
Nessun reato, nessuna legge che formalmente li perseguisse, eppure gli omosessuali che tra il 1938 e il 1941 furono confinati dal regime fascista alle isole Tremiti, arcipelago nel Mare Adriatico in provincia di Foggia, furono oltre 300.

A differenza della Germania nazista che perseguitò gli omosessuali attraverso il codice penale, l’Italia fascista non inserì il reato di omosessualità nel Codice Rocco: scrivere una legge apposita avrebbe significato ammettere che gli italiani potessero essere omosessuali, rei di aver messo in discussione “l’uomo nuovo”, un cittadino-soldato forte, atletico, patriottico, virile, dedito alla famiglia e alla procreazione, intesi come doveri patriottici fondamentali per l’espansione dell’Impero. “Vizio d’oltralpe” era infatti il modo in cui propagandisticamente si definì l’omosessualità per negare la sua esistenza nel nostro Paese e attribuirla interamente a una degenerazione morale straniera.

Si trattò della “strategia dell’occultamento” o della “politica del silenzio”, come è stato definito dallo storico dell’Università degli Studi Roma Tre Lorenzo Benadusi, il pilastro giuridico e culturale su cui l’Italia fascista ha gestito l’omosessualità maschile (Il nemico dell’uomo nuovo, Feltrinelli, 2005), scegliendo di non criminalizzarla per legge, preferendo cancellarla dal dibattito pubblico e colpirla per vie extra-giudiziarie. Una censura repressiva che eliminò totalmente l’omosessualità dai codici giuridici e dalla stampa.
La legge n. 36 del 1904 divenne uno degli espedienti per criminalizzare le persone non eterosessuali. Rimasta in vigore durante l’intero ventennio fascista, la legge regolamentava i manicomi e le strutture di custodia, colpendo chiunque fosse ritenuto un “pericolo sociale” o causa di “pubblico scandalo”. Sebbene non menzionasse esplicitamente l’omosessualità, questa norma venne sistematicamente utilizzata per reprimere gli uomini omosessuali, decretandone l’internamento in manicomio o il confino politico. In seguito, le leggi razziali del 1938 inasprirono duramente la macchina repressiva.

San Domino, una delle isole dell’arcipelago pugliese, fu così trasformata in gabbia d’acqua dove le persone omosessuali vivevano in grandi camerate comuni, private della libertà, sotto il controllo costante di guardie armate. Deportate per lo più dalla città di Catania, furono qui detenute fino al 1940, quando le isole vennero convertite in campo di prigionia per dissidenti politici che qui transitarono prima di arrivare a Ventotene, nell’arcipelago pontino. Tra questi duemila confinati, Sandro Pertini, Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea Costituente e tra i massimi dirigenti del Partito Comunista Italiano, e Nicola di Bartolomeo, esponente sindacale e attivista politico della sinistra libertaria.
Proprio a causa di leggi non esplicite contro l’omosessualità, il regime lasciò enorme discrezionalità d’azione ai singoli questori attraverso lo strumento del confino di polizia. Questo spiega perché Catania fu l’epicentro della repressione. Come riporta il volume di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio “La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista” (Donzelli Editore, 2006), i documenti d’archivio custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato offrono una testimonianza nitida — e agghiacciante — della logica repressiva del questore catanese, Alfonso Molina, mostrando come la persecuzione degli “arrusi” — come venivano chiamati gli uomini omosessuali nella città siciliana — fosse addirittura teorizzata come un’operazione di vera e propria “bonifica biologica”.

Nella documentazione emergono dettagli legati alle umilianti visite mediche a cui gli arrestati venivano sottoposti per “dimostrare” la loro colpevolezza. Spesso, per accertare la “pederastia passiva” — come veniva impropriamente definita —, i medici fascisti utilizzavano strumenti invasivi come lo speculum, trasformando il controllo clinico in una tortura istituzionalizzata.

«Il dilagare della degenerazione in questa città — scriveva il funzionario — ha richiamato la mia più seria attenzione. Ritengo indispensabile, nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire energicamente perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il provvedimento del confino di polizia». Parole che fanno rabbrividire, soprattutto perché utilizzate anche dai più noti esponenti odierni del neofascismo.
Ma sull’isola avvenne un paradosso, beffardo scherzo al regime. «A San Domino eravamo liberi di essere noi stessi», spiega Giuseppe B., intervistato dallo storico e attivista Giovanni Dall’Orto nel 1987 quando l’uomo aveva 74 anni, in uno dei documenti orali più importanti sulla persecuzione degli omosessuali durante il regime fascista. «Tornare a casa significava — continuava — tornare a nascondersi, a subire i rimproveri dei genitori, le violenze dei fascisti, l’emarginazione della gente. Sull’isola, in quel pezzo di terra recintato, avevamo creato la nostra comunità».
Per la prima volta nella storia d’Italia, decine di omosessuali si ritrovarono a vivere insieme alla luce del sole, proprio come fecero i compagni di Diomede, l’eroe dell’Eneide di Virgilio che secondo il mito qui approdò, trasformati in uccelli marini (Calonectris diomedea) e liberi di vagare tra cielo e falesie bianche delle isole dopo tanto peregrinare, in una naturale autodeterminazione, seppur simbolica.

Oggi non esistono più tracce fisiche o monumentali evidenti del confino degli omosessuali a causa di una precisa strategia di rimozione storica iniziata nel dopoguerra, dello stigma sociale dei sopravvissuti che non vollero raccontare per lungo tempo e della successiva riconversione turistica dell’arcipelago, sebbene sia stata il teatro della prima e unica comunità omosessuale coatta della storia d’Italia. Non esistendo, inoltre, la categoria giuridica di “reato di omosessualità”, è stato estremamente difficile rintracciare i documenti storici, sepolti nei faldoni delle questure locali.

Sulle fondamenta di quegli stanzoni di detenzione, nel dopoguerra, sono state edificate strutture ricettive turistiche, cambiando completamente volto all’isola per accogliere i circa 200mila visitatori all’anno che fanno da spola tra un’isola e l’altra a bordo di taxiboat, sorvegliati dalla scultura del Guerriero Acheo che sovrasta il piccolo porticciolo di San Domino, commissionata dal cantautore Lucio Dalla che qui vi stabilì dimora e studio di registrazione.

Attraversare le Tremiti è un viaggio nella storia. Nel suo chilometro e mezzo circa di lunghezza, l’isola di San Nicola è stata epicentro di altre prigionie: prima con l’istituzione nel 1792 della colonia penale da parte di re Ferdinando IV cambiando destinazione d’uso all’imponente — e meravigliosa — Abbazia di Santa Maria a Mare, poi dopo l’Unità d’Italia, quando nel 1911 il governo di Giovanni Giolitti, a seguito della rivolta di Sciara-Sciat e della resistenza libica contro l’occupazione italiana, qui deportò 1.350 uomini, donne e bambini, molti dei quali perirono di denutrizione, colera, tifo e stenti quotidiani. La struttura borbonica, progettata per poche centinaia di posti, collassò.

Là dove era presente una fossa comune, sorge il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Rivolto verso La Mecca, accoglie dal 2006 i resti e i nomi delle circa 400 persone che qui trovarono la morte. Questa vicenda storica è tornata alla ribalta internazionale in tempi più recenti (nel 1989 e nel 2005), quando il leader libico Muammar Gheddafi utilizzò provocatoriamente la presenza del cimitero coloniale per rivendicare la sovranità libica sulle Isole Tremiti come forma di risarcimento per i crimini di guerra italiani.
Confino per antifascisti e omosessuali, luogo durissimo di detenzione in diverse epoche, oggi i muri non stringono più il respiro, ma si fanno memoria anche grazie alla Rete dei Centri Studi delle Isole di Confino.
Mariangela Di Marco, giornalista
Pubblicato domenica 23 Agosto 2026
Stampato il 23/08/2026 da Patria indipendente alla url https://www.patriaindipendente.it/servizi/quando-litalia-non-aveva-omosessuali-tranne-quelli-confinati-alle-tremiti/

