Esistono libri che arrivano quando il dibattito pubblico ha già individuato un fenomeno, ma non possiede ancora gli strumenti per comprenderlo. L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra di Donato Di Santo, edito da Castelvecchi, appartiene a questa categoria. Il volume affronta uno dei temi più discussi degli ultimi anni, ovvero l’ascesa delle “nuove estreme destre” (la definizione dell’autore è puntuale e inequivocabile), scegliendo però una prospettiva insolita e, proprio per questo, particolarmente originale: quella delle connessioni internazionali che legano Europa, Stati Uniti e America Latina.

Il palazzo dell’Heritage Foundation, il think tank conservatore statunitense fondato nel 1973 a Washington considerato alla base del successo di Trump e delle destre americane

L’idea di fondo è chiara fin dalle prime pagine: non ci troviamo di fronte a una semplice sommatoria di fenomeni nazionali, ma all’emersione di una rete politica, culturale e ideologica capace di attraversare confini geografici e tradizioni diverse. È questa la “Internazionale reazionaria” evocata nel titolo, un sistema di relazioni che mette in comunicazione partiti, fondazioni, think tank, organizzazioni religiose, influencer, piattaforme digitali e leadership politiche accomunate da una medesima visione del mondo.

Di Santo affronta il tema non con gli strumenti del politologo accademico, ma con quelli dell’uomo delle istituzioni e del dirigente politico che ha dedicato oltre quarant’anni ai rapporti tra Italia e America Latina. È una scelta dichiarata fin dall’introduzione e costituisce, insieme, il principale punto di forza. La ricostruzione nasce infatti dall’intreccio continuo tra documentazione, bibliografia e memoria diretta, tra fonti storiche e testimonianza personale. L’autore non pretende di offrire una teoria generale delle destre radicali, ma una lettura politica fondata su una lunga esperienza sul campo.

Javier Milei, presidente dell’Argentina

Proprio questa esperienza consente a Di Santo di spostare il baricentro dell’analisi verso un continente troppo spesso marginalizzato nel dibattito europeo. L’America Latina non è presentata come un teatro periferico della politica internazionale, bensì come uno dei laboratori nei quali le nuove destre estreme hanno sperimentato linguaggi, strategie e forme organizzative poi esportate su scala globale. L’intuizione appare convincente e permette di illuminare vicende spesso considerate isolate: dall’ascesa di Jair Bolsonaro in Brasile al fenomeno Milei in Argentina, dal ruolo di Nayib Bukele in El Salvador fino ai rapporti privilegiati costruiti con il trumpismo statunitense e con la destra europea.

(Imagoeconomica, Carlo Lanutti)

Uno degli aspetti più interessanti del volume consiste proprio nella ricostruzione delle reti. L’autore mostra come incontri internazionali, conferenze, fondazioni culturali, organizzazioni religiose conservatrici, piattaforme mediatiche e grandi finanziatori contribuiscano alla costruzione di un ecosistema politico transnazionale. La CPAC americana, il ruolo di Vox in Spagna, le relazioni con il mondo MAGA e i collegamenti con numerosi leader latinoamericani vengono letti come tasselli di un progetto che supera ormai la dimensione nazionale della competizione politica.

Il libro evita però la semplificazione complottistica. L’“Internazionale” evocata nel titolo non è un’organizzazione centralizzata, ma una galassia articolata di soggetti che condividono temi ricorrenti: sovranismo, critica al multilateralismo, ostilità verso le politiche di genere, ambientalismo, multiculturalismo, immigrazione e diritti civili. Più che un comando unico esiste una convergenza ideologica che produce alleanze flessibili e adattabili ai diversi contesti nazionali.

Una parte significativa del lavoro è dedicata anche alla genealogia storica di queste reti. Di Santo ricostruisce con abbondanza di riferimenti i collegamenti tra le esperienze contemporanee e alcune vicende della Guerra fredda latinoamericana, soffermandosi sul Plan Cóndor, sulle dittature militari del Cono Sud, sulla loggia P2, sui rapporti con settori del neofascismo italiano e sulle cosiddette “trame nere”. Non si tratta di sostenere una continuità lineare tra passato e presente, quanto piuttosto di individuare permanenze culturali, reti di relazione e modalità operative che, pur profondamente trasformate, continuano a esercitare una loro influenza nel panorama contemporaneo.

(Imagoeconomica)

Di Santo insiste, inoltre, su un aspetto spesso trascurato: le nuove destre non crescono esclusivamente grazie alla propria capacità organizzativa, ma anche per effetto delle debolezze delle culture democratiche e progressiste. Il consenso verso leader come Trump, Bolsonaro, Milei o Bukele viene ricondotto non soltanto all’efficacia delle loro campagne identitarie, ma anche all’incapacità delle forze riformatrici di offrire risposte convincenti alle disuguaglianze sociali, alla crisi della rappresentanza e al senso diffuso di insicurezza. L’autore richiama più volte la necessità di ricostruire un nuovo internazionalismo democratico, capace di misurarsi con fenomeni che hanno ormai una dimensione globale. È una tesi apertamente politica, sostenuta senza ambiguità, che costituisce il filo conduttore dell’intero volume.

Un ulteriore elemento di interesse è costituito dall’attenzione riservata all’America Latina come spazio strategico della politica internazionale. In un panorama editoriale italiano spesso concentrato sulle dinamiche euro-atlantiche, Di Santo restituisce centralità a un continente troppo frequentemente osservato solo in occasione di crisi o emergenze. La sua conoscenza diretta della regione consente di coglierne le specificità, evitando sia gli stereotipi esotici sia le semplificazioni ideologiche. Allo stesso tempo, l’autore non rinuncia a una critica severa delle derive autoritarie maturate anche all’interno di esperienze nate a sinistra, come Cuba, Venezuela e Nicaragua, chiarendo che la difesa della democrazia non può essere selettiva né subordinata alle appartenenze politiche. È un passaggio significativo, perché sottrae il volume a una lettura rigidamente schierata e riafferma il principio della tutela dei diritti e delle libertà come criterio universale.

Donato Di Santo

Il merito principale del libro consiste nel riportare al centro del dibattito pubblico una domanda fondamentale: se le nuove destre hanno imparato a organizzarsi su scala internazionale, quali strumenti culturali e politici possiedono oggi le democrazie per rispondere a questa sfida? È un interrogativo che attraversa tutte le pagine del volume e che continua a risuonare ben oltre la conclusione della lettura.