Foto aerea di Cefalonia

È stato riconosciuto come il primo vero atto della Resistenza militare italiana, benché avvenuto a Cefalonia, nell’arcipelago greco delle isole Ionie: circa 2.500 tra ufficiali, sottufficiali e soldati della Divisione Acqui massacrati dalle forze tedesche dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’alternativa fu tra arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la Resistenza armata. È stata la strage numericamente più imponente attuata dai nazisti contro le Forze Armate italiane, uno degli episodi più cruenti della storia militare del nostro Paese durante la Seconda guerra mondiale.

L’ordine dell’Oberkommando der Wehrmacht — il comando supremo delle Forze Armate della Germania — del 15 settembre 1943 stabiliva che “a Cefalonia non deve essere fatto alcun prigioniero italiano”. Nella totale assenza di copertura aerea, i soldati italiani subiscono il primo di una serie di violenti bombardamenti a tappeto che radono al suolo i pochi ripari e distruggono i centri abitati dell’isola. Il peggio però sta per arrivare: dal 17 sbarca sull’isola un apposito gruppo di combattimento organizzato sul nucleo della 1ª Divisione Edelweiss. Chi fra i soldati italiani ha condiviso il fronte con questi battaglioni non ha bisogno di conoscere l’ordine di Adolf Hitler di non fare prigionieri: è la loro missione fin dal primo giorno di guerra, dalla Russia ai Balcani, e la loro esperienza in merito è il motivo per cui sono a Cefalonia.

Faro S. Teodoro tutte le foto del reportage sono di Mariangela Di Marco

La capitale Argostoli e la vicina penisola di San Teodoro, i passi montani di Kardakata e Farsa da cui si controlla buona parte dell’isola, i villaggi Davinata, Dilinata, Troianata, Prokopata segnano la mappa del sangue dei luoghi dove i militari italiani combatterono, contro le truppe tedesche, e dove, una volta arresi, la Wehrmacht compì massacri sistematici. Analoga sorte vi fu con il 18° Reggimento Fanteria della stessa Divisione Acqui nell’isola ionica di Corfù.

Monumento alla Divisione Acqui

Lo ricordano le lapidi in italiano e greco del Monumento nazionale italiano in memoria dei Caduti che sorge sul promontorio di San Teodoro, affacciato su quel tratto di mare che fu teatro di deportazioni e eccidi. Davanti a tanta morte, la bellezza del faro neoclassico, ricostruito dopo il sisma del 1953, assume un tono crudele. Il monumento si raggiunge facilmente, le indicazioni sono presenti in tutta l’isola, dal porto della cittadina di Sami dove sbarcano parte dei 600.000 visitatori annui fino alle alture delle contrade dell’entroterra, adagiate sul massiccio del monte Enos.

Le targhe in italiano e in greco

Scendendo lungo la stessa area collinare di Argostoli, si trova il sito storico della Fossa degli Ufficiali, il luogo esatto in cui i soldati tedeschi fucilarono gran parte del comando italiano. Era il 24 settembre 1943 e tra i 138 trucidati c’era anche il generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui. Intorno alla recinzione, la vegetazione spontanea ha isolato ulteriormente questo luogo di memoria dal lento andirivieni di turisti che fanno da spola tra hotel e spiagge, rendendolo ancora più evocativo.

La Fossa degli ufficiali

Nei giorni successivi, per ordine del generale tedesco Hubert Lanz, i corpi vennero però riesumati dalle postazioni provvisorie, appesantiti con del filo spinato e gettati in alto mare al largo di Vardiani, un isolotto disabitato al largo di Cefalonia, per occultare il crimine di guerra. Lanz, che aveva ordinato e coordinato lo sterminio, verrà condannato a Norimberga nel 1948 a soli 12 anni di prigione per crimini di guerra, che non scontò neanche per intero: sarà rilasciato già nel 1951 grazie a un indulto concesso dalle autorità di occupazione alleate nel contesto della Guerra Fredda per riabilitare la Germania Ovest.

Come la maggior parte delle vittime delle atrocità del conflitto mondiale, anche i caduti di Cefalonia per decenni non hanno avuto giustizia in un’aula di tribunale, nonostante diverse inchieste condotte a più riprese sia in Germania che in Italia. Solo pochi decenni fa, a seguito del ritrovamento delle carte del celebre Armadio della vergogna, è stato possibile celebrare un processo che nel 2013 ha emesso una condanna che rappresenta un caso del tutto isolato nel panorama internazionale: il caporale Alfred Störk condannato all’ergastolo in contumacia dal Tribunale Militare di Roma perché riconosciuto responsabile, insieme ad altri, del massacro di 117 ufficiali, di cui 72 della Divisione Acqui.

Il generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui

Ciò che ha costruito il “mito di Cefalonia”, oltre all’immane quantità di uomini uccisi, fu la natura della decisione di resistere. Il generale Gandin, davanti alle pressanti richieste tedesche, scelse di consultare i suoi sottoposti attraverso una consultazione di massa, un referendum ante litteram unico nella storia militare, dove la stragrande maggioranza dei soldati e degli ufficiali espresse la volontà di mantenere le armi, rifiutando la dominazione nazista per “senso dell’onore e amor di Patria” come disse a Cefalonia nel 2001 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione della loro commemorazione.

Monumento ai caduti in mare

Anche il mare è divenuto un santuario della memoria. Sul fondale della baia di Argostoli giace il piroscafo Ardena che salpò dalla città il 28 settembre 1943 con a bordo circa 840 prigionieri italiani scampati agli eccidi. A brevissima distanza dalla partenza, imboccando il canale d’uscita del golfo, la nave urtò una mina marina, affondando rapidamente. Morirono affogati circa 720 militari. Una sorte analoga ma causata da un bombardamento alleato ci fu per il Sinfra che trasportava oltre 2.300 prigionieri italiani catturati nelle isole ioniche e a Creta. Trasformando il mare in un’immensa fossa comune.

La tragedia senza fine della Divisione Acqui continuerà poi nei campi di prigionia e di internamento del Reich. Alcuni in seguito saranno poi liberati dall’Armata Rossa, dopo essere stati trasferiti in altri luoghi di detenzione, anche in Siberia. Circa 1.200 superstiti furono trattenuti invece a Cefalonia come lavoratori addetti alla manutenzione delle difese costiere.

Nel Museo dedicato alla Acqui

“La Resistenza è cominciata a Cefalonia. Ma non lo considero un nostro merito: era nostro dovere, nonostante Badoglio, il re e l’Italia tutta ci avessero abbandonati” spiega il reduce Saverio Perrone, una delle decine di testimonianze raccolte nel Museo della Divisione Acqui, un piccolo e preziosissimo presidio di memoria storica situato nel Lithostroto, la centralissima via lastricata di Argostoli dove sono presenti gran parte delle attività commerciali.

Gestito interamente dalla dedizione dei volontari dell’Associazione italo-greca “Mediterraneo”, lo spazio espone carteggi originali, diari di guerra, la corrispondenza personale che i militari italiani scambiavano con le proprie famiglie, pannelli fotografici che documentano la vita dei soldati sull’isola, i giorni dei combattimenti, le fasi successive all’Armistizio e divise, elmetti, effetti personali appartenuti ai soldati e agli ufficiali della Divisione Acqui. Soprattutto spiccano le targhe con le epigrafi dei singoli reduci dedicate ai civili, principalmente famiglie greche dei villaggi interni che li nascosero e li curarono, salvandoli dai rastrellamenti della Wehrmacht.

KODAK Digital Still Camera

Centinaia di fanti e ufficiali italiani sfuggiti ai plotoni d’esecuzione, infatti, cercarono rifugio nell’entroterra montuoso dell’isola, dove vennero protetti dai comitati politici, spesso legati alla Resistenza comunista o alle parrocchie ortodosse, come afferma l’Esercito Italiano.

Lixouri, monumento ai partigiani

Nell’inverno del 1943 ci furono i primi contatti con esponenti della Resistenza greca e venne da sé costituire brigate miste, come il Raggruppamento Banditi Acqui, un nome che riprendeva con fiera ironia il termine dispregiativo usato dai tedeschi per definire i partigiani. Su quest’isola gli 11.500 soldati e ufficiali della Divisione Acqui arrivarono nell’aprile 1941, dopo aver perso un quarto dei propri uomini nella disastrosa offensiva contro la Grecia lanciata da Mussolini nell’autunno 1940. Fecero parte in prima persona di un progetto politico che aveva l’oppressione come principio e la loro adesione alla Resistenza greca li trasformò dunque da oppressori a oppressi che lottarono per la libertà. Questa è un’altra delle peculiarità della Divisione Acqui.

Centro del Lavoro di Cefalonia e Itaca, in memoria di Cristoforo Papanikolato e Spiro Bourbouli giustiziati dai tedeschi nel 1944

Oggi non c’è cittadina costiera, contrada dell’entroterra, taverna o attività commerciale dove non si ricordi, attraverso monumenti o fotografie esposte in bella vista, quanto su questa terra la Seconda guerra mondiale abbia infierito, in termini civili e di Resistenza.

Argostoli, monumento alla Resistenza

Emblematico è il Monumento alla Resistenza di Argostoli al cui centro svetta l’allegoria bronzea della Patria sofferente, quella stessa Patria a cui gli isolani hanno voluto appartenere, lottando.

Lo racconta anche il memoriale situato nella piazza che porta il nome del movimento dei Rizospastes, i Radicali che si batterono nel XIX secolo per l’unione delle Isole Ioniche alla Grecia, formalmente avvenuto il 21 maggio 1864.

Il monumento di Vinaries

Poco distante, nella località di Vinaries, un’epigrafe in bronzo commemora 11 partigiani che furono catturati e fucilati in questo esatto luogo dalle forze di occupazione naziste. Anche qui la meraviglia del paesaggio, “dove l’acqua è così limpida che fa male agli occhi” scriveva l’amato poeta cefalonese Nikos Kavvadias, sembra stridere di fronte a tanta morte.

Monumento al poeta Nikos Kavvadias

Dopo aver soppresso la guarnigione italiana, il comando tedesco impose sull’isola un regime feroce con l’obiettivo di stroncare qualsiasi focolaio di ribellione, come racconta la stele di marmo situata nella piazza centrale di Lixouri, la seconda città più grande dell’isola, dove si commemorano 5 giovani partigiani della Resistenza appartenenti all’EPON (l’Organizzazione della Gioventù Panellenica di Liberazione).

Agia Thekli

Impiccati pubblicamente dalle forze di occupazione naziste il 5 giugno 1944 nella stessa piazza, alla loro esecuzione dovettero assistere con la forza i civili e i soldati della Divisione Acqui catturati, secondo l’efferata guerra psicologica totale. “Assassinati” dice la stele eretta in loro memoria ad Agia Thekli, località di origine di tutti e cinque i partigiani, poco distante da Lixouri.

Monumento di Agios-Eleftherios

La tensione politica e sociale a Cefalonia, e in tutta la Grecia in generale, non si placò neanche dopo la Liberazione, sfociando nella guerra civile (1946-1949) tra il governo monarchico ellenico (appoggiato da Regno Unito e Stati Uniti) e le diverse fazioni che combatterono per l’abolizione della monarchia, tra cui il DSE (Esercito Democratico Greco), il braccio armato del Partito Comunista, come narra il monumento sull’altopiano di Agios Eleftherios, una suggestiva area montana dalla roccia brulla situata lungo le pendici del massiccio del Monte Ainos.

Sul muretto di recinzione tra il monumento e la chiesetta adiacente, un graffito in verde riporta “Free Palestine”. Perché la Resistenza continua.

Mariangela Di Marco, giornalista