Una componente importante della missione dell’ANPI, oggi, può individuarsi nella trasmissione della memoria e della storia della lotta al fascismo dentro la costruzione di una politica comune dell’insieme di partiti, movimenti, associazioni del campo progressista. Compito sempre più importante, oggi, di fronte all’affermarsi in Italia e nel tramontato Occidente di nuove forme di fascismo, che spingono il mondo verso il baratro. Per contrastare questo processo e le sue conseguenze occorre comprenderlo in tutta la sua complessità, e la memoria storica può dare un contributo importante al riguardo.
Naturalmente, la premessa è che si tratta dello stesso nemico, in nuove forme. Il nucleo è il medesimo, l’affermazione della forza per imporre il proprio potere e la disuguaglianza sugli altri, con la guerra, il potere della legge, la violenza fisica. E analogo è il versante strutturale, l’aver dietro la spinta di grandi capitali finanziari ad affermare i propri interessi su altri interessi, a svilupparsi con la dinamica armamenti-guerra-distruzione-ricostruzione, ad evitare i limiti imposti dai mutamenti climatici. Oggi come ieri, a parte quest’ultimo punto. Poi, nell’autonomia della politica, questo nucleo e questa struttura assumono forme diverse, per le diverse tradizioni, culture, psicologie di massa, ventaglio che oggi va da Trump alla Meloni, dall’Afd alla destra israeliana. Così come, ieri, andava dal nazismo razzista al nazionalpopulismo di Mussolini al tradizionalismo di Franco, attorno alla sostanza che era la stessa, esercizio della violenza nell’interesse dei padroni.

D’altra parte, i capitali grandi e meno grandi perseguono i propri interessi in concorrenza tra loro costituendo un sistema anarchico, disarticolato da grandi contraddizioni, a partire da quella tra globalizzazione e radicamento nei territori. Perciò nella sfera politica intervengono su tutto lo spettro delle forze di governo, conservatrici, liberali, democratiche, socialdemocratiche.

Nel secolo scorso, dopo la rivoluzione in Russia e la reazione fascista in Europa, la Terza Internazionale, impegnata contro il fascismo e il capitalismo, sul rapporto con le forze socialdemocratiche ha vissuto due fasi. In sintesi, c’è stata una prima fase di forte contrapposizione ispirata alla teoria del socialfascismo. Adottata ufficialmente nel 1928 durante il VI Congresso dell’Internazionale, la teoria sosteneva che la socialdemocrazia non fosse un’alternativa al fascismo, ma l’”ala sinistra della borghesia”, e dal punto di vista della classe operaia non c’era alcuna differenza pratica tra un governo fascista e uno socialdemocratico. Perciò i partiti comunisti europei rifiutarono qualsiasi alleanza o fronte unico con i socialisti, impedendo un’opposizione unita della sinistra, e facilitando indirettamente l’ascesa al potere del nazifascismo, in particolare in Germania.

La tesi del socialfascismo, già criticata da Trockij e da Gramsci, fu abbandonata dall’Internazionale nel 1935 con il VII Congresso, quando il segretario Dimitrov, in un discorso dal titolo Per l’unità della classe operaia contro il fascismo, inaugurò la nuova politica dei Fronti Popolari. La linea dei Fronti popolari portò nel 1936 alla vittoria elettorale del Front populaire in Francia e a quella analoga del Frente popular in Spagna. Contro quest’ultima fu tentato un golpe militare che diede origine alla guerra in terra spagnola. Durante la quale si verificò un grave episodio di spaccatura a sinistra, con l’insurrezione armata di ultracomunisti e anarcosindacalisti contro il governo del Frente, per ottenere una accelerazione delle trasformazioni sociali nel paese nonostante la guerra in corso. Rivolta che condusse a una accelerazione della vittoria di Franco, che arrivò pochi mesi prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale, che avrebbe coinvolto la guerra di Spagna nel conflitto generale contro il nazifascismo.

La Seconda guerra mondiale, com’è noto, è stata vinta da un’alleanza tra le democrazie occidentali e la Russia sovietica. In Italia la Resistenza al fascismo è stata vinta da una coalizione di forze espressa nel CNL comprensiva del Pci di Togliatti. Il quale, con la svolta di Salerno, chiese al Partito di combattere il fascismo non solo insieme agli altri partiti democratici, ma anche insieme alla monarchia e al governo Badoglio, rinviando la questione della Repubblica alla fase successiva alla vittoria militare sul nazifascismo.

Queste esperienze del secolo scorso vanno tenute presente nella situazione attuale. Perché, come già detto, le nuove forme di fascismo sono sostanzialmente analoghe alle vecchie, e perché hanno un grado di pericolosità forse anche maggiore. La sostituzione dell’uso della forza al diritto internazionale produce guerra, che sta al fascismo come l’uovo alla gallina, e stavolta potrebbe essere guerra nucleare. Il negazionismo climatico, condiviso da tutte le destre, favorisce il riscaldamento globale e le sue conseguenze disastrose. In Italia, il neofascismo a bassa intensità della Meloni attacca la Costituzione repubblicana nelle sue istituzioni, in primo luogo col presidenzialismo oggi surrogato dalla legge elettorale, e i suoi principi fondamentali, a cominciare dall’eguaglianza e dal lavoro. Bassa intensità che è destinata a crescere, per la concorrenza di Vannacci.

Se, come dice la canzone, “il nemico attuale è sempre ancora uguale”, la lezione del secolo scorso dà un’indicazione chiara nel senso della necessità dell’unità antifascista. Ne deriva una posizione critica sulla teoria delle “due destre”, analoga a quella del socialfascismo, e una indicazione chiara verso la partecipazione allo schieramento progressista, simile alla politica dei “Fronti popolari” del 1936. Non solo perché le nuove forme del fascismo sono più brutte e pericolose delle forze liberaldemocratiche e socialdemocratiche, pur condizionate o influenzate dai grandi capitali finanziari. Ma anche perché va preso atto, oggi come ieri, che nell’autonomia della politica queste forze, per la loro storia e cultura, sono chiaramente antifasciste. E almeno in parte disposte a mettere in discussione l’influenza dei grandi capitali. I quali, a loro volta, puntano a valorizzarsi lungo direttrici diverse, spesso contrastanti con quelle dei potentati che sostengono i nuovi fascismi, e spesso compatibili con politiche democratiche.

Queste considerazioni obiettive evidenziano la possibilità di costruire uno schieramento antifascista potenzialmente vincente. In particolare nel nostro Paese, intorno alla difesa e all’attuazione della Costituzione repubblicana, con le relazioni e le modalità che si riterranno opportune per i partiti e i movimenti. Anche per questi ultimi – è la considerazione finale – vale l’indicazione dell’unità antifascista, considerando l’importanza che hanno nella situazione attuale. Naturalmente ciò vale non tanto per i movimenti in sé, ma per le associazioni che li rappresentano assumendo e organizzando iniziative. Occorre uno sforzo per evitare atteggiamenti concorrenziali e spaccature come quelle che si sono verificate l’anno scorso e di recente, indebolendo la spinta dei movimenti e favorendo il gioco degli avversari, politici ed economici. La lezione della storia vale per tutti gli antifascisti, nella costruzione lucida e determinata di una politica all’altezza della gravità della crisi in corso.
Nino Zucaro, direttivo sezione ANPI XIV Municipio Gerratana-Apicella, Roma
Pubblicato mercoledì 30 Settembre 2026
Stampato il 30/09/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/finestre/lunita-antifascista-e-le-lezioni-della-storia/




