
Durante il regime fascista, in Italia la disabilità fisica e psichica fu utilizzata per scopi ambigui da chi deteneva il potere. Lo si fece utilizzando la legge n.36 del 14 febbraio 1904, emanata durante il governo Giolitti. Una norma che già di per sé non aveva scopi terapeutici e consentiva il ricovero coatto in manicomio (tramite un certificato medico e l’approvazione della polizia) per tutti quelli definiti alienati pericolosi, utilizzando per altro il termine di pubblico scandalo.

La definizione vaga di follia e pericolosità permetteva d’internare gli oppositori del regime fascista. I pazienti internati subivano l’interdizione dai diritti civili e politici, perdendo la possibilità di gestire i propri beni, di votare, di firmare contratti.
La gestione centralizzata affidava poi il governo degli istituti psichiatrici a figure monocratiche di direttori che subivano la diretta influenza dei gerarchi. Facile bollare con un tale ordinamento un avversario politico e farlo internare.

La svolta decisiva avvenne con il codice Rocco 1930, che introdusse il sistema del doppio binario: oltre alla pena detentiva ordinaria per i colpevoli imputabili vennero regolate in modo ferreo le misure di sicurezza, che erano a tempo indeterminato per i soggetti ritenuti socialmente pericolosi o affetti da vizi di mente.

I manicomi vennero ribattezzati manicomi giudiziari. In queste strutture – Aversa, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia – finivano segregate, sotto la dicitura di malati di mente, tutte le persone con problemi di salute mentale. I pazienti subivano trattamenti pesanti, dall’idroterapia a sedativi fino alle terapie da shock e alla malarioterapia introdotta in quegli anni.

Molte donne furono rinchiuse perché considerate ribelli al codice patriarcale del regime, non adatte alla mistica della massaia rurale o accusate di comportamenti ritenuti immorali.

La psichiatria dell’epoca collaborò strettamente con il regime, trasformando il dissenso politico in una patologia da curare e segregate. Durante il regime fascista anche la disabilità fisica fu affrontata attraverso l’emarginazione, senza arrivare ai programmi di sterminio di massa attuati dal Terzo Reich.

Il regime fascista trascurò quasi del tutto l’istruzione dei bambini con disabilità. L’obbligo scolastico fu esteso solo a ciechi e sordomuti in istituti separati, mentre per i bambini ritenuti ritardati o indisciplinati vennero istituite apposite classi (in questi mesi una forza politica di estrema destra ripropone le classi differenziali per gli studenti disabili).

L’interesse del fascismo verso l’infanzia “anormale” rientrava in un più ampio disegno ideologico di bonifica e rafforzamento della razza. Sebbene l’Italia fascista non abbia implementato un programma sistematico di eutanasia o di omicidi di Stato paragonabile all’Aktion T4 tedesco, tuttavia la convergenza con il razzismo scientifico emerse chiaramente con il Manifesto della Razza nel 1938 da parte di esponenti di primo piano della psichiatria italiana.
I mutilati e gli invalidi della Prima guerra mondiale invece furono strumentalizzati come simboli viventi del sacrificio patriottico e strumenti di legittimazione del potere. L’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra (ANMIG) fu riempita di uomini di fiducia del partito fascista, che ne diresse l’attività. I corpi mutilati dovevano essere esibiti nelle adunate pubbliche e nei cinegiornali. E fu creata la X Legione speciale formata da volontari mutilati di guerra. Le tutele economiche e le pensioni (legge del 1923) erano interamente vincolate alla fedeltà al duce, trasformando l’assistenza in un mezzo di controllo sociale.
Osvaldo Barba, comitato provinciale ANPI Napoli
Pubblicato domenica 20 Settembre 2026
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