Roma, via Ostiense. Dopo il murales a Paliano si moltiplicano le opere di street art dedicate a Willy Monteiro (foto Imagoeconomica)

La drammatica morte di Willy Monteiro a Colleferro, il pestaggio brutale e le personalità di quelli che ne sono stati individuati come autori hanno tenuto banco a lungo nel discorso pubblico.

Ha fatto scalpore, soprattutto per essere stato condiviso sui social dall’imponente macchina comunicativa di Chiara Ferragni, un messaggio su Instagram di @spaghettipolitics il cui argomento principale è: “il problema lo risolvi cambiando e cancellando la cultura fascista e sempre resistente in questo paese di m*rda, non cancellando il mezzo tramite cui i fasci hanno fatto violenza. Il problema non lo si risolve nascondendolo sotto al tappeto, lo si risolve con la cultura e l’istruzione: qualcosa che manca in questo paese”.

Dal post su Istagram di Chiara Ferragni

Ma davvero gli aggressori di Willy sono fascisti? Scartata da subito l’ipotesi che fossero militanti di qualche formazione di estrema destra che cosa rimane per definirli tali? Perché eppure risuona qualcosa in quella frase piena di giusta rabbia per un crimine insensato.
Sì, è chiaro che ci sia la prevaricazione, che ci sia la xenofobia, che ci sia la violenza — tutti tratti distintivi del fascismo — ma forse è necessario scendere nel dettaglio per poter giustificare un’affermazione che altrimenti rischia di cadere nell’indistinto e controproducente calderone del “non ci piace, quindi è fascista”.

Fanno sorridere alcune obiezioni con cui si discorre che no, altro che “cultura fascista”, perché gli aggressori di Willy non hanno chiaramente mai preso in mano un testo di Julius Evola o la raccolta dei discorsi di Mussolini.

Il cantante Fausto Leali squalificato dal reality Grande Fratello Vip dopo le frasi su Mussolini, Hitler e chiamato “negro” il calciatore Enock Barwuah, fratello di Mario Balotelli (foto Imagoeconomica)

Sono obiezioni sul filo del ridicolo, giochi di parole e code di paglia, che si leggono anche sui profili social di qualche politico di rilievo.
Se a costoro necessita una spiegazione di cosa s’intenda con “cultura fascista” allora ecco che ci viene in aiuto un redivivo Fausto Leali. Il cantante, che ha partecipato all’ormai stanco intrattenimento del Grande Fratello, proprio in questi giorni ci dice che il buon Benito “ha fatto delle cose per l’umanità, le pensioni” e poi ci delizia dando del “negro” a Enock Barwuah, spiegandoci che è giusto così perché “nero è un colore, negro è la razza”. Non risulta che Leali sia un fine esegeta di Brasillach (anche perché sennò nel caso ci avrebbe distillato perle di saggezza sugli ebrei) ma ci rende comunque palese su cosa s’intende per cultura fascista. La stessa cultura fascista, per chiudere il cerchio, di quel parente degli aggressori di Willy che subito ha detto “In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario”.

E poi ci sono quelli che “è colpa delle palestre”, che giocano di prestigio scambiando le cause con gli effetti.

Infografica tratta dall’inchiesta “Le scatole cinesi di CasaPound” del Gruppo di lavoro Patria su neofascismo e web: https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/inchieste/le-scatole-cinesi-di-casapound/ Clicca sulla foto per ingrandire

Guardiamo quindi allo sport praticato dagli aggressori, le arti marziali miste o MMA. È ovvio che gli atleti che si impegnano in queste discipline siano in gran parte prima di tutto atleti che praticano con dignità e rigore uno sport. Non solo è fuorviante trattarli da potenziali picchiatori a priori, ma è anche e soprattutto un ingenuo quanto agile modo per distogliere lo sguardo dal vero problema.

Allo stesso tempo non si deve ignorare che il mondo delle arti marziali ha una componente tossica che usa quelle tecniche per scopi che di sportivo non hanno niente. Forse vale la pena ricordare che non vi è gruppo neofascista o neonazista che non si sia organizzato per praticare quelle arti marziali.
È del 2018 un pezzo dell’Espresso che racconta come Generazione Identitaria strutturi palestre in cui praticare arti marziali da usare per “lo scontro, anche fisico” contro i “branchi di profughi, quella che qualcuno chiama feccia e di fatto alcuni di loro sono questo”. Fra l’altro Generazione Identitaria ha denunciato il settimanale per quell’articolo, ma il pronunciamento del giudice è stato molto chiaro: “l’articolo ha rappresentato fatti e circostanze in modo oggettivo”.

La sede nazionale a Roma di CasaPound Italia. I locali occupati non sono stati sgomberati ma dallo scorso anno i fascisti del terzo millennio hanno almeno dovuto rimuovere l'insegna della loro organizzazione (foto Imagoeconomica)
La sede nazionale a Roma di CasaPound Italia. I locali occupati non sono stati sgomberati ma dallo scorso anno i fascisti del terzo millennio hanno almeno dovuto rimuovere l’insegna della loro organizzazione (foto Imagoeconomica)

CasaPound Italia ha da sempre un forte interesse per le Mixed Martial Arts. Fin da prima dell’occupazione dello stabile in via Napoleone III a Roma vantavano una palestra, la Dogo Klan, con due squadre agonistiche di thai boxe. E poi successivamente crea Il Circuito – Circolo Combattenti CasaPound, un coordinamento di atleti che praticano sport di combattimento e varie arti marziali.
Pivert (il brand di abbigliamento legato a CasaPound, sia attraverso il suo fondatore che attraverso le molte iniziative a comune) ha sponsorizzato atleti MMA.
Viene organizzato da CasaPound l’evento annuale “Tana delle Tigri”, appuntamento che unisce musica e sport, soprattutto — come si evince dall’intitolazione che fa riferimento ad un manga a tema wrestling — le arti marziali.

Alla “Tana delle Tigri” si aggiunge poi lo “SportFest”, giornate di sport (di nuovo, quelli di combattimento fanno la parte del leone) organizzate annualmente. E il tentativo, poi fallito, di mettere in piedi un coordinamento di livello europeo per MMA con la collaborazione di White Rex, un marchio di abbigliamento sportivo strettamente legato alle arti marziali, noto nel mondo del neonazismo europeo.

CasaPound e Generazione Identitaria non sono eccezioni: non manca gruppo di estrema destra che non organizzi momenti collegati alle arti marziali, da Wolf Of The Ring (eventi di MMA gestiti da Lealtà-Azione) a Adamas (la Casaggì Fight Crew).

Quello che si può certamente dire è che il Codice di Comportamento Sportivo emanato dal CONI e a cui si attiene la federazione di questi sport forse non basta, si sente il bisogno di un vero codice etico che tenga lontano da questo mondo persone e palestre che ne fanno uno strumento di prevaricazione, xenofobia e violenza — di nuovo, tutti tratti distintivi del fascismo.

Nei fatti di Colleferro ci sono molte componenti, c’è il giro della droga, quello dei soldi facili, dello pseudo-lusso da esibire, la mascolinità caricaturale e compensativa. Ma c’è anche la cultura che il fascismo rese Stato attraverso la violenza delle squadracce, la stessa di chi a petto gonfio proclama che il fascismo è uno “stile di vita”, la stessa che segna alcune curve degli stadi, la stessa che grava sul vuoto morale di chi ha stroncato una vita piena di senso e crede di aver “solo ucciso un extracomunitario”.