(Pixabay, Geralt)

In una società in perenne burnout, termine ormai molto diffuso, comincia a farsi strada un trend dalla Corea del Sud: l’utilizzo da parte di giovani e giovanissimi dei siti dopamina.

(Imagoeconomica, Carino by Ai Mid)

Quando clicchiamo il tasto “compra” in un negozio online il nostro cervello rilascia dopamina. Pregustiamo un momento, l’attesa prima che il pacco, l’oggetto, arrivi a casa. Così è l’anticipazione, non il possesso, che genera la scarica di piacere. Questo il principio di questi siti o app.

(Imagoeconomica, Livio Anticoli)

Una generazione di ragazzi stanca, indebitata e con tante pressioni sociali sceglie di usare una app di consegna del cibo che non arriverà mai. Si passa il tempo a scegliere il menu, a ordinare, a seguire l’icona del fattorino che si muove sulla mappa, ma il tasto per pagare non c’è e nemmeno il ristorante o il rider che fa la consegna. Si risparmiano soldi certo, non si ingrassa, ma il piccolo particolare è che non si vive, si fa passare il tempo pensando anche di diminuire l’ansia.

Si inganna il cervello — che in effetti riceve la scarica di dopamina correlata — ma accade che si sospende qualcosa, simuliamo e basta. Esiste anche il sito per simulare una pausa sigaretta (dambae time). Anche qui non c’è la pausa, non c’è la sigaretta, ma una chat anonima in cui scambiare qualche frase di circostanza tra sconosciuti.

Già da molti anni in Corea va di moda scorrere i mukbang, video in cui qualcuno mangia enormi quantità di cibo, si ingozza, davanti a una telecamera. Anche in questo caso vedere qualcuno che mangia può attenuare la sensazione di fame in chi guarda, senza ingerire una sola caloria e senza spendere soldi.

(Imagoeconomica)

Questi fenomeni sono molto interessanti perché ci fanno capire le sensazioni e i bisogni di una parte di società, ci interrogano su dove stiamo andando, chi stiamo diventando. Sarebbe molto facile dare la colpa alle tecnologie, ma è sempre l’umano inserito nelle dinamiche della società capitalista. Ci accontentiamo forse di una connessione minima, di una percezione impalpabile per andare avanti, per illuderci, per far parte di qualcosa?

(Imagoeconomica, Carino by Ai MId)

Potrebbe essere più semplice fare una passeggiata, interagire con uno sconosciuto, osservare l’ambiente circostante? Probabilmente, con l’ansia di non poter “perdere tempo”, è diventato complicato anche questo per molti ragazzi. Bisogna produrre, avere un atteggiamento vincente, essere sorridenti, alla moda, apparire un po’ diversi da quello che si è realmente per far parte di un gruppo e per trovare altri lavori per vivere.

Kafka diceva che nella società tutti noi indossiamo una maschera. Qui, per questi ragazzi schiavi delle app che simulano la dopamina, potrebbe venire in soccorso Ralph Waldo Emerson, filosofo, scrittore, poeta e saggista statunitense dell’800.

(Imagoeconomica, Carlo Lanutti)

Considerato un critico preveggente delle pressioni al conformismo che la società esercita sulle persone, Emerson scrive che poche persone sanno come fare una passeggiata. “I requisiti sono: resistenza, abiti semplici, scarpe vecchie, un occhio attento alla natura, buon umore, grande curiosità, la capacità di parlare bene, la capacità di tacere bene e niente di superfluo”.

La passeggiata non costa nulla, non si ingeriscono calorie, si torna pure rigenerati e magari al ritorno — senza app che simulano qualcosa che non avverrà — ci si sente anche più pronti ad affrontare il mondo.