Veduta di Este con il Castello carrarese

La strada corre tra campi coltivati, qualche casa isolata o a piccoli gruppi: tre ampie curve e un paio di brevi rettilinei portano fino alla chiesa di Pra’. Di là scorre il Frassine, poco oltre il piccolo cimitero, infine la strada si restringe in direzione di Villa Estense. Le mura e le torri del castello, i palazzi del centro storico di Este sono ormai lontani. A segnare il confine con la realtà urbana, oltre la strada statale, ci sono le fabbriche che danno lavoro a tanti e tante abitanti delle frazioni e dei paesi vicini, a coloro che si sono sottratti alla condizione precaria dei braccianti o che non si sono visti costretti all’emigrazione interna verso i poli industriali del nord Italia.

Le officine Utita

In questa periferia della città sorgono gli stabilimenti di Utita, che già durante la Grande guerra produceva materiale bellico e per il secondo conflitto mondiale ha ripreso a produrlo, e poi quelli della Saffa e dello Zuccherificio. E il lavoro in fabbrica è occasione di emancipazione dal punto di vista sindacale e politico. Tra i partigiani più attivi dell’Estense c’è infatti un operaio dell’Utita, il cinquantenne Eraclito Allegri, che rappresenta il Pci nel CLN di Este, ed è presto seguito dalla figlia ventenne Iolanda.

Ufficiali tedeschi ispezionano truppe italiane della Rsi

Ma le motivazioni che inducono a partecipare alla Resistenza possono essere diverse: per alcuni una scelta consapevole maturata sia per l’esperienza drammatica dell’occupazione nazifascista, sia per i contatti con chi era già attivo in ambito sindacale e politico, per altri la necessità di sottrarsi al reclutamento imposto dalla Rsi, o ancora per il caso che porta ad avvicinarsi a coloro che già sono impegnati nella lotta di Liberazione o, per le donne e i giovanissimi, l’intuizione e poi la convinzione di come sia giusto, persino doveroso collaborare, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità.

La coccarda delle Brigate Garibaldi

A Pra’ c’è chi entra nelle fila dei garibaldini già all’inizio del 1944 (Antonio Tiberto e il giovanissimo Angelo Bevilacqua che, “coperto” dalla sua età, svolge il prezioso ruolo di staffetta e di informatore), altri il primo giugno 1944 (Romano Banzato, Mario Ninello, Italo Tiberto e Augusto Trevisan), altri ancora il primo gennaio 1945, quando in tutto il nord Italia la Resistenza vede una grande crescita (Antonio Bovo, Lino Ziello e Cornelio Leonini, al quale però Ivo Pagiuscato attribuisce l’appartenenza alla resistenza clandestina già molto prima), ma molti di loro o forse tutti cercano di tenere all’oscuro i familiari per non esporli a ritorsioni.

Cimitero di Pra’

Le squadre garibaldine attive nell’Estense, impegnate nella difficilissima Resistenza di pianura, compiono azioni di sabotaggio alle linee di comunicazione viaria, ferroviaria, fluviale e telefonica, assaltano le caserme dei carabinieri per procurare armi e munizioni, organizzano il recupero degli aviolanci in accordo con le diverse formazioni della zona, boicottano il lavoro coatto per la costruzione del vallo di difesa tedesco ai piedi dei Colli Euganei. E nel farlo perdono la vita, come, nell’estate 1944, Paride Cervato e Italo Garbellotto, a cui vengono intitolate le due formazioni garibaldine della Bassa Padovana. Tra gli operai delle fabbriche e tra coloro che sono entrati nella Resistenza molti abitano in quella strada lunga e stretta che da Pra’ conduce a Villa Estense: via Guola. Ed è da lì, da quella strada, che a fine aprile 1945 risalgono alcuni contingenti tedeschi in ritirata.

In chiesa, durante i funerali delle vittime dell’eccidio di Pra’. Le fotografie dellle esequie pubblicate in questo articolo sono state gentilmente concesse dagli eredi di Romano Banzato

Già dal primo mattino del 27 aprile, nel centro di Este il clima è quello dell’insurrezione armata per dare l’ultimo colpo agli occupanti, ma durante gli scontri a fuoco con i nazifascisti vengono uccisi Giovanni Luisetto di 25 anni e il quarantenne Aldo Trebbi che stava per lanciare una bomba a mano contro un’auto blindata tedesca. Sono feriti gravemente il trentunenne Mario Fogo e Antonio Serafin di ventidue anni, entrambi garibaldini, che ne porteranno le conseguenze per il resto della vita. Nella prima periferia, all’incrocio tra la strada statale e quella che porta a Pra’, vengono catturati Arturo Bertoncin di 24 anni e il diciannovenne Mario Brancaleon. Costretti a fare da scudo umano scortando i mezzi tedeschi in fuga, il primo viene colpito a morte lungo la strada, mentre il secondo, ferito e creduto morto, riesce a sopravvivere.

Funerali delle vittime dell’eccidio di Pra’

Le relazioni dattiloscritte rese al CLN a breve distanza di tempo dagli eventi da parte del comando di Battaglione (Ivo Pagiuscato e Antonio Moro), comparate con le memorie raccolte e tramandate tra i superstiti all’eccidio che sconvolse l’intera frazione, ci consentono di ricostruire almeno gli elementi essenziali di quella tragica giornata.

Alcune squadre al comando di Antonio Moro, in diversi punti dell’area intorno a Pra’, riescono a bloccare e disarmare dei tedeschi, che vengono rinchiusi nella locale scuola elementare. Riesce difficile credere infatti che, secondo una versione corrente, una sola squadra sia riuscita a catturare centinaia di tedeschi (600 o persino 1.000!), anche se il numero sembra comunque eccessivo, mentre più verosimile (e confermato dalle relazioni di Pagiuscato) è che si sia trattato di un’azione coordinata che coinvolse più uomini. Così come lascia perplessi l’ipotesi che di guardia ai prigionieri, in un edificio che presumibilmente non aveva porte né finestre blindate, sia stato lasciato un solo uomo (e che quello di guardia al pomeriggio abbia liberato i prigionieri in cambio di denaro). Forse non è da escludere che invece, dal piccolo edificio della scuola che non aveva i dispositivi di sicurezza di una prigione, i tedeschi siano riusciti a fuggire da soli.

È già pomeriggio quando, mentre nel borgo forse nessuno è ancora informato di quanto accaduto, i tedeschi, tornati liberi, raggiungono il loro comando al Collegio Vescovile di Este e, nuovamente armati, organizzano la reazione: l’obiettivo è catturare una trentina di ostaggi tra i civili, cercare i responsabili dell’azione e punirli con la fucilazione. Vengono presi Romano Banzato (24 anni) e Antonio Tiberto (44 anni) che, per risparmiare la vita agli ostaggi, si assumono la piena responsabilità dell’azione partigiana e vengono fucilati al termine del lugubre corteo che, lasciata Pra’, sfila lungo il Frassine fino alla Cascina Cortelazzo presso Ponte della Torre, sulla strada per Montagnana.

Ma le prime due vittime non bastano, la vendetta per l’azione della mattinata, che in realtà si era presto risolta, prende la forma di una feroce rappresaglia: l’intera frazione, con un accerchiamento da ogni lato, deve essere rastrellata, bisogna scovare i partigiani che ancora, in evidente sproporzione di forze, stanno cercando di resistere per proteggere il borgo e i suoi abitanti. Antonio Moro, quando comprende la situazione, per evitare il peggio manda Angelo Bevilacqua a dare ordine di desistere, ma la giovanissima staffetta viene colpita mentre cerca di raggiungere i compagni. Se anche riguardo i fatti del pomeriggio le relazioni dei comandi garibaldini in diversi punti non coincidono con le memorie orali di coloro che in realtà spesso non erano stati testimoni diretti o erano allora troppo giovani per vedere e capire cosa stava realmente succedendo, le versioni tramandate oralmente, ma in parte anche riportate a stampa, vanno lette con attenzione e messe a confronto con quanto venne riferito al CLN.

A guidarci nel provare a ricostruire quanto accaduto con un certo margine di sicurezza è necessario allora fare riferimento alla “moralità della Resistenza” di cui scrive Claudio Pavone in un saggio fondamentale per comprendere le motivazioni di chi, come già osservato, pur provenendo da percorsi di vita diversi, prese parte alla lotta di Liberazione, che fu lotta di civili e di combattenti. Se allora si accetta la premessa che i partigiani di Pra’ al mattino erano in numero sufficiente e armati in maniera adeguata per riuscire a catturare tanti tedeschi (ma certo non centinaia o persino un migliaio!) non si comprende come quegli stessi uomini, qualche ora dopo, di fronte alla manovra di accerchiamento subita dal borgo, non abbiano nemmeno provato a proteggere i suoi abitanti, ma si siano dati tutti alla fuga, più che alla ritirata ordinata da Antonio Moro, esponendo i civili alla violenza della rappresaglia.

Come fu quella moralità a indurre Romano Banzato (decorato poi con la medaglia d’argento) e Antonio Tiberto ad offrire la propria vita in cambio della liberazione degli ostaggi civili, così è lecito pensare che sia stata la stessa motivazione morale a far tentare una disperata resistenza in armi a chi voleva risparmiare il peggio a familiari e compaesani. E infatti la violenza si scatenò, oltre che contro la staffetta Bevilacqua, anche contro Mario Ninello (24 anni) e Antonio Bovo (18 anni), uccisi entrambi mentre tentavano di recuperare un’auto, dopo essere riusciti a disarmare e catturare i tedeschi a bordo (a conferma, nelle tasche di Ninello furono trovate armi e munizioni), Augusto Trevisan (19 anni), caduto in combattimento vicino alla chiesa, Lino Ziello (17 anni) colpito in mezzo a un campo mentre da solo cercava di sparare contro i tedeschi, Italo Tiberto (38 anni), cugino di Antonio, colpito a morte dopo aver scaricato tutte le cartucce sparando dalla finestra della sua abitazione, Cornelio Leonini (46 anni), ucciso nel corso del combattimento con le truppe tedesche che avanzavano verso Pra’.

La presidente provincile ANPI, Floriana Rizzetto interviene alla cerimonia di inaugurazione del restauro. Le fotografie scattate al cimitero durante l’iniziativa sono di Andrea Chieregato

Per i familiari delle vittime, ma anche in generale per gli abitanti di Pra’ fu difficile, oltre che estremamente doloroso, parlare di quel tragico giorno, all’indomani della Liberazione. Come per molti se non per tutti coloro che avevano vissuto direttamente l’esperienza della guerra, dei lager, della guerra civile, l’urgenza era quella dell’oblio, a maggior ragione se si era pagato il prezzo di una perdita. Né va dimenticato, come già osservato e come confermato dalle deposizioni ai carabinieri, che i familiari, soprattutto donne e bambini, erano in molti casi volutamente tenuti all’oscuro delle azioni compiute da chi partecipava alla Resistenza con o senza armi.

Non sorprende quindi se le memorie orali anche quelle pubblicate di recente sembrano concordare nel descrivere le vittime prevalentemente come uccise mentre tentavano di fuggire, anche cadendo in alcune contraddizioni come quella in cui la stessa persona che definisce tutte le nove vittime “civili”, cita una di queste, Romano Banzato, come “capo dei partigiani del luogo”.

Così come desta un sorriso il racconto di quella che nel 1945 era una bimba di soli due anni e che del padre che la teneva sulle ginocchia dice che era “a casa in licenza, ferito, prigioniero in Libia”, quando la scheda Ricompart lo riconosce “partigiano dal primo giugno 1944 al primo maggio 1945”, e “ferito in attesa di visita”.

Ora, a più di 80 anni dal 27 aprile 1945, in occasione dell’inaugurazione del restauro dell’area di sepoltura delle vittime dell’eccidio di Pra’, opera realizzata grazie al finanziamento dell’ANPI Nazionale, all’interno del progetto “Per la valorizzazione dei luoghi della Resistenza in Italia”, e con il contributo del Comune di Este, ci sembra giusto restituire a tutte le vittime il pieno riconoscimento della motivazione che esse trovarono nella “moralità” intesa nel significato ad essa attribuito da Claudio Pavone, significato di cui forse non tutte furono pienamente consapevoli ma che fu dimostrato con la loro scelta, anche quella di accettare la prospettiva di una violenza incolpevole per porre fine alla violenza della guerra e del nazifascismo. È per questo che, nel corso dell’inaugurazione, ai familiari presenti che il Comune di Este è riuscito a rintracciare è stata consegnata copia del documento che riconosce tutte le nove vittime dell’eccidio come “partigiani caduti”.

Il Comando Generale del CVL sfila il 6 maggio 1945 a Milano. A rappresentare l’unità della Resistenza delle cinque forze politiche che combatterono la lotta di Liberazione. Primo a sinistra è Mario Argenton per gli autonomi e i liberali (militari)

Il filo che ha legato ogni discorso di chi è intervenuto alla cerimonia è stato il valore irrinunciabile di una memoria storica attiva e non puramente celebrativa, a partire dal messaggio inviato da Carla Argenton, assente fisicamente a causa delle “91 primavere e delle condizioni di salute”, ma che ha seguito con generosità tutta la procedura per la realizzazione del restauro a nome dell’ANPI, ricordando anche le sue ascendenze estensi, essendo nato a Este il padre, il maggiore Mario Argenton, del Comando Generale del CVL.

A dare un significato profondo alla definizione di memoria attiva sono state poi le parole di Paola Crucianelli, che, con la sue équipe, ha curato il restauro e che ha ricordato quanto i monumenti, quindi anche le memorie materiali, hanno bisogno costante di cura, di manutenzione, così come la memoria storica deve essere sempre rinnovata ritrovando la motivazione nel presente, a maggior ragione in questo presente che sembra del tutto immemore rispetto a quello che coloro che persero la vita e coloro che sopravvissero ci hanno lasciato: la Costituzione nata dalla Resistenza.

Bianca Tognolo, sezione ANPI “Amleto Rama” – Este (Padova)


Documenti d’archivio consultati

Relazioni dattiloscritte a firma Ivo Pagiuscato, conservate presso l’archivio CASREC di Padova:

C.L.N. ALTA ITALIA, Brigata Garibaldi “Padova”, X BTG. “Garbellotto” – Este, Relazione sui fatti d’armi nei giorni che precedettero la Liberazione dell’Estense. 26/27/28 Aprile 1945, 3 giugno 1945;
ANPI Sezione di Este, Relazione al C.L.N. Provinciale – Ufficio Finanze Padova, 10 dicembre 1945;
Schede Ricompart per la qualifica di partigiano: Allegri Eraclito, Allegri Iolanda, Banzato Romano, Bertoncin Arturo, Bevilacqua Angelo, Bovo Antonio, Brancaleon Mario, Fogo Mario, Leonini Cornelio, Luisetto Giovanni, Ninello Mario, Serafin Antonio, Simonato Guido, Tiberto Antonio, Tiberto Italo, Trebbi Aldo, Trevisan Augusto, Ziello Lino Sante.

Libri
Francesco Selmin, La Resistenza tra Adige e Colli Euganei, Verona, Cierre, 2008;
Beatrice Andreone e Elisanetta Trivellato, Fotografie di un funerale. Pra’ d’Este: foto e testimonianze inedite di un eccidio, Este, La Medusa, 2015;

Fotografie
Le fotografie del funerale delle vittime dell’eccidio di Pra’ pubblicate in questo articolo sono state gentilmente concesse dagli eredi di Romano Banzato. Le fotografie dell’inaugurazione del restauro dell’area di sepoltura delle vittime dell’eccidio a Pra’ d’Este sono di Andrea Chieregato.