Il Museo della Memoria o MUME è un luogo prezioso, a San Miniato in provincia di Pisa. Contiene, in un allestimento moderno e davvero efficace, il lavoro di ricostruzione della memoria di una comunità, che ha comportato partecipazione, indagini storiche difficili e anche scontri politici.

Inaugurato il 24 luglio 2018, in coincidenza con l’anniversario della Liberazione della città, il museo è nato dalla collaborazione tra il Comune e la Scuola Normale Superiore di Pisa, con il patrocinio dell’ANPI. Nei locali del Complesso Monumentale di San Domenico è uno spazio dedicato alle testimonianze del ventennio fascista, agli orrori della Seconda guerra mondiale e ai valori dell’antifascismo e della Resistenza.

Il percorso espositivo raccoglie oggetti, lettere, fotografie e video-memorie donati o raccontati dai cittadini sanminiatesi. Dalle loro testimonianze prende forma un itinerario che invita il visitatore a riflettere sul passato recente della comunità e, più in generale, sul difficile percorso che ha condotto l’Italia alla democrazia. La raccolta è articolata in tre sezioni e copre l’arco 1921-1946: dall’anno in cui anche a San Miniato furono istituiti i Fasci di combattimento fino alla proclamazione della Repubblica.

L’impianto tecnologico è uno degli elementi distintivi. La Scuola Normale, attraverso il Dreams Lab, ha curato le applicazioni multimediali a carattere divulgativo, offrendo una ricostruzione storica degli eventi più significativi vissuti dalla città durante il conflitto; cinque postazioni interattive permettono di approfondire i contenuti, mentre l’allestimento trae ispirazione dalle suggestioni de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani, che sono appunto originari di San Miniato.

Al centro della memoria cittadina resta la strage del Duomo. Il 22 luglio 1944, mentre l’artiglieria americana sottoponeva San Miniato a un intenso cannoneggiamento e i tedeschi si preparavano alla ritirata, il comando germanico costrinse un gran numero di civili a radunarsi in due edifici ecclesiastici, tra cui la cattedrale. Alle 10:30 una granata esplose all’interno del Duomo, causando 55 vittime.

La ricostruzione dei fatti ha richiesto sessant’anni. Già il 28 luglio 1944 un’indagine preliminare americana concludeva che morti e feriti erano “il risultato di una mina o di una bomba a orologeria sistemata dai tedeschi”; una commissione d’inchiesta comunale, insediata nel settembre 1944 e progressivamente svuotata da dimissioni e defezioni, affidò nel 1945 le conclusioni al giudice fiorentino Carlo Giannattasio, che confermò la tesi della granata tedesca. Il fascicolo trasmesso alle autorità italiane nel 1946 fu archiviato nel 1960 e finì nel cosiddetto “armadio della vergogna”. La responsabilità tedesca divenne così memoria ufficiale: fu incisa nella lapide del 1954 — contestata fin da subito dal canonico Enrico Giannoni, testimone oculare del cannoneggiamento — e ripresa nel 1982 dal film “La notte di San Lorenzo”.

A partire dagli anni Ottanta le ricerche di Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini sui documenti dell’US Army, e nel 2000 il volume di Paolo Paoletti fondato su nuove perizie balistiche, attribuirono la strage a un proiettile da 105 mm del 337º battaglione di artiglieria campale statunitense, che colpì accidentalmente la cattedrale. Nel 2002 il gip del Tribunale militare di La Spezia archiviò il procedimento contro ignoti militari tedeschi, ritenendo “preferibile la tesi di un errato svolgimento di un tiro di artiglieria da parte delle truppe alleate”; nel 2004 una commissione di storici nominata dal Comune giudicò la tesi della responsabilità tedesca “insostenibile” alla luce della documentazione disponibile.

La vicenda non è mai stata solo storiografica. Già nel 1954 la prima lapide nacque tra le polemiche: la Prefettura di Pisa fece rimuovere dal testo, prima dell’affissione, una frase ritenuta xenofoba e antiamericana, e il canonico Giannoni contestò pubblicamente sul “Mattino” l’attribuzione ai tedeschi.

Cinquant’anni dopo, quando le nuove ricerche resero insostenibile quella versione, il caso approdò sulla stampa nazionale: nel 2003 lo storico Franco Cardini chiese dalle colonne del “Tempo” di “distruggere la lapide bugiarda”, nel 2004 Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” sostenne che modificare la scritta sarebbe stato “un giusto modo di rendere onore al vero spirito della Resistenza”, e non mancarono interpellanze parlamentari al governo. Neppure la seconda lapide, apposta nel 2008 con un testo dell’ex presidente Scalfaro, chiuse la questione: un senatore di Alleanza Nazionale, pur soddisfatto del riconoscimento della responsabilità alleata, criticò il riferimento ai “repubblichini” perché “tiene aperti i fossati”. Come se un fossato non debba separare democrazia e dittatura.

La prima lapide e la successiva, da MEMO

La rimozione delle due lapidi dalla facciata del municipio nel 2015 ha riacceso le polemiche e anche la ricollocazione al Museo della Memoria, deliberata dal Consiglio comunale nel giugno 2015, non ha spento del tutto le tensioni: ancora nel 2024 la Lega locale polemizzava con il Comune definendo “menzognera” la lapide del 1954 e accusandola di “fomentare un interessato odio politico”. La vicenda, del resto, è stata usata anche da Il Primato Nazionale, la testata di CasaPound, per rileggere il tutto come una “strage americana a responsabilità partigiana”, distorcendo oltre ogni limite le ricerche storiche.

Dal 2018 le due lapidi sono esposte una accanto all’altra sotto i loggiati del Museo della Memoria, che alla strage dedica un’ampia sezione. È forse l’immagine più efficace della funzione del MuMe: non un luogo che fissa una versione, ma luogo di testimonianza di un percorso di verità storica e uno spazio che documenta la fatica con cui una comunità l’ha ricostruita.

Il museo si trova ai Loggiati di San Domenico; il biglietto intero costa 4 euro, con riduzioni e un cumulativo con Rocca Federiciana e Palazzo Comunale. Per tutte le info consultate la pagina dedicata.