e allora rinunciai. Feci un concorso 36 anni fa all’Agenzia delle Entrate, lo superai ed è rimasto il mio lavoro. Questo per la parte della mia vita “ordinaria”. Per quella che riguarda la fantasia, invece, scrivo testi e poesie e faccio teatro, che definisco l’urgenza dei nostri tempi.

Come hai scoperto di voler girare dei film?   

Un giorno l’ex fidanzato di mia figlia, Alessio Periti, un giovane regista e compositore, mi invitò a vedere un suo lavoro. Mi resi conto allora che il cinema non era come immaginavo io, realizzabile solo dai mostri sacri, ma potevamo farlo anche noi. Così gli proposi un soggetto riguardante il coming out di un ragazzo, lui però mi chiese la sceneggiatura, con cui non mi ero mai cimentata. Mi spiegò come fare, la scrissi e, lui facendo le riprese, io dirigendolo, realizzammo il cortometraggio, “La strada verso me stesso”. Un lavoro, a suo avviso, riuscito oltre le nostre stesse aspettative. In seguito, frequentai una scuola di regia e sceneggiatura, feci dei corsi per il montaggio e tuttora continuo a documentarmi. Mi piace abbracciare più figure possibili, dalla scrittura al montaggio: il cinema si avvale di molte figure, ma non me le posso permettere.

Nel corso degli anni ho collaborato con piattaforme e realtà creative come Userfarm e Myvisto, firmando campagne d’impatto, con diversi spot. “Grazie al… casco”, sulla sicurezza sul lavoro, ha vinto il Primo premio con la Fondazione Lazzareschi; lo spot “Lo scongiuro”, dedicato alla prevenzione dei tumori maschili, ha vinto il Primo premio nazionale con la SIU (Società Italiana di Urologia). È piaciuto ed è stato premiato anche uno spot per la Nutella, “Violini per Nutella”.

Come produci i tuoi lavori?    

Per i lavori destinati a Rai Cinema Channel, RaiPlay o ai concorsi, mi sono avvalsa di due veri professionisti: Walter Tulmen Corrado, direttore della fotografia, per le riprese e Concetta Pistorio, per l’audio. Da indipendente, sostengo io stessa i costi, mettendo da parte il denaro, del resto non fumo e non ho nemmeno la macchina. Se si vuol fare qualcosa, il prezzo è solo una delle componenti. Ciò che per me più conta, è raccontare il mio punto di vista. Seguendo diversi suggerimenti, sto comunque valutando anche altre strade per reperire i fondi, sebbene per percorrerle ci sia bisogno di appoggiarsi a un’impresa o di esserlo.

Roma. La sede centrale dell’Ente Nazionale Sordi (ENS)

Quali obiettivi persegui attraverso i tuoi lavori?    

Mi stanno a cuore tematiche sociali ed esistenziali. Il corto “Il rumore del mare”, riconosciuto con il Premio ENS (Ente Nazionale Sordi) al Festival Tulipani di Seta Nera, ad esempio, è dedicato alla figlia di mia cugina, Desyreé Terminello, nata sorda profonda bilaterale. Narra la disperazione iniziale dei genitori e la successiva rinascita, grazie all’impianto cocleare, con il quale la piccola è tornata a sentire. Mia cugina e i medici dell’ospedale, a volte utilizzano il corto per dare coraggio alle famiglie che ricevono la stessa diagnosi e questo mi rende felice.

“Un due tre stella”, l’impegno politico contro il nazifascismo… 

È un corto dedicato a nonno Tommaso, partigiano, e a mio padre. Mio nonno era nato a Cerignola il 14 dicembre 1906, faceva il contadino e aveva due figli. Nel 1931 entrò a far parte del partito comunista promuovendone propaganda, proseliti e manifestazioni. Il 3 aprile 1933 fu arrestato per tentata ricostituzione del partito comunista e inviato al confino, prima presso la Capitanata di Foggia, poi a Ponza, alle Tremiti e a Ventotene. A Ponza, il 6 maggio 1935 (sentenza del tribunale di Napoli) fu condannato a dieci mesi di arresto, per aver partecipato il 24 febbraio (1935) a una protesta collettiva. Per essersi ripetutamente rifiutato di fare il saluto romano, il 30 agosto 1938, a Tremiti gli furono inflitti due mesi di detenzione nel carcere di Lucera. Fu poi internato a Cellere, dal 22 aprile 1941 e l’8 ottobre, trasferito ad Acquapendente, con foglio di via obbligatorio e l’ingiunzione di presentarsi al podestà locale. In seguito si trasferì a Torino con la famiglia. Ero bambina quando mio nonno, mentre mi toglieva i semini dai chicchi d’uva, mi raccontava di quando in guerra scappava con mio padre piccolo sulle spalle e alla fine, mi faceva promettere di votare in un certo modo. Io non capivo, ma più tardi chiesi a mio padre, a suo tempo molto piccolo, cosa ricordasse della guerra e lui mi parlò dei partigiani (anzi, “gli amici di papà”) che andavano a casa di mio nonno a nascondere le armi sotto il letto. Pensando al “T4”, il vergognoso programma di eutanasia selvaggia del regime nazista, che considerava le persone disabili come indegne di vivere, ho fatto delle ricerche e ci ho costruito una storia.

Questo manifesto del 1938 recita: «60.000 Reichsmark è ciò che questa persona con malattie ereditarie costa alla comunità durante la sua vita. Tedesco, questo è anche il tuo denaro. Leggi Neues Volk, il mensile dell’ufficio per la politica razziale del NSDAP”

Secondo l’Aktion T4, le persone improduttive (anziani, malati mentali, paralitici, etc.) e i disabili, venivano reputate vite indegne di essere vissute: il “Leone di Munster” (cardinale Clemens August von Galen) era andato contro il regime tedesco condannando di fatto quel barbaro programma. Su queste assurdità ho girato il corto, ambientato nel 1945, che vede protagonista un padre partigiano (interpretato dall’attore per eccellenza di quasi tutti i miei lavori, Gerardo Cardinale), che, sconvolto dalla scoperta che il figlio ha perso l’udito a causa di un colpo di fucile sparato in aria da un soldato tedesco, temendo per la sua vita, gli insegna il linguaggio dei segni. Il corto ha vinto diversi premi, uno dei quali in Sardegna.

Una scena di “Gli unicorni volano liberi”

“Gli unicorni volano liberi” è dedicato a un altro delicato tema, l’eutanasia…   

Un giorno in Piazza Castello a Torino, ho incontrato alcuni componenti dell’Associazione Coscioni, che mi hanno chiesto di firmare sul diritto alla libertà di scelta sul fine vita. L’ho fatto immediatamente e in proposito mi sono ricordata di mia nonna che cinquant’anni fa, sopportava pene strazianti a causa di un tumore, tanto da chiedere alla figlia più piccola di mettere fine alle sue sofferenze piantandole le forbici nel collo. Ovviamente nessuno lo fece: all’epoca non c’erano le cure palliative e aspettarono la sua atroce fine. Un mio zio è mancato dodici anni fa in ospedale e la moglie era disperata perché non gli staccavano i macchinari. Franco, il protagonista del mio corto, era il fratello di una mia amica, morto di SLA: aveva scelto di non farsi tracheotomizzare. Il lavoro sta avendo ottimi riscontri: viene selezionato, soprattutto al Sud, da Ariano Irpino (AIFF) al Costaiblea Film Festival di Ragusa (riservato agli under 35), dove ha partecipato fuori concorso, a Catania, L’Aquila, in provincia di Napoli, a Procida. È necessaria una legge sull’eutanasia che consenta libertà di scelta sul proprio fine vita. Sento troppe castronerie su questioni delicate e personali e chi non ha idea di cosa sia la sofferenza, non può decidere al posto di chi la vive. 

Di cosa c’è bisogno perché la condizione femminile migliori?

Nel mio ambiente lavorativo, negli anni ho notato il cambiamento: ora gli uomini si sono abituati anche ad essere diretti da una donna. In ambito cinematografico non sento la pressione sul fatto che sono una regista donna. Ho dedicato diversi lavori alla violenza di genere, uno è “Il principe Filippo, la principessa Aurora”, l’altro, “Nove minuti”, cioè il tempo che una donna vessata dal marito, aveva per acquistare i beni di prima necessità e tornare a casa. “Oltre il buio”, è stato invece uno spot contro la violenza sulle donne, selezionato e pubblicato sulla piattaforma Punto su di Te, di Pubblicità Progresso.

Il cantante Adriano Celentano nel 1961

Per superare la violenza sulle donne c’è bisogno di un radicale cambiamento culturale a partire dalle famiglie, superando le prevenzioni legate al ruolo. Bisogna che le donne accedano a tutte le opportunità e che imparino ad essere autonome. Ricordo che avrò avuto 8 anni ed ero sconvolta dalla strofa della canzone di Celentano, che diceva “ovunque tu sarai sei mia” e chiedevo preoccupata a mia madre perché mai quella signora dovesse essere, ovunque fosse, di un uomo! Bisogna inoltre interagire sia tra di noi, che con coloro che arrivando da altri usi e costumi, uomini e donne e vogliano integrarsi nella nostra comunità. Su queste tematiche lavoro con la compagnia teatrale Teatro Comunità, diretta da Maria Grazia Agricola: con lei scriviamo dei monologhi, li uniamo e poi li portiamo in giro per Torino. Faccio anche teatro, chiamiamolo di svago, con il regista teatrale Danny Albanese, autore degli spettacoli che prepariamo.

Floriana Mastandrea, giornalista, presidente della Sezione ANPI Ariano-Ufita (AV)


Principali cortometraggi  di Enza Lasalandra

 Angelman (2015); Il rumore del mare (2023); Yo Yo: un corto che affronta il tema dei disturbi alimentari e del rapporto con il cibo; Ricomincio da me, incentrato sul reinserimento lavorativo dopo un infortunio, vincitore del Premio INAIL al Festival Tulipani di Seta Nera; Un due tre stella, un corto che racconta una storia ambientata nel 1945; Le pinne magiche; Il principe Filippo, la principessa Aurora; il recente Gli unicorni volano liberi (2025/26), sulla vita di un uomo malato di SLA.