Il presidente del Cile, José Antonio Kast

Il presidente cileno José Antonio Kast ha deciso di non commemorare ufficialmente l’11 settembre 1973. Il problema non è questo, è ciò che quella decisione rappresenta nel rapporto fra uno Stato democratico e la propria storia recente. Per la prima volta dal ritorno alla democrazia, nel 1990, il governo cileno ha scelto di non organizzare alcun atto istituzionale per ricordare il feroce golpe, la morte del presidente Salvador Allende e l’inizio dei diciassette anni della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet, durante i quali sono state imprigionate più di 80.000 persone, più di 38.000 torturate e oltre 3.100 assassinate. Il più giovane prigioniero torturato e ucciso aveva solo 13 anni. Almeno 100.000 cileni conosceranno l’esilio. I numeri parlano chiaro.

Cimitero di Santiago del Cile, il Memoriale dei detenuti desaparecidos e dei giustiziati politici

Kast ha mantenuto la propria agenda e ha preferito recarsi nel sud del Paese. Alla domanda sulla scelta di non commemorare il golpe ha risposto richiamando la necessità di occuparsi delle urgenze del presente: «Non c’è miglior omaggio alla patria che affrontare le urgenze dei nostri compatrioti».

La frase può apparire, a prima vista, ragionevole. Un presidente deve occuparsi del presente, della sicurezza, dell’economia, del lavoro, della salute, delle condizioni materiali dei cittadini. Nessuna società può vivere permanentemente rivolta all’indietro. Ma proprio qui si trova il punto politico della questione: che cosa significa guardare al futuro quando il passato continua a essere una ferita aperta della democrazia?

11 settembre 1973, La Moneda, il palazzo presidenziale, bombardata

Il presidente ha precisato di non poter cancellare la storia, ma di non voler chiedere ai cileni di rimanerne prigionieri. È una distinzione importante. Perché il gesto compiuto dal governo non consiste formalmente nel negare che il colpo di Stato sia avvenuto, né nel cancellare dai libri di storia la dittatura. Consiste piuttosto nel sottrarre allo Stato il compito di ricordare pubblicamente quella frattura. È un passaggio apparentemente minimo, ma simbolicamente molto potente: ciò che per oltre tre decenni era stato assunto come una responsabilità istituzionale diventa una questione affidata alla società, alle famiglie, ai partiti, alle associazioni, alle vittime e ai cittadini.

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È precisamente per questo che la giornata dell’11 settembre 2026 racconta qualcosa di più della posizione personale di José Antonio Kast, e cioè una trasformazione della memoria pubblica cilena, più precisamente una rottura nella storia della democrazia cilena.

Argentina, Componenti della giunta militare a processo, è il 1985

Dal 1990 in poi, governi di diverso orientamento politico avevano mantenuto una qualche forma di riconoscimento istituzionale del golpe e delle sue nefaste conseguenze. Non si è trattato di un percorso lineare, né di una memoria condivisa in ogni suo aspetto. Il Cile non ha ancora fatto i conti col proprio passato, come invece è avvenuto in Argentina sin dal 1985, con “el  Juicio a las Juntas”.

La società cilena è rimasta a lungo divisa sul giudizio relativo al governo della Unidad Popular, sulla figura di Allende, sulle responsabilità della crisi del 1973 e soprattutto sul bilancio della dittatura. Eppure, accanto a queste divisioni, si era progressivamente costruito un principio più generale: il colpo di Stato aveva rappresentato una rottura della democrazia e i crimini commessi durante il regime non potevano essere cancellati dal tempo.

Pinochet e la giunta militare cilena

La stessa Biblioteca del Congreso Nacional cilena, nella ricostruzione istituzionale del periodo, descrive l’11 settembre 1973 come una «ruptura histórica» e ricorda che la Junta Militar assunse contemporaneamente il potere esecutivo e legislativo, sospendendo le libertà pubbliche, sciogliendo il Congresso e avviando una sistematica repressione degli oppositori. Questo è il dato storico dal quale non si può prescindere.

Il Cile del 1973 non fu semplicemente un Paese nel quale un governo venne sostituito da un altro governo. Il golpe aprì una fase nella quale furono sospese le regole della democrazia rappresentativa e si affermò un regime militare destinato a durare diciassette anni. Il Congresso venne chiuso, i partiti di sinistra furono messi fuori legge, le libertà civili furono sospese e migliaia di persone furono assassinate, fatte scomparire, incarcerate, torturate o costrette all’esilio. I rapporti ufficiali elaborati dopo la transizione democratica, in particolare il Rapporto Rettig e il Rapporto Valech, costituirono una parte fondamentale del processo di riconoscimento pubblico delle violazioni dei diritti umani.

La memoria dell’11 settembre, dunque, non coincide con la celebrazione di Salvador Allende, del Compañero Presidente. Non è una festa della sinistra cilena. È qualcosa di più complesso: è il ricordo di una rottura costituzionale e della lunga esperienza autoritaria che ne seguì.

Kast e Gabriel Boric durante il cambio della presidenza cilena, l’11 marzo 2026

Questa distinzione è essenziale anche per comprendere il significato della scelta di Kast, che ha cercato di collocare la propria posizione all’interno di un linguaggio apparentemente post-ideologico. Non cancellare il passato, ma non rimanerne prigionieri. Non trasformare il calendario nazionale in una successione di anniversari divisivi, ma concentrare l’azione pubblica sulle necessità dei cittadini. È una posizione coerente con una ultradestra che tende a considerare la memoria della dittatura come uno dei terreni sui quali la sinistra ha esercitato una sorta di “egemonia culturale”.

Un volantino della campagna del 1988 per il “sí” alla permanenza di Pinochet

Ma la scelta di Kast assume un significato particolare perché non viene da un presidente politicamente estraneo alla questione. Il presidente cileno infatti è l’unico capo di Stato, dal ritorno della democrazia, ad aver votato nel plebiscito del 1988 a favore della permanenza di Pinochet al potere. In passato Kast ha inoltre espresso parole molto più esplicite di quelle utilizzate durante la campagna che lo ha portato alla presidenza. La moderazione del linguaggio presidenziale non cancella questa biografia politica. Al contrario, rende ancora più significativo il gesto del 2026.

Il punto, quindi, non è sostenere che Kast abbia proclamato ufficialmente una riabilitazione della dittatura. Non lo ha fatto. Il punto è osservare che il rapporto fra Stato e memoria cambia quando un presidente che appartiene alla destra più nettamente conservatrice e filopinochetista della storia democratica recente del Cile decide di interrompere una consuetudine istituzionale durata più di trent’anni, lanciando un segnalo politico molto chiaro.

È questa discontinuità a rendere l’11 settembre 2026 una data destinata a essere ricordata. Non per ciò che il governo ha celebrato, ma per ciò che ha scelto di non celebrare, anche perché il silenzio, in politica, non è mai completamente neutro. Un presidente può decidere di pronunciare un discorso, di deporre una corona, di partecipare a una cerimonia, di visitare un luogo della memoria. Può anche decidere di non farlo. In entrambi i casi comunica una posizione.

Per questo la formula secondo cui non esiste miglior omaggio alla patria che occuparsi delle urgenze dei cittadini è politicamente efficace, ma storicamente problematica. Perché introduce una contrapposizione fra memoria e presente che non è necessariamente fondata.

La memoria democratica non è un lusso che lo Stato può permettersi soltanto quando non ha problemi più urgenti. Non è una cerimonia ornamentale. In determinati momenti della storia, ricordare significa riaffermare le condizioni fondamentali della convivenza politica e il Cile lo ha imparato proprio attraverso la propria transizione democratica. Il ritorno alla democrazia del 1990 non cancellò il passato. La transizione fu costruita anche attraverso la progressiva – ma parziale – emersione della verità sulle violazioni dei diritti umani, attraverso le testimonianze delle vittime, le indagini giudiziarie e il riconoscimento istituzionale delle responsabilità. La democrazia cilena non nacque da un’amnesia, ma almeno in parte, dalla capacità di convivere con una memoria conflittuale.

Questa è una delle ragioni per cui l’11 settembre ha avuto nel Cile democratico una funzione particolare. Non era soltanto l’anniversario di un evento. Era un appuntamento nel quale la Repubblica tornava periodicamente a interrogarsi sulla propria origine e sui propri limiti. Il problema, dunque, non è soltanto José Antonio Kast, ma ciò che la sua scelta rivela sulla ultradestra cilena di oggi.

Rinunciare alla memoria istituzionale dell’11 settembre non significa necessariamente riabilitare Pinochet, ma sottrarre allo Stato democratico una parte della responsabilità di ricordare da dove quella democrazia è dovuta ripartire. E proprio perché Kast non può cancellare la storia, può però contribuire a renderla più lontana, più opaca, più facilmente negoziabile. Il rischio è che il silenzio venga presentato come superamento delle divisioni quando, invece, finisce per assolvere chi quelle divisioni le ha prodotte. Perché una democrazia non diventa più forte dimenticando il proprio passato: diventa più fragile quando comincia a considerare il ricordo dei suoi momenti più bui un ostacolo al futuro.

Andrea Mulas, storico