Panorama di Lero

Dopo l’8 settembre 1943 allo sbandamento delle truppe italiane si accompagnarono i primi episodi di Resistenza. Nell’articolo “Un unico sopravvissuto all’affondamento della corazzata ‘Roma’”, pubblicato su Patria Indipendente (12 settembre 2023), mi sono soffermato sul ruolo della Marina ma anche delle unità dell’Esercito che riuscirono a ritardare l’avanzata dei tedeschi verso la base navale della Spezia, facendo fallire il loro intento di catturare le navi italiane. Gran parte della flotta riuscì a partire e a mettersi in salvo nella notte tra l’8 e il 9 settembre e nella mattinata del 9. Con questo articolo racconterò invece i cinquantadue giorni della battaglia della Marina e dell’Esercito a Lero, nell’Egeo, conclusasi con la sconfitta dei militari italiani il 16 novembre 1943.

Militari italiani con la Resistenza in Montenegro, erano sopravvissuti alle rappresaglie tedesche dopo essersi rifiutati di combattere per la Rsi (Fondo Nazzareno Ciofo, donato all’Anpi nazionale)

La battaglia si inserisce in quel complesso di episodi di Resistenza di diverse unità dell’Esercito che reagirono all’ultimatum di resa, in Montenegro, in Albania, in Tessaglia, nell’Egeo, a Cefalonia e a Corfù.

Lo storico Claudio Vercelli

Ha scritto Claudio Vercelli: «Nel complesso, i combattimenti costarono la vita a 18.965 uomini, in parte caduti con le armi in mano e in parte assassinati dopo essersi arresi. Si trattava di eventi non coordinati fra loro, spesso non dettati da una cognizione politica precisa ma dal bisogno di reagire alla condotta immediatamente ostile e intransigente dei tedeschi. Per i quali il controllo dei Balcani e, nella penisola italiana, almeno delle regioni settentrionali, era una necessità impellente, strettamente legata alla strategia di guerra che intendevano portare avanti. Il rendimento effettivo dei reparti italiani che cercarono di contrastare i nuovi nemici non fu, nel suo complesso, in alcun modo decisivo rispetto al bilancio bellico. Non è tuttavia su questo parametro che si possa misurare il valore morale e civile di una scelta operata in una condizione del tutto straordinaria, dove l’unico elemento certo era la mancanza di chiarezza sull’immediato da farsi» (1).

Resti umani dell’eccidio di Cefalonia (archivio fotografico Anpi nazionale)

La battaglia di Lero continuò dopo la caduta di Cefalonia. Fu importante in sé e anche perché registrò, per la prima volta, la comunanza d’armi fra soldati italiani e soldati britannici, e pure la nascita di un “battaglione internazionale”.

Una ricostruzione molto precisa dei cinquantadue giorni è contenuta nella testimonianza di Giovanni Valdettaro, rilasciata a Giulio Mongatti nel 1962 e depositata presso l’Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Mongatti scrive Giuseppe Valdettaro, ma si tratta di un errore: il testimone in realtà si chiamava Giovanni, come mi ha spiegato la figlia Maria Teresa. Valdettaro, residente a Levanto ma originario del paese di Le Grazie (Portovenere), si trovò a Lero tra i combattenti e gli operai militarizzati. Lero apparteneva all’Italia dal tempo della guerra italo-turca del 1912. Nel settembre 1943 l’isola era presidiata da circa ottomila soldati italiani, tra avieri, marinai e fanti della Divisione Regina. La sede del comando – affidato all’ammiraglio Inigo Campioni – era a Rodi. Rodi si arrese il 12 settembre, e Campioni fu catturato.

Lero vista dall’alto, fra poco sarà bombardata a tappeto dai tedeschi

Il presidio di Lero decise invece di resistere, come racconta Valdettaro: «Cinque giorni dopo [l’8 settembre] la radio nazista installata nella base isolana di Sira chiese la resa ai nostri connazionali, promettendo un immediato imbarco per la madre patria. La risposta fu negativa, anche se vivissima per tutti la nostalgia ed il desiderio della casa e della famiglia» (2).

Luigi Mascherpa, comandante del presidio italiano a Lero

Il comandante del presidio di Lero, Luigi Mascherpa, fece richiesta di avanzare di grado diventando contrammiraglio, in modo da tenere alto il prestigio e la sovranità italiana in un’isola che era territorio nazionale dal 1912, ottenendo una risposta affermativa dal comando supremo italiano. Il possesso di Lero era strategico, perché i suoi aeroporti potevano essere la base per un attacco degli Alleati ai pozzi petroliferi della Romania, unica fonte energetica della Germania. Già il 9 settembre il generale britannico Henry M. Wilson, comandante in capo per il Medio Oriente, fece pervenire un messaggio a Mascherpa assicurandogli l’invio di uomini e mezzi, che arrivarono tra il 15 e il 16 settembre.

Cefalonia 1943. Soldati italiani poco prima dello scontro con i tedeschi. Saranno eroi a Cefalonia come i loro commilitoni a Lero

Ricorda ancora Valdettaro: «In confronto agli italiani, essi avevano un armamento ultramoderno; difettavano però di mezzi antiaerei. I nuovi arrivati, giunti “in loco”, rimasero meravigliati nel vedere che i nostri compatrioti agivano come se le possibilità di vittoria stessero tutte a loro favore. Tale constatazione era del tutto opposta a quanto l’Alto Comando del Medio Oriente aveva immaginato, a riguardo degli italiani: una massa di gente sfessata, scorata, priva di spirito di iniziativa e di combattività» (3).

La Resistenza italiana a Cefalonia aveva concesso giorni preziosi ai soldati di Lero per organizzarsi. I tedeschi attaccarono già il 26 settembre: fu il primo dei bombardamenti con gli Stuka e i Messerschmidt, che si succedettero incessantemente. Colarono a picco un Mas italiano e un cacciatorpediniere greco, furono distrutte la palazzina del comando e alcune batterie. Morirono una trentina di greci e una trentina di italiani. La forza dei tedeschi era la superiorità aerea. Giorno dopo giorno Lero fu distrutta, mentre gli italiani e i britannici erano stremati.

Inizialmente il rapporto tra italiani e britannici non fu facile. Il generale Frederick Brittorous, comandante del presidio di Lero, aveva ricevuto l’ordine di non impiegare in combattimento nostri soldati. L’Italia non poteva essere alleato militare. Brittorous fu poi sostituito dal generale Robert Tilney, con il quale i rapporti migliorarono. Tra Tilney e Mascherpa si creò una buona intesa. La comunanza crebbe anche e soprattutto tra le truppe, in attesa dello sbarco tedesco, che si riteneva imminente. «Gli italiani – ricorda Valdettaro – erano dichiarati, di fatto e di diritto, cobelligeranti degli Alleati. […] Ai genuini sentimenti di solidarietà e di stima delle truppe combattenti in Lero (ufficiali e gregari britannici), non corrispose purtroppo l’Alto Comando del Medio Oriente. I componenti di esso, sia per calcoli politici errati o per ristrettezza mentale, si erano incaponiti nello stabilire che le guarnigioni italiane […] non avessero la minima combattività verso i germanici» (4).

I tedeschi conquistarono tutte le piccole isole attorno a Lero, cingendola d’assedio. Il 6 novembre iniziò l’attacco decisivo. Il 9, 10 e 11 novembre fu un crescendo terribile di bombardamenti. I tedeschi sbarcarono il 12. Ci furono furibondi corpo a corpo, per conquistare il terreno metro per metro.

Paracadutisti tedeschi prima del lancio su Lero

I paracadutisti tedeschi sbarcati nell’isola esercitarono un ruolo decisivo. La situazione si fece disperata il 16. Il comandante tedesco Friedrich-Wilhelm Muller offrì a Mascherpa la vita dei superstiti “badogliani” se si fossero arresi, senza curarsi della sorte degli inglesi. L’ammiraglio rifiutò, ma poi si arrese Tilney e infine anche Mascherpa. Tilney chiese ai tedeschi che gli italiani godessero degli stessi diritti concessi ai prigionieri inglesi: «I nazisti, consci della pericolosità di tali testimoni a loro carico, qualora si fossero perpetrati eccidi in massa o rappresaglie sui nostri compatrioti, si dichiararono disposti a rispettare gli italiani. A Lero, quindi, non si verificarono eccidi collettivi o massacri in massa, come a Cefalonia. Vi furono comunque uccisioni individuali di artiglieri, marinai, ufficiali delle batterie di marina e dell’artiglieria» (5).

L’ammiraglio Inigo Campioni

I combattimenti cessarono solo la mattina del 17. I difensori italiani delle batterie ancora attive continuarono a resistere, convinti che la resa non ci fosse stata: «trasmisero per tutta risposta a mezzo eliografo: “NON VI CREDIAMO. VIVA l’ITALIA”» (6).

Si arresero solo dopo che furono avvisati che la resa era effettiva, e furono tutti uccisi. I morti italiani furono 87, i dispersi 167; 600 i morti inglesi. I prigionieri 9.000, compresi i civili, di cui 5.350 italiani.

L’ospedale di Lero distrutto (archivio fotografico Anpi nazionale)

Dal 17 novembre iniziarono le rappresaglie, nonostante le proteste di Tilney, verso gli ufficiali e i graduati italiani. Alcuni si salvarono perché i soldati procurarono loro uniformi da fatica, per camuffarsi. Parecchi inglesi e italiani sfuggirono ai tedeschi raggiungendo la vicina costa turca, a bordo di pescherecci e di piccole imbarcazioni messe a disposizione dai civili greci. Dai campi di internamento turchi gli scampati furono condotti a scaglioni in Egitto.

Saranno molti i decorati al valor militare che avevano combattutto a Lero. Graziano Montagna e Ezio Martinelli (a destra), comandanti delle batterie Pl 113 e Pl 888 di Lero, ambedue Medaglie d’argento al valor militare (archivio fotografico Anpi nazionale)

I sopravvissuti a Lero furono deportati in Germania, per punizione per non aver aderito alla Repubblica di Salò. Ci fu chi restò prigioniero a Lero e diede vita a una forma di resistenza europea e transnazionale, uno dei tanti esempi di “Resistenza globale”:

«i rimasti nell’isola avevano persino escogitato un piano di rivolta: dopo aver trafugato due mitragliatrici pesanti e circa quattrocento pistole tedesche mod. P./38 avevano celato il tutto nei pozzetti/depositi della nafta, vuotati in precedenza.

Tra i capi al corrente della sommossa vi era il capitano di vascello Ciani: egli si era dapprima messo in contatto con i membri di un reparto del 999° Strafe Bataillon. Tale unità era un battaglione di punizione, formato da: tedeschi antinazisti; rumeni e ungheresi delle “Unità Mobili di Disciplina” (gli equivalenti degli Strafe Bataillon germanici); polacchi, cechi, slovacchi e serbi, ex prigionieri di guerra. All’inizio del 1944, tutto doveva essere pronto: i nostri connazionali, assieme ai componenti del su accennato Battaglione, avrebbero posto la guarnigione tedesca di Lero in condizioni di non nuocere. Tutto andò in fumo, a causa della delazione (o imprudenza?) di un marinaio di Taranto; alcuni invece dissero che si trattava di un operaio militarizzato. Il nemico, posto sul chi vive, disarmò il 999° Strafe Bataillon e lo pose sotto sorveglianza, alla pari degli italiani. Se la cosa non ebbe conseguenze tragiche, lo si dovette al sangue freddo e alla padronanza di spirito del tenente Ciani. Non si sa come egli sia riuscito a convincere i nazisti. La prontezza di alcuni marinai fece il resto. Assieme agli operai smilitarizzati, riempirono di nafta i pozzetti/deposito, in maniera che il materiale bellico ivi depositato non fu rinvenuto dai germanici» (7).

Sommergibile inglese della Seconda Guerra Mondiale

Su Mascherpa, Valdettaro mette in luce nuovi particolari: «Egli, poco prima della caduta di Lero, avrebbe potuto salvarsi con un aereo o su un sommergibile – verso l’Egitto, o via mare sulla vicina costa dell’Anatolia (Turchia). Tale possibilità gli fu prospettata dai britannici. Inoltre, se al momento della cattura, il Mascherpa aveva il grado di ammiraglio, ciò lo dovette all’inglese Jellicoe. Quest’ultimo gli fece pervenire nell’isola, a mezzo paracadute, gli spallini d’oro ed i segni del suo nuovo grado. L’episodio in sé potrebbe non sembrare notevole: ma serve ugualmente a comprendere la levatura morale ed il carattere di chi resse Lero in quei terribili giorni. Gli inglesi, tanto restii a riconoscere meriti e qualità altrui, fecero eccezione – in quei casi – per gli italiani di Lero. […] A Porto Lago, dopo la resa, quando gli italiani furono smistati in gruppi distinti dai britannici, un gruppo di ufficiali superiori intonarono il vecchio motivo del “Tipperary”, ordinando anche di porgere il saluto militare ai loro occasionali alleati di due mesi nella lotta armata ai tedeschi» (8).

Mascherpa e Campioni furono consegnati dai tedeschi alla Repubblica di Salò e incarcerati. Il dirigente comunista Luigi Porcari, in Così si resisteva, ha raccontato la comune esperienza, fatta di conversazioni e discussioni, dei prigionieri politici e dei due ammiragli nel carcere di Parma. Fu una nuova esperienza per tutti, «una formidabile esperienza – ebbe ad assicurarci Luigi Mascherpa – di cui speriamo di poter trarre profitto» (9). Il 13 maggio 1944 un provvidenziale bombardamento aereo alleato fece sì che la maggioranza dei detenuti antifascisti potesse fuggire. Ma Mascherpa e Campioni non acconsentirono all’invito proveniente dai “politici” a unirsi a loro: «Dichiararono che fra pochi giorni avrebbero avuto il processo, dove essi avrebbero dimostrato che non erano dei traditori. […] Inoltre, aggiungevano, essi avevano dato, ai fascisti e ai tedeschi, la loro parola d’onore che non sarebbero fuggiti, e per questo non erano stati trasferiti» (10).

Invano i “politici” spiegarono che la condanna a morte sarebbe stata comunque loro inflitta. Non li rividero mai più. Furono fucilati a Parma il 24 maggio 1944.

Giorgio Pagano, storico, sindaco della Spezia dal ’97 al 2007, copresidente del Comitato provinciale Unitario della Resistenza della Spezia in rappresentanza dell’Anpi


NOTE

(1) Claudio Vercelli, Soldati. Storia dell’esercito italiano, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 251.
(2) Giuseppe Valdettaro, testimonianza raccolta da Giulio Mongatti, a cura della Fondazione ETS Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea, Istituto storico della Resistenza, La Spezia 1962, p. 2.
(3) Ivi, pp. 3-4.
(4) Ivi, p. 4.
(5) Ivi, p. 10.
(6) Ivi, p. 12. Le parole in maiuscolo sono nel testo originario.
(7) Ivi, pp. 13-14.
(8) Ivi, pp. 14-15.
(9) Luigi Porcari, Così si resisteva, Guanda, Parma 1974, p. 168.
(10) Ivi, pp. 169-170.