
Il 1° ottobre 1946, esattamente 80 anni fa, si concludeva il processo di Norimberga, il processo del secolo. I sovietici avevano proposto Berlino come sede, ma la soluzione non era percorribile, poiché la città, anche sotto la loro occupazione, era divisa in quattro zone, rendendo l’aspetto logistico molto difficile. Inoltre dopo tre anni di intensi bombardamenti non vi era rimasta nessuna prigione utilizzabile. Quindi venne scelta Norimberga, visto che la città, nonostante i bombardamenti, disponeva di una prigione di dimensioni considerevoli, in gran parte rimasta intatta, con più piani di celle singole. Nonostante ciò, i sovietici furono in parte accontentati con la designazione di Berlino come sede delle autorità del tribunale.

Ognuna delle quattro nazioni giudicanti — Gran Bretagna, Usa, Francia e Urss — fornì un giudice, un sostituto e i procuratori. Il giudice principale britannico, nonché presidente, fu Lord Geoffrey Lawrence, mentre come procuratore capo venne scelto il giudice statunitense Robert Jackson. Le norme che dovevano regolare i procedimenti furono il risultato di un delicato processo di conciliazione dei due principali sistemi giudiziari coinvolti, quello anglo-americano e quello continentale europeo. I capi d’imputazione erano quelli di: Crimini contro la pace; Crimini di guerra; Crimini contro l’Umanità; e un quarto capo d’accusa, quello di cospirazione, venne aggiunto per poter includere anche i crimini commessi nell’ambito delle leggi locali naziste nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale, rendendo possibile perseguire qualunque persona appartenuta a organizzazioni resesi colpevoli di quei crimini.

A rappresentare il regime nazista furono 24 imputati, i quali avevano diritto all’assistenza di un legale di loro scelta. Fra costoro spiccava Hermann Wilhelm Göring, il numero due di Hitler prima che questi, il 23 aprile 1945, lo rimuovesse da ogni incarico; Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri del Terzo Reich; Alfred Ernst Rosenberg ideologo del partito nazista.

Il 20 novembre 1945, nell’aula numero 600 del Palazzo di Giustizia di Norimberga, il Tribunale Militare Internazionale dette inizio al processo, che ogni giorno fu seguito da più di 400 persone insieme a 325 giornalisti di 23 Paesi. Per la prima volta nella storia, in un processo, fu adottata la tecnica della traduzione simultanea in quattro lingue: inglese, russo, francese e tedesco. Gli interpreti, nella cabina, avevano una leva che poteva far accendere sul banco degli accusati, nella tribuna dei giudici e in quella dei testimoni, due luci, la rossa e la gialla, la prima stava a significare che la traduzione era interrotta mentre la seconda chiedeva gentilmente di parlare più lentamente.
Il procuratore capo americano Robert Jackson decise di sostenere l’accusa principalmente sulla base della grande quantità di documenti prodotti dai nazisti stessi, piuttosto che su testimoni oculari, in modo che il processo non potesse venire accusato di basarsi su testimonianze non obiettive o su prove in qualche modo inquinate. Le testimonianze presentate a Norimberga rivelarono molto di quello che oggi sappiamo della Shoah, inclusi i dettagli della macchina della morte costituita dal campo di Auschwitz, la distruzione del ghetto di Varsavia e la stima di sei milioni di vittime ebree.

Da sottolineare come al processo, nonostante furono molte le testimonianze di altri sulle torture da essi subite, nessun sopravvissuto rom fu ascoltato.

Tra gli imputati nazisti il personaggio di maggior importanza fu sicuramente Hermann Göring, che Hitler, il 1° settembre 1939, designò come suo immediato successore e quindi presidente del Consiglio di Difesa e maresciallo del Reich. Alle 14.30 del 13 marzo 1946, costui venne chiamato a parlare come imputato e nel controinterrogatorio il giudice Jackson riuscì a metterlo alle strette, a proposito del suo ordine, datato 31 luglio 1941, con il quale egli autorizzava Reinhard Heydrich, capo del Servizio di Sicurezza del Reich, a pianificare la cosiddetta “soluzione della questione ebraica in Europa”.
La sentenza della corte fu letta il 30 settembre e il 1° ottobre 1946. Questa dichiarò organizzazioni criminali le SS, la Gestapo e l’SD ovvero il Sicherheitsdienst (Servizio di Sicurezza) un’agenzia di intelligence nazista. Per quanto riguarda gli imputati nazisti, furono condannati a morte mediante impiccagione: H. Göring, J. von Ribbentrop, W. Keitel, A. Rosenberg, A. Jodl, W. Frick, J. Streicher, H. Frank, E. Kaltenbrunner, F. Sauckel, A. Seyss-Inquart, M. Bormann (quest’ultimo in contumacia); al carcere a vita: R. Hess, W. Funk, E. Reder; a pene minori: K. Dönitz (10 anni), K. von Neurath (15 anni), B. von Schirach (20 anni), A. Speer (20 anni); furono assolti F. von Papen, H. Schacht e H. Fritzsche. Tra gli imputati figuravano anche R. Ley, che si era però suicidato in carcere, il 25 ottobre 1945, e G. Krupp von Bohlen, che era stato rilasciato a causa della tarda età e dello stato di salute. Le esecuzioni avvennero intorno all’una di mattina del 16 ottobre, ma Göring riuscì a sfuggirgli suicidandosi due ore prima, inghiottendo una capsula di cianuro introdotta di nascosto nella sua cella.
Nell’immediato dopoguerra, il processo ai principali criminali di guerra nazisti non fu il solo a tenersi a Norimberga, tuttavia fu l’unico in cui vennero convolte tutte e quattro le potenze alleate, infatti al palazzo di Giustizia di Norimberga, visto che rientrava anche nella zona di occupazione degli Usa, gli americani, dal 9 dicembre 1946 al 13 aprile 1949, tennero dodici processi anche conosciuti come «processi secondari di Norimberga».

In questi furono accusate 185 persone e riguardarono: il primo i medici; il secondo solamente Erhard Milch; il terzo i giudici; il quarto si occupò del luogotenente generale delle SS Oswald Pohl e di altri 17 ufficiali del WVHA, l’ufficio centrale economico e amministrativo delle SS, e si concentrò anche sulla burocrazia nei campi di concentramento; nel quinto gli industriali del gruppo Flick; nel sesto sugli imputati del gruppo industriale IG Farben; il settimo i generali del sud-est; l’ottavo gli ufficiali della RuSHA ovvero l’ufficio centrale per la razza e le colonie, e dell’ufficio per il consolidamento della germanicità; il nono sulle Einsatzgruppen; il decimo sui dirigenti delle industrie Krupp; l’undicesimo sui ministri dell’amministrazioni nazista; il dodicesimo sui generali di alto rango della Wehrmacht. Alla fine di questi dodici processi 35 accusati vennero dichiarati non colpevoli, 97 vennero condannati a detenzioni in carcere fino a 25 anni, 20 furono condannati alla prigione a vita e 25 vennero condannati a morte. Anche altri Paesi come l’Urss tennero processi ai nazisti e negli anni successivi anche la Germania dell’ovest, tuttavia ancora oggi, anche per crimini fatti in Italia, vi sono criminali che o non sono stati condannati o non hanno scontato la pena.

Nel corso del processo principale di Norimberga i sovietici accusarono i nazisti per le fosse di Katyn, ma questi, in merito a questo fatto, vennero prosciolti per insufficienza di prove. Soltanto nel febbraio 1989, tramite la scoperta, negli archivi di Londra, di una relazione, datata giugno 1943, della Croce Rossa polacca ha dimostrato la responsabilità dei sovietici nell’assassinio di almeno 4343 ufficiali polacchi nella foresta di Katyn, presso Smolensk in Bielorussia, avvenuto nel marzo-giugno 1940, quando i nazisti non avevano ancora invaso l’Urss. Scoperta confermata anche da una serie di documenti emersi dagli archivi segreti sovietici. Oltre a questo massacro avvenuto per fucilazione i sovietici in tutto uccisero circa 20 mila prigionieri polacchi fra intellettuali, ufficiali, docenti universitari, imprenditori, poliziotti, preti … Il 12 aprile 1990, il presidente dell’Urss, Michail Sergeevič Gorbačëv, riconobbe pubblicamente l’accaduto e Mosca espresse alla Polonia il proprio cordoglio.

Il processo di Norimberga stabilì un precedente per i procedimenti penali e le condanne di coloro ritenuti responsabili per crimini considerati inammissibili dalla comunità internazionale, ovunque e da chiunque siano commessi. Nel dicembre 1946, le Nazioni Unite riconobbero la sentenza di Norimberga giuridicamente vincolante in ambito internazionale, e quattro anni dopo l’Onu approvò i “Sette paragrafi di Norimberga”, che tra l’altro stabilivano il principio della responsabilità personale, il primato del diritto internazionale rispetto a quello nazionale, il diritto ad avere un processo equo, la complicità come crimine internazionale e che nessuna immunità può essere concessa a chi ha agito in base a ordini superiori.

Senza il processo di Norimberga e il suo nuovo quadro normativo, non sarebbe stato possibile poter perseguire gli individui responsabili delle atrocità nell’ex-Jugoslavia e in Ruanda, e non sarebbero potuti venire processati tiranni come Slobodan Milosevic. Le lezioni di Norimberga non sono inficiate, come qualcuno sostiene, dalle successive atrocità come quelle in Vietnam, poiché tali atrocità non mettono in evidenza delle lacune del diritto internazionale bensì solo la mancata capacità e volontà di farlo rispettare. Il processo di Norimberga ha fornito un deterrente ovvero le nuove leggi sul diritto internazionale, ma il problema è che spesso manca la determinazione a far rispettare queste leggi.
Andrea Vitello, storico e scrittore, autore, tra gli altri, del libro “Il nazista che salvò gli ebrei. Storie di coraggio e solidarietà in Danimarca”, pubblicato da Le Lettere con prefazione di Moni Ovadia
Riferimenti bibliografici
- Mayda, Norimberga. Processo al Terzo Reich 20 novembre 1945- 1 ottobre 1946, Odoya editore, Bologna 2016
- Roland, Il processo di Norimberga: I nazisti e i loro crimini di fronte alla Storia, Giunti editore, Firenze 2025
- Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi editore, Torino 2017
- C. Fest, Il volto del Terzo Reich. Profilo degli uomini chiave della Germania nazista, Mursia editore, Milano 1970
- Zaslavsky, Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, il Mulino editore, Bologna 2006
- L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi editore, Torino 2023.
Pubblicato giovedì 1 Ottobre 2026
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